giovedì 29 novembre 2007

#16. Coffee & Cigarettes


Non riconosce più la faccia. Si sveglia e va a controllarla, perché è come se non la sentisse. Come l’arto fantasma, anche il volto sembra mozzato, appoggiato da qualche parte.

Eppure c’è, lo sa, ne fa uso costante. Deve vederla, riflessa, fotografata, commentata. La prova del reato.

Mercoledì, quando la giornata ha inizio, è confuso. Sarà un lungo weekend, un primo bagliore natalizio in una Los Angeles soleggiata.
Thanksgiving, cioè il giorno del ringraziamento, ha un significato tutto suo. Nato per dire “grazie” a chi ha permesso i primi passi negli Stati Uniti, si è poi trasformato in un “thanks” generico, forse a Taco Bell, forse ai semafori.

Caffè e sigaretta. Poi di corsa a recuperare un’amica in stazione. Ma la stazione non c’è. Un messicano con burrito ci indica una direzione, sbagliata. La Lonely Planet non aiuta e, per la prima volta, guidare per LA è un caos. Una signora in tenuta da lavoro carica il passo e non si degna di rispondere alle mie richieste, mentre un’altra sembra impaurita. Girare a caso. Non è una meraviglia, ma siamo a Downtown. Mattoni e ringhiere, cancelli, reti. Marrone e grigiastro. E sembra un videoclip on the road. Smashing Pumpkins - 1979, testa fuori dal finestrino e tanta fantasia.

Recuperata la ragazza, è il turno dell’altro amico. Quando dicevo che è come andare da Brescia a Milano o da Como a Mantova, ecco, intendevo proprio passare ore sull’automobile, senza percepire una distanza, in realtà, ingombrante.

Caffè. Sigaretta.
Un’ora o forse più ci divide dall’aeroporto. Poi ci sarà il ritorno.
LAX, cioè là dove arrivi e partenze sono come cellule in riproduzione, si colora di toni dal violaceo all’indaco, passando per tonalità intermedie molto soft e poco comprensibili per un daltonico. La pellicola assume venature artificiali, caratterizzate da pannelli imponenti che illuminano la strada. Anche l’interno della vettura si lascia penetrare da cotante sfumature, rendendo il tragitto un’immagine.

Non c’è più caffè. E quello che acquistiamo sembra non apprezzare la moka. E allora sigaretta, giusto per non perdere l’abitudine.

Si cena italiano, si fa tavolata, si apre un vino e si mastica carbonara. Apriamo una locanda, manca solo Guccini. Siamo in Italia e in California nello stesso momento. Ci si emoziona, perché è un privilegio. Giovani auto-esiliati o quasi, qualcuno alla ricerca di risposte, altri di domande, qualcuno per laurearsi. Come in un racconto di formazione, ci fermiamo a prendere tempo, anzi, a respirarlo nella speranza di poterlo rincorrere.

Caffè. Sigaretta. Succo d’arancia. Marmellata.
Giovedi 22 novembre le strade sono deserte. Gli americani sono tutti impegnati a cucinare tacchino e cosacce che facciano da contorno. Gli OGM fanno miracoli, così assisto alla cottura di un gallinaceo dalle dimensioni imbarazzanti, così inebriante d’odori che perdo i sensi.
Chiacchiero con lui, vecchio conservatore dall’atteggiamento elegante, ma finiamo per discutere sulla temperatura più adeguata per ottenere il meglio da un tacchino saporito artificialmente.
Gli infilo un termometro per zittirlo e me ne vado. Il “turkey” se ne rimane solo a farneticare su progetti per un partito popolare europeo. Mentre mi intrattengo con ospiti accorsi per rifugiarsi nella casa delle libertà, sento il tacchino bofonchiare sulla possibilità di mantenere la leadership.

Il trip around LA entra nel vivo con la tappa Beverly Hills. Ho saputo che, mentre mangiavamo una pizza al fasullo “Panini Cafè”, (pizza che richiamava una torta salata con quintali di mozzarella plastificata in superficie), Cristina Parodi si fingeva interessata allo shopping sulla Rodeo Drive. Avrei voluto incontrarla per darle uno schiaffo, peccato.
Rivedere luoghi già esplorati nelle prime settimane di permanenza, a tre mesi di distanza, ha un sapore di maturità misto relax che mi ero dimenticato. Cose del tipo “ah, si, si…lì c’è questo, là c’è quello, …”, ecc.

Tempo di caffè e un’altra sigaretta. Un rito che ci porta spesso a fare tappa comune, accompagnati da colonne sonore sempre diverse, utili a noi giovani un po’ in disuso.

In Coldwater Avenue c’è una casa addobbata da Babbo Natale. Oppure è la villa degli spot Coca-Cola. Un festival di luci e decorazioni che, sommati, consumeranno come una cittadina media del nord-Italia.

Girato l’angolo troviamo la destinazione. Marino, simpatico quarantenne argentino, un uomo che cammina per le vie di LA con la maglietta del Che, ci accoglie con un berretto in lana e un look da muratore che commuove. Non si riesce a mettere piede in casa che già veniamo assaliti da un pericoloso gruppo di parenti e familiari un po’ canadesi, un po’ coreani, un po’ latini. Americani, insomma.
C’è zia Yetta, la fotocopia di quella della sit-com “La Tata”, e pure zia Assunta. La loro insistenza nel servire le torte mi obbliga a mandare giù tutto con furore alleviato dalla birra. È Natale. Che ore sono? Le undici, mezzanotte, le dieci. Non importa. Situazione da cenone, veglia, antipasto tutta la vita, vigilia, fondi di bottiglia, dessert o frutta, sottobicchieri, “quello è il mio tovagliolo?” – “no è il tuo”, cagnolini impazziti, sedie improvvisate, cucina variopinta, regali dimenticati, auguri, e una fatica tremenda ad interagire.

Qualcuno mostra fotografie di quando era giovane, mentre un avvocato conversa in perfetto francese. Io cerco riparo in Marino, il quale fa lo stesso con noi. Alla fine ci rifugiamo in una sorta di retrobottega che funge da panic-room.

The e sigaretta. Si cambia perché è tardi e abbiamo voglia di pigiama e biscotti.
Domani andiamo sulla Mulholland Drive, a goderci il panorama di una Los Angeles offuscata da una nebbiolina bastarda che copre parte della nostra visuale a 180 gradi.
Nella stessa città si può andare al mare, in montagna, dentro grattacieli, attraversare zone popolari che portano dal Messico alla Corea, e visitare castelli che sono case. Tutto in un giorno.
C’abbiamo provato anche noi, ed il risultato è una confusione esaltante.

Il cielo è più vicino quando sali allo Standard. Un luogo di mistica atmosfera, profondamente alienante. Cockail in mano e ringhiera che, superata con lo sguardo, racconta una porzione di città che è vera metropoli. Farsi coccolare dai comodi divanetti scaldati dai funghi caloriferi, ascoltare musica di alta qualità, dub, rock, indie, elettronica, alzare lo sguardo, illuminati dalla luna piena, ed accorgersi che gli imponenti palazzi di vetro che circondano la terrazza potrebbero, perché no, essere le lampade che creano l’atmosfera di un locale che sembra un’installazione.
La piscina riscaldata si lascia dipingere da tinte sensuali, così come il resto del luogo. Se c’erano dubbi, lo Standard afferma in ogni sua sfumatura che siamo a LA.

Caffè, quello buono, e un’altra sigaretta. Ci sta anche una fetta di torta.
Venice Beach è meravigliosa. La visitiamo lentamente, accompagnati dalla marea di persone che la popolano. Alieni. Per qualche strana ragione si ritrovano qui tutti i giorni, rassicurati dal mare e dalla spiaggia marziana. Ogni due passi c’è un cartello di bizzarri personaggi che ballano hip-hop, giocano col pubblico, dichiarano qualcosa.
Cosa non avevo detto di Venice l’altra volta? Ah si, che è sempre vacanza.

Caffè, sigaretta e Gianni Drudi.
Scoprire proprio qui che l’uomo del “Fiky Fiky” scrisse e cantò una canzone del tipo “com’è bello lavarsi” fa tristezza ma anche un po’ di sano entertainment. Quindi l’ascoltiamo, in loop.

C’è spazio per tutto. Anche per andare al supermercato all’una di notte. L’idea degli store aperti 24 ore è pazzesca, suggerisce l’idea che ci sia sempre vita. La clientela, ovviamente, è un po’ diversa. E finalmente ho visto qualcuno in quasi-pantofole, vecchine dai volti allucinati, un cassiere con una specie di spazzettone in tasca, fiero e a suo agio.

Si passa la nottata con l’affetto di chi sa che, purtroppo, giornate come queste sono solo parentesi.

Poi sarà ancora il turno di un caffè ed una sigaretta. Lunga, lunghissima, perché è l’ultima, a chiudere un viaggio irripetibile.



La faccia non c’è ancora, dimenticata da qualche parte. Però adesso è più sollevata, diluita in un bicchiere di episodi.

lunedì 12 novembre 2007

#15. Teatro d'Improvvisazione


Che magari succede un tardo pomeriggio di tornare a casa dopo una giornata normalmente lineare. E che magari non hai tempo di buttare lo zaino per terra che ti arriva un cocktail. Alle cinque e mezza, manco fosse la merenda.
Compleanno del prossimo inquilino, cioè quello che verrà dopo di noi. Già frequenta le stanze, si propone in anteprima. Ovviamente non richiesta, ma è un bravo ragazzo, timidamente nascosto sotto un costume di muscoli.

Si chiacchiera, si partecipa come si può – improvvisati e confusi – a questo party a base di stuzzichini e torta ricevuta per posta celere. Poi, nel tripudio d’omossesualità (ed è in momenti come questo che canticchio quella canzone di Elio), appaiono un paio di ragazze. Attenzione: pare che a questi giovanotti non vadano molto a genio le lesbiche. Il motivo ancora non mi è chiaro, ma indagherò. Quindi due signorine eterosessuali (finalmente) che apprezzano immediatamente la nostra italianità misto “siamo straight e siamo cool”. Ci si intrattiene, ma il problema si pone subito: che si fa? Una carina quanto basta per tirare un sospiro di sollievo, l’altra, purtroppo, non ci siamo. Eh no, non ci siamo. La matematica, va da sé, ci insegna che 2 più 1 fa threesome. E magari anche no. Il cinema ci racconta che va sempre a finire male, da Jules et Jim a Y Tu Mama Tambien, fino ai video di Youporn (la battuta ce la dovevo mettere, ridiamo assieme).

Per farla breve, ci tocca il bim-bum-bam. Ma che tristezza, ma che spreco, ma cosa sta facendo questo biondo di due metri? No, scusa, non ballo. Ma se ti va, possiamo parlare del caro-prezzi.

Ad ogni modo, lascio in sospeso il finale della sorte, cioè di quel “chi se la piglia”. Passo volentieri, invece, ad approfondire l’altra, la bruttina con tanta grinta. Ci proponiamo come cuochi, o come apri-porte o battiscopa quando scopriamo che è la produttrice di Clooney. George, l’ormai talentuoso regista di Good Night & Good Luck e di altre cosette. Melinda, così si chiama, si è occupata della produzione di un fottio di immagini in movimento, tra cui i Power Rangers. Incredibile, nel bel mezzo di un party non atteso, non voluto, non contraccambiato, ecco che ti ritrovi a parlare e a fare lo sciocchino con una donna in carriera amica del festeggiato. Bravo lui, che l’ha invitata sapendo del nostro stato instabile e brava lei, che ci vuole portare alla festa del suo amico MySpace e a visitare gli studios approfittando dello sciopero degli scrittori.

Per adesso siamo ancora a casa, ma sono ottimista, almeno questa volta. Mangio burritos che non so neanche perché mi stuzzichino così tanto, però non ne posso fare a meno. Ce ne sono un sacco di varianti, tutte pasticciate, un pò cucina macinata alla buona, ma come ignorare il risultato? Una bomba.

Il burrito è sempre all’altezza, un pasto che non tradisce le aspettative. Ce n'è uno per colazione, eggs/bacon/potatoes, per pranzo, più fantasioso, e come snack, o per cena. C’è sempre. L’amico che ti trovi nel piatto.

Si prova un po’ di tutto, si cerca di vivere la città come un normale individuo della zona. Così, con un inglese ormai assimilato e senza un’occupazione precisa, è tutt’altro che semplice, ma pian piano le cose si stanno sistemando. Peccato, manca poco al ritorno nella penisola dei famosi.
Uscire a LA è impegnativo. Immaginate la Lombardia come un’enorme città. Ecco Los Angeles. Muoversi da queste parti è come andare a Milano a comprare le scarpe, fermarsi a Brescia per uno spuntino, poi passare a Mantova per incontrare alcuni colleghi ed infine tornare a casa, per esempio a Como. Sostituite le suddette con Beverly Hills, West Hollywood, Inglewood, Santa Monica e ci siete quasi.
L’unica risorsa è l’automobile, le arterie di questa città ne assimilano in dosi esagerate, o il taxi. Senza metropolitana e con un sistema di bus che francamente inganna, di camminare non se ne parla. Ho contato cinque scooter in 2 mesi. Ci sarà una località anche per loro, qua è sempre così.

Quindi si vive a coito interrotto. Si fa tutto mai abbastanza. Poi capita di fare troppo, e allora ci vogliono un paio di giorni di isolamento per tornare alla propria personalità.

In casa c’è un cane, Lola, arrivato senza bussare. Con arroganza. Rhumba, il nostro socio della cricca, pare aver accettato senza indugi la nuova indesiderata. Starei ad osservarli per ore, hanno una logica tutta loro. Una socialità che andrebbe presa d’esempio, soprattutto per le giovani coppie. Rhumba e Lola si rispettano, e sanno quando è il momento di rintanarsi ognuno nel proprio guscio. Lei è la tipica ragazza timida e in conflitto con l’aspetto troppo pettinato. Vorrebbe parlare di Kant, le tocca leccarlo sulla schiena. Lui è confuso, nel pieno della sua fase ormonale, potremmo dire che non capisce più un cazzo. Poveretto, quanto lo comprendo. È distratto, non riesce a gestire la stagione dell’amore.

Josh, il roomate noto per le sue massime sul rapporto vita-party, me ne ha donata un’altra. Erano le quattro di mattina, di ritorno da una serata che lasciamo in fuoricampo. Dopo due ore aveva un aereo per Chigago, festival del cinema, il corto del suo amico in concorso (e noi si tifa per lui, deus ex machina di un film che mescola Lynch, omosessualità e bibbia in una Los Angeles sorda). Ebbene, giustamente non si preoccupava del fatto che, magari, era ora di dormire. No, al contrario è uscito di nuovo (e lì l’abbiamo salutato) per un altro happening su qualche collina o non so.

Alla domanda “Hey Josh, ma domani come fai? Una dormitina? L’aereo? Eh?”, il ragazzo risponde con tono signorile: “You live once!”.

Grazie. Un supereroe che, a quanto pare, in nome della festa è comunque riuscito a partire non si sa come. Il suo metabolismo è un mistero, ma finora non l’ha mai tradito. Superpoteri.
Tuttavia il PartyBoy comincia a sentire il peso delle responsabilità. Nel suo scaffale è apparso un libro che suona come criptonite per Superman.

“How To Stop Drinking”, dello stesso autore di “How To Stop Smoking”.

In uscita, dopo questi due bestsellers, anche “How To Stop Reading My Books”.
Lo sto scrivendo io, sotto copertura e anche sottovuoto.

Alla prossima.

venerdì 9 novembre 2007

#14. Metereopatie


Mia nonna era americana. Non ci sono dubbi.
Nata nel cremonese e cresciuta in un cascinale non ben delineato, si trasferisce con famiglia in un paesino del bresciano. Il resto sono tortelli alla zucca, torte di rose alte una spanna, festival di fritti. Ovvero l’eccesso americano nei confronti del cibo. E poi consumava. Riempiva il frigorifero anche se viveva da sola, uno non bastava, ne utilizzava due. Carni, sughi, quintali di ripieni, yogurt, burro, ovunque, gelati doppi.
Una cantina che, come un nascondiglio, faceva da panic room in caso di guerra atomica. Scatole, scatolame, latta e barrette di cioccolato. Acqua, vino, vetro.
La comodità, la televisione, la ruota della fortuna e ok il prezzo è giusto, i talk-show pomeridiani, le televendite, il partito dei pensionati, i teleimbonitori. Poltrone, quadri a coprire ogni angolo, colori, stravaganza, disordine. Ammassi di cose, nascoste o accumulate in giro, pentole giganti, biscotti ridondanti. Un barocco. Un pasticcio.

Il giardino della nuova abitazione me la ricorda. Abbiamo anche il classico giardinetto “backyard”, cioè il dietro-casa. Con due garage di legno. C’è la siepe e le mattonelle grezze. Uno scarabocchio di piante, fiori e vasi di pessimo gusto. Entità che non starebbero mai assieme. Ecco, esattamente come quel puttanaio di cosacce a caso disorganizzate da mia nonna.

Una casa, questa, che sa un po’ di vecchio. La cucina è un assemblato di credenze che non hanno abbastanza spazio. Legno in bagno, legno in camera, parquet, legno la struttura dell’immobile.

Non importa, è carina. Luminosa e un pò iberica.

Nuovi incontri in giro. Soprattutto Kief, un ragazzo di New York che fa il regista di documentari. Incontrarlo in cima ad un palazzo, sul tetto, invitati ad un party del festival del cinema indipendente non è stato difficile. Fuma, non ha le sigarette, gli teniamo compagnia. Un uomo normale, dalla faccia gommosa, che ti vien voglia di giocarci come col pongo. Lo sguardo è lucido e sornione, annoiato dalla vita ma curioso di inseguirla, condito da una risata rassicurante.
Si chiede perché gli americani seguano i film stranieri coi sottotitoli, mentre in Europa si usa spesso il doppiaggio. “American are not so smart, you know…” – dice – “…so why do european use those weird actors? I met the German - DeNiro...can you imagine?”. Li chiama “attori”, ma sono doppiatori. Gli spieghiamo che, probabilmente, sono molto più bravi dei nostri attori sullo schermo.

Kief sono d’accordo con te. Perché non ci piacciono i sottotitoli? Gli americani come lui si stupiscono di questa lacuna ma, forse, ci sopravvaluta.

Israel è un ragazzo Venezuelano. Ha 16 anni ed è un po’ bambino prodigio. Mi chiama “where’s the pizza” e non me la sento di spiegargli quanto non mi diverta quella gag. In effetti mi mette in soggezione, pazzesco. Un ragazzino che ha cominciato a studiare a 3 anni. Lavora coi visual effects e fa il bulletto low profile. Da tenere d’occhio.

Un altro personaggio è un bizzarro svizzero che mi fa domande sul cinema di Celentano. Facciamo un passo indietro e partiamo dal look. Questo tizio dal nome non chiaro è pettinato come un nerd anni 50. Brillantina, temo, e portafogli con catena. Un po’ fashion-victim con preferenza per colori scuri, è decisamente singolare. Mi chiama per nome in continuazione, lavora nel marketing, e mi racconta che la scrittura è la sua terapia. Non capisco che storie narri, ma certamente so che ha visto molto cinema di Pasolini. È già il secondo svizzero, qui, che me lo dice.

Intanto LA comincia a somigliare a Milano. Nebbiolina al mattino ed un cielo coperto di nuvole rendono la città incomprensibilmente triste. Fresco, non freddo, ma certamente accendere il riscaldamento, dopo che fino alla scorsa settimana si sudava, è stato un leggero shock.
È arrivata un’ipotesi d’autunno, che speriamo si traduca di nuovo in sole. Tempo di sfide a colpi di giochi in scatola, maratone filmiche, marmellata.

È sempre Los Angeles, forse un po’ più malinconica.