giovedì 25 ottobre 2007

#13. Elezioni Preventive


Fine ottobre 2007: la California brucia e Los Angeles è torridamente calda.
Vento da asciugacapelli, sole rosso, aria pressante. Decisamente un’insolita vigilia di Halloween.
Ho visto un po’ di news italiane riguardo questa ondata di incendi. Ebbene, come al solito si confonde la notizia con un palloncino. La si gonfia. Giusto per giocare di confronti, qui la percezione del day-by-day è fortunatamente un po’ diversa. LA continua a muoversi, a camminare. Si parla di tutto, non ci si ferma sui carboni ardenti. Un esempio: conversando col roomate americano, gli ho chiesto degli incendi.

“Allora...LA continua a bruciare…E come la vivi tu? Immagino sia destabilizzante...brucia tutto...”
. “Sì, ancora incendi”.

Stop. Poi ho posto lo stesso argomento a Walter, un argentino che gestisce il nostro palazzo. Risposta di routine, non polemiche. Dove sono le polemiche? In Italia le spalmiamo sul pane bianco, qui si dribblano. 1-0 per loro.
Sì, perché vedendo un cielo offuscato, nero di pece a monte, mi sono leggermente preoccupato. Invece la gente del luogo non cambia una virgola della giornata, la vive con una certa serenità. Ognuno al suo posto, ognuno col suo ruolo. Così, come i pompieri supereroi sapranno domare le fiamme, i ragazzi delle caffetterie continueranno a servire cappuccini. Sono commosso.

Passiamo ai mormoni. È decisamente mormomania. Tutti mormoni.

Doveva capitare anche questo. Dopo aver avuto un rapido contatto indesiderato con CL, anche in California, esportata accuratamente dall’Italia che non ci piace, ho optato per nuove confessioni. Per caso, ci tengo a sottolinearlo, sono stato invitato a cena a casa di mormoni. Due parole per definirli: non comprendo. In America ci si inventa qualcosa la mattina appena svegli, chi si alza con uno slogan che poi trasforma in supermercato, chi trova nel succo d’arancia la freschezza come concetto per la resurrezione, e chi s’inventa una dottrina. Per inciso: meglio Tetris.

Ad ogni modo, facciamo uno sforzo.
La mormomania conta circa 12 milioni di fedeli in tutto il mondo e, attenzione, circa 22 mila sono in Italia. Cercateli, trovateli e offrite loro un caffè. Sarà divertente. Questi ragazzi non possono assumere coca-cola e simili, caffeina e derivati, alcool e varie ed eventuali. Credo non possano nemmeno concedersi una sigaretta. Cristo!
Ci si domanda il perché, mentre la macchina è ormai in zona cena, queste persone facciano certe scelte. Arrivati, ci offrono un bicchiere d’acqua. Chiedo del ghiaccio, casomai sballasse.
Si cucina carbonara e si fa festa in nome della “spaghettata”. Tante ragazze, un paio di amici. Si ride e si scherza, c’è tanta simpatia nei nostri confronti e un cenno d’agitazione in attesa della pasta italian-style. Una manciata di bruschette le tiene buone, fintanto che l’acqua bolle.

La nostra bottiglia di vino rimane in sordina. Mostro ad una ragazza come si stappa – per lei era la prima volta – e mi fingo sommelier. Le agevolo il bicchiere, in segno di pace, ma non c’è possibilità alcuna. Lo annusa, e si defila. Rimango da solo a scolarmi il resto della bottiglia che voleva essere un dono ed è rimasto un diversivo.
Ma quanto si chiacchiera, quanto si improvvisano frasi idiomatiche. Va bene così, un (in)sano esercizio di conversazione, per portare avanti il progetto inglese, (finora pare essere l’unica cosa che ha senso).

Ecco, la mormon-connection è andata. Tutto sommato ce l’abbiamo fatta, temevo la preghierina prima del pasto. Avevo già preparato la finta retorica sul “grazie per il pane che ci hai donato”, ma non è servita. Peccato, cominciavo a crederci. L’avevo farcita di riferimenti a Mastella e a Don Lurio. Li volevo tirare in ballo per il mio teatrino degli errori, (battuta a doppio strato: probabilmente adatta ad un pubblico adulto, preferibilmente residente al confine con la Svizzera e senza tapparelle).


Deal or No Deal.

Beh, questo show è incredibile. Un preserale dal ritmo indecente che ruota attorno a valigie misteriose, accudite da pseudo-modelline. Lo studio è uno scarabocchio di colori vivaci, camere che girano come pallottole ed un presentatore che Amadeus gli fa una pippa. Però diciamolo: somiglia a Mastrolindo, se invece del marinaio gay avesse preferito uno stile più Wall Street.

La concorrente, reduce da un cancro, sovente ripete che è reduce da un cancro. Il presentatore le chiede “da cosa sei reduce?”, e lei risponde “da un cancro”. Il pubblico esulta, applaude sempre e non delude. La famiglia la sostiene e pure la moglie di Ozzy Osbourne. Per non parlare di Alec Baldwin, in collegamento per sparare una serie di sciocchezzuole da terza liceo. Un attore ormai gonfio, anche lui con tanta voglia di mettere la parola “cancer” dappertutto, come il prezzemolo.

Stiamo parlando di “Affari Tuoi”, Deal or No Deal. Il format originale è pure peggio della versione italiana. Cioè la notizia è che, per una volta, abbiamo copiato (pardon, adattato) meglio.
La ragazza se la gioca abbastanza male, e non si capisce la necessità di riesumare un’agonia come il cancro, giusto per creare empatia. Lo seguo fino alla fine, con due amici americani. Loro vivono il quiz come un superbowl, saltano sul divano e si arrabbiano. Commentano tutto e fanno clap-clap. Non mi resta che partecipare. Però, alla fine, mi diverto. Non avevo mai pensato che una perdita di tempo potesse trasformarsi in un meeting point.

Deal or No Deal? No Deal, No Deal, No Deal. La teoria dei miei compari è che “no deal” è sempre meglio, perchè così le offerte dell’uomo misterioso (quello che chiama il Bonolis o l'Insinna di turno) aumentano e allora si che si può anche accettare il “deal” che, al contrario, è una persuasione bastarda e tendenziosa.

Poco importa. Quello che rimane è un nuovo tormentone.
Stanotte ho sognato Scialpi. Il noto cantante di “rock&rolling”, ed altre tremende scomposizioni musicali, mi offriva un burrito a Downtown.

Per la prima volta ho avuto paura. Però su Fox c’è la quarta serie del Dr House. In lingua originale è ancora più apprezzabile, dialoghi curatissimi e spesso utili perché pieni di slang. Nei nuovi episodi c’è un mormone.

E’ mormomania. Deal? No deal.

lunedì 15 ottobre 2007

#12. In Rainbows


Ascolto il nuovo album dei Radiohead mentre cerco di sistemare pensieri disordinati.
La confusione aumenta di giorno in giorno, ma è il weekend il vero deus ex machina del mio stato d’animo incandescente. Il sangue ha ricominciato a circolare come il traffico all’orario di punta. Mi guardo allo specchio, tanti specchi, e cerco di ritrovarmi. Ma sono le smorfie ad avere la meglio sul mio tentativo di riflettermi. Non ci riesco. Più.
E’ successo qualcosa, in queste ultime due settimane, qualcosa che non riesco a spiegarmi. Così provo a scrivere, ma non servirà a molto. Da qualche tempo - è evidente - la permanenza in California è diventata una prova da superare. Anzi, un esame intensivo autoprodotto. E chissà chi me l'ha fatto fare. Io, in primis. Volevo staccarmi dall’abitudine. Stavo bene, per la prima volta mi sentivo a posto, con un ruolo ed un’identità riconosciuta. Forse ero l’unico a metterla in discussione. Qui, indubbiamente, devo fare i conti con aspetti che non avevo considerato, perché non volevo occuparmene.

Succede che, invece di raccontare un luogo, fotografo come radiografie processi mentali d’accusa. L’imputato sono io, egoisticamente egocentrico, ma questa volta solo un puntino senza possibilità di creare immagini. Come quando sulla settimana enigmistica si fanno i disegni con i numeri. Ognuno conduce all’altro, fino a trasformarsi in forma. Adesso no, non posso contare.

I poliziotti hanno bussato di nuovo, l’altra sera. Stavamo conversando tra buoni amici, in cucina, con una musichina a condire il tutto. Purtroppo il palazzo, ormai è lampante, rema contro. Un gruppo di anziani in fase terminale ha deciso che ce ne dobbiamo andare.
Walter, il manager del residence, si è trasformato in sceneggiata. Così venerdi sera si presenta dopo i cops, e comincia a blaterare frasi sconnesse, lamentando un’insofferenza ai problemi. “I miei figli”, dice, “devono rimanerne fuori”. Eh?
Ecco, l’ultima cosa che ci serviva era partecipare ad una piccola follia del vicinato. Paranoie generate da un bizzarro ricorso al co. Ovvero: agli americani piace organizzarsi. Se e quando lo fanno, sono bravi a smuovere. Infatti noi, per esempio, ce ne andremo. Nuovo appartamento, lontano da ordini del giorno.
Walter è una persona onesta, sensibile, capisco la sua agitazione, dovuta ad una non abitudine alle questioni, però esagera. Minaccia, urla, si toglie il maglione. Salta e gli occhi perdono l’equilibrio. Mi dispiace vederlo così, ma non riesco a formulare frasi in inglese all’altezza della situazione. Me ne sto zitto, limitandomi ad osservare. Lo faccio sempre. Rubo quello che posso da quello che vedo.

Domenica mattina ho letto Repubblica. Arriva anche sulla Sunset Boulevard, in prossimità del Viper Room di Johnny Depp. Là, dove morì un giovane River Phoenix troppo entusiasta della serata. Mi accomodo ad un tavolino, caffè e quotidiano. Con muffin che sa di panettone. Un muffin francamente enorme, più adatto ad una famiglia che ad una colazione informata.
Faccio conoscenza con Pietro, un uomo che si è trasferito a LA lo stesso anno che mi ficcavo nel mondo. Coincidenza che mi fa pensare. A cosa non lo so, ma penso.
Pietro viveva a Milano e mi chiede com’è diventata. Imbarazzato, cerco di non sconvolgerlo troppo. Poi commentiamo assieme il senso del “Welfare”, le immense lacune della nostra politica, il ruolo dei giovani che non sanno più come distinguersi dalla società dei padri. Due mondi depressi. I cinquantenni che hanno perso, mettendo in gioco il ruolo di genitori, ed i figli che sono nati sbagliati. Un bel dipinto. Munch apprezzerebbe.

Per entrare in certi locali ricercati serve una bella ragazza. Solo nel caso, va detto, che non si disponga di una prenotazione. Il Marmount piace subito. Pub londinese con voglia di riscatto, nonostante i tavolini (molti) intimi, la gente sta in piedi. Le donne si distinguono per un non-detto desiderio sessuale. Ed è socialmente interessante spiarle. Ragazze, signore, donne ancora non pronte per il grande salto. Si sistemano gli abiti, enunciando insicurezza, si guardano attorno solo per sapere come le guardano gli altri. Hanno voglia di parlare, e allora parliamone. Però non ci credo, è l’ennesima prova di quanta schizofrenia ci sia nel loro hanging out. Chiunque si scusa anche solo per un contatto involontario o forzato dall’attrito. Sono stanco. Adoro questa civilizzazione continua, capace, talvolta, di rendermi nervoso. Odio le mille regoline che stanno dietro l’ordinazione di un caffè o la selezione per gli ingredienti del panino.

Gli americani sanno stare in coda. Non suonano il clacson, non fanno doppie file, si mantengono ordinati. Rispettano regolette spesso ridicole. Io provo a fare lo stesso, ma fatico a rimanere serio.
Non smetto di essere critico, è più forte di me. Poi mi ritrovo in contesti che non mi appartengono, allora compro una camicia. Sono diventato dipendente dai colletti. Ormai indosso solo camicie o camicie a maniche corte. E’ il mio metodo per fingere. E’ il mio modus operandi per trovare un posto a sedere.

Santa Monica è capace di sistemare tutto. Cammino sulla spiaggia, scarpe in mano, e respiro. Mi lascio attraversare dal vento che sa di oceano con la febbre. Passeggiano persone talmente diverse tra loro, che a descriverli servirebbe un libro ciascuno.
Due signori distinti, eleganti ma casual, incrociano il nostro percorso. Uno è Donald Sutherland, già visto in Mash di Altman, o in una marea di altri film. Padre di Kiefer, quello di 24, visto così, per caso e senza pretese, potrebbe essere un architetto. Lo scruto, per fissarmi l’immagine in testa. Lo salvo sotto la cartella “attori senza cravatta”. E gli voglio già bene.

Il cd è già alla seconda ripresa. Solo 40 minuti per un album passano veloci. Ma riascoltarlo genera piacere. La ripetizione mi aiuta. Ripeto cose, frasi, nomi, parole. Mi aiuta come il fuoco a scottare le caldarroste. Quanto mi mancano. Ottobre è un mese importante, quel mese in cui si comincia a stare attorno al focolare. Invece io sono abbronzato, col sole che c’è, come se il tempo fosse freezzato senza data di scadenza. Piove solo il venerdi, che qualcuno prima o poi dovrà spiegarmi il perché.

Consiglio di pranzare da Counter. Ristorante allegro e postmoderno, riesce ad intercettare la famiglia e il single incazzato. Quando arrivi ti consegnano una cartelletta, con matita e fogli da compilare. Sembra di essere in comune. Con calma si scopre che è il modulo per comporre il proprio originale hamburger. Capito il gioco, l’atmosfera torna ad essere sorridente. Mi fisso su un dipinto: l’uomo di zucchero dei Ghostbusters. Ovunque vada, trovo sempre un oggetto da fissare, che diventa il feticcio del mio pasto.

Il mio coinquilino mi ha detto una frase, dalle sonorità filosofiche, che mi ha fatto riflettere per almeno 3 minuti. “The party ends when you die”. Vi lascio col beneficio del dubbio.

sabato 13 ottobre 2007

#11. Cuscino


Non avrei mai pensato di parlarne.

Invece lo dico subito: amore.
Una parola che non mi piace usare e che credevo non m’appartenesse.
Los Angeles è una città senza amore. Incontri veloci, cordialità spalmata, porte chiuse.
La socialità si fa nei locali, negli appartamenti, nei luoghi chiusi. Fuori c’è il sole, ma la gente non si ama.

Dov’è l’amore? E quanto mi manca? Tantissimo.

Così nasce una schizofrenia generale, un modo per sopperire a questa mancanza. L’amore.
Si parla con tutti, ci si conosce tutti, si esce tutti assieme, si conversa. Ma non c’è sentimento, piuttosto un eccesso di proteine.
E quando sembra che, forse, qualcosa si è capito, no, niente. L’amore è sfuggito un’altra volta.
Cedendo il posto ad una consolazione di peluche o di cioccolato.
Questo grave assente, l’amore, rende bambini. Ci si rannicchia sotto le lenzuola come a nascondersi. Si pasticcia con le golosità, come quando da infanti lo si faceva di nascosto dalla mamma.
Ci si vuole bene da soli, con quello che rimane. Il mondo ha un aspetto diverso e la mattina sa di brioche.

Capisco tante cose. Capisco cos’è l’amore e che mi ero sbagliato. Non riesco nemmeno ad essere cinico. Sono diventato buono che mi farei la comunione. Vorrei andare in giro a distribuire abbracci. Vorrei un parco sincero. Vorrei trovare una piazza, ma qui “plaza” è un’isola di traffico.

Mi mancano gli sguardi, i sorrisi ingenui, le pacche sulle spalle, le caramelle appiccicose nelle tasche. Mi mancano i cestini, la marmellata e le corse attorno agli alberi. Mi mancano i viaggi in automobile seduti dietro a cantare. Mi manca l’aperitivo tra pochi intimi, le conversazioni con un occhio al premio partita - cioè patatine e salatini o fetta di pizza inclusa - gli appuntamenti sempre in ritardo.

Sto realizzando che sapevo benissimo cos’era l’amore ma facevo finta di starne lontano.
Los Angeles ti scivola addosso, attorno, sopra e sotto. Ma non fa compagnia. Non si siede su un prato. Pensa che il gioco della bottiglia sia un’occasione d’affetto. E non bacia.

Sono pieno d’amore che mi sento scemo. Però sono felice e sorrido. Perché ho capito. Finalmente ho dovuto mollare il bastone. E camminare morbido.

Speditemi Amore. Risponderò volentieri.

giovedì 11 ottobre 2007

#10. Giorni sbagliati


La mattina ho bisogno del phon. Ci sto pensando da due settimane. Qui c’è sempre il sole, ma comincia a diventare una cosa normale, con la quale fare i conti. Quindi phon.
Dove sono i termosifoni a Los Angeles? Mai visto uno. Ovviamente i generatori di calore sono altri, nascosti tra le pareti o per condotti non troppo percettibili. Resta il problema che, tutto sommato, i caloriferi suggeriscono riparo, una sorta di nascondiglio di cui si sente la mancanza.

Gente a caso. Questo è, in sintesi, il risultato della mia vita sociale. Ho provato a trovare un equilibrio, un day-by-day anche all’estero, ma non ci sono riuscito. Ne approfitto per raccontare cosa capita a me. Un esempio di giovane italiano a LA che voleva imparare l’inglese ma si ritrova ad affrontare una crisi. Un ragazzo che voleva conoscere l’america e che deve fare i conti con il vicinato. Uno che scrive ma non riesce più ad inventare. Perché è tutto già scritto, o meglio, perché basta camminare per strada e trovare facce che prima si potevano solo immaginare.

La giornata-tipo comincia alle 7:00AM. Mi alzo e cerco di capire che cosa posso fare per pulire la moquette. Il materiale più arrogante di sempre. Dopo mezzora preparo il caffè. Ecco, sono fiero di aver risolto la questione-Moka. Adesso la giornata debutta con un minimo senso garantito. Dopo una rapida rassegna stampa ed un controllo mail in linea con gli orari italiani (cioè in differita) parto per la scuola di inglese. ELC. Mi sento un ragazzino e controllo i compiti. Non mi capitava da un po’. E’ come tornare al Liceo con una nuova consapevolezza.

Poi, dopo la lezione delle nove, c’è una mutazione.

Capita di incontrare Paul, il direttore, un giovanotto del Montana. Barba incolta e look da “mi piace lo ska”, il ragazzo scherza con me. E’ l’amico di tutti. Uno che s’invita alle feste.
Il break è sempre un’occasione per conoscere qualche nuova entrata: ogni settimana arrivano giapponesi, coreani e svizzeri. Talvolta italiani e spagnoli. O brasiliani. E’ la parte della giornata che mi irrita maggiormente. Non si riesce mai a concludere nulla, è come la fila davanti al cesso. Un fastidio imposto che non volevi affrontare. Chiacchiere nemmeno da bar, da staffetta. Fatica sprecata.

La seconda lezione è di pura conversation. Il docente fa la differenza, soprattutto quando propone gli argomenti. Così c’è chi se la gode in mezzo a grandi dibattiti e chi, come me negli ultimi giorni, è costretto a tergiversare attorno a insetti e clonazione. O consigli su come arredare. Per uscire da questo sistema nervoso mi sono imposto di arrecare disturbo. Pongo dubbi, quesiti, monologhi. Descrivo l’Italia, l’Europa, annedottica sulla mia vita, opinioni, commenti sull’attualità. Faccio domande impertinenti all’insegnante, talvolta mi occupo della sua vita privata. Sono come un uomo in sbatti che vuole un gruppo di sostegno.

Mi hanno rubato i capelli. Avevo rimandato per un mese il torbido appuntamento al Barber Shop. Temevo che non ci saremmo capiti, che nel caos della traduzione c’avrebbero rimesso i ricci. E così è stato. Quel tenace vecchietto mi ha resettato la testa. Non una pettinatura, ma quel che rimane di prima. Ed ho pagato anche la maggiorazione “per l’impegno”. Metropoli bastarda!

La pausa pranzo, a differenza del break mattutino, è un ibrido tra la totale scanalatura delle palle e un’occasione per rilassarsi. Fortunatamente gli amici del Sandbag’s, diventato il lunch-maker di fiducia, ci vogliono bene. Il coreano che tiene in piedi la baracca, recensita anche da alcune riviste di sociologia, c’ha preso in simpatia e ci vuole ospiti a casa sua. In Corea.
Quando arriviamo sa già cosa ordineremo e ci chiede come va con le ragazze. Forse uno dei primi casi di “simpatia urgente”, cioè di amicizia senza preavviso.

Il pomeriggio in classe è più disteso. Poche persone e più informalità. Si fa slang, ovvero parole e modi di dire americani per sentirsi più della zona, oppure lettura e analisi di articoli del Time. Interessanti entrambi, perché sono due esempi interculturali.
Con lo slang mi permetto di fare il simpaticone, la spalla del conduttore. Complice la timidezza di certi “compagni”, alzo un po’ il tono con un’ironia spesso facile. Sfotto gli americani prendendo(mi) per il culo. Uno strano pasticcio di generi che, assicuro, funziona. E i docenti se lo raccontano, o si imitano con altri studenti. Ho dato inizio ad una reazione a catena.

Con l’attualità, invece, sono posato. Trovo stimolante la possibilità di commentare il mondo con persone del mondo. E con l’inglese, che costringe alla sintesi e ad un ordine più preciso. Terribile quando, per mancanza di lessico, ci si trova costretti a far cadere un ragionamento.

La bizzarria dell’English Language Center è la connessione con l’euforia. Il clima è divertito e allegro. I docenti sono come una grande community. E i (generalmente) giovani allievi sono come turisti di passaggio che si appoggiano lì. Chi lo fa solo per avere il Visto, chi perché i genitori ce l’hanno spedito, e chi per lavorare. Praticamente un centro d’accoglienza per casi umani. Quanti ce ne sono, anche qui. Un giorno ne parlerò con calma.

Ad ogni modo c’è l’happy-hour. Un’attività fortemente consigliata dalla scuola dove partecipano tutti, e capita di bere shots con il direttore o qualche prof. Una ricreazione di matti. Si parla molto, l’inglese migliora col passare dei drink, e ci si confessa un po’. Il lunedì a lezione si torna alla normalità, quasi che si chiuda una parentesi. Mi sono chiesto come sia possibile, voglio dire, si tratta comunque di un istituto. Non avevo mai sentito di una scuola così “free”. Eppure devo ammettere che funziona, che aggrega, con un suo ruolo sociale.


Cops

Sabato notte c’era una festicciola da queste parti. Una cosina tranquilla, pochi intimi.
Il vicinato è vecchio, urlante, sgarbato. Un’anziana signora ci ha regalato frasi sinuose, come “fuck you bastards”. Un piacere.
Trasloco. Il party-boy con cui viviamo s’è fatto un po’ di nemici. L’appartamento sopra di noi, quello sotto, quello a lato. E pure due vecchiette incazzate del residence di fronte. Un disastro.
E’ un bravo ragazzo, ma qui la gente del palazzo pare un po’ di mentalità chiusa. Noi si vive, loro si sono dimenticati come si fa.

Così è tempo di moving-out. Ovvero: probabilmente cambieremo casa. Concedetemi un termine tanto italiano quanto stupido: menata.

Ad ogni modo non posso omettere un incontro del tutto inatteso. Due poliziotti bussano alla porta. Apro e chiedono degli inquilini. Usciamo in tre e c’intratteniamo con questa coppia poco Chips e molto improvvisata. Imbarazzati, ci dicono che qualcuno li ha chiamati perché facevamo baccano. Ma subito dopo parliamo di noi. Il baffone mi chiede di dove sono e cosa faccio qui. Gli racconto che in Italia è difficile trovare lavoro, che l’inglese è importante, che ho studiato ad una scuola di cinema che non mi ha ancora dato il diploma.

Cop: Quindi sei qui per imparare l’inglese?
Io: Sì
Cop: Ma non lo insegnano in Italia?
Io: Certo, ma facciamo molta grammatica e poca conversazione
Cop: E non si può imparare lì?
Io: lì siamo italiani. Qui americani…è più facile che mi capiti con chi l'inglese già lo parla…
Cop: Mah, perché io pensavo che si può usare anche il cd-rom. Io ho studiato così.

Salutano, cordiali e impreparati, e se ne vanno.

martedì 2 ottobre 2007

#09. Deserto


L’altra mattina sono impazzito. Per qualche minuto, forse anche un’ora, ho pensato che dovevo tornare a casa. “Che cazzo ci faccio qui?”. No, ho sbagliato tutto. Ho perso.
Credevo di essere un anti-eroe, invece mi sento un perdente. Loser.
Las Vegas mi ha dato una botta tremenda. La testa ha smesso di lavorare, si è fermata nel punto sbagliato. Come la ruota della fortuna su “perde”. Invece ho vinto 30 dollari giocandone uno.

Weekend nella città della follia controllata, dell’eccesso, del tutto-troppo solo qui. Il deserto attorno. Secco, asciutto, caldo microonde.

A più di 200 miglia da LA, Las Vegas appare proprio come un miraggio. Una lunga strada, sempre uguale, semplice da percorrere quanto inverosimile. Il cambio automatico rende la guida una passeggiata, e per un non amante del volante come me, diventa un’esperienza rivelatrice. Mi sento attaccato al terreno, bravissimo nel gestire il viaggio. Ho un piede e una mano libera, così posso tenere il tempo della musica. Ci vuole una colonna sonora per questo evento.

Ed eccola Las Vegas. Un grande parco giochi per adulti. Disneyland o Gardaland se fossero abitati, vissuti, civilizzati. Ma non si distingue la realtà dalla finzione. Camminando per la via principale, che giustamente si chiama Las Vegas Boulevard, ci si chiede di che materiale sia fatto questo centro cittadino. Tocco ringhiere, muri, pannelli. Alcuni dentro sono vuoti. Allora è vero, è una scenografia. Anzi no, è un’idea malsana per intrappolarti.

Basta entrare in un Casinò a caso. Bellagio, Monte-Carlo, Mirage, Ceasars. Che ore sono? Non ci sono orologi. Fortunato chi, come me, ne porta uno al polso. Il pericolo – malefico – è di perdere il senso del tempo. E succede. Anche se indosso il mio swatch. Non una finestra. Giorno e notte cessano di esistere lasciando il posto al continuum. Labirintite è la parola chiave. Diventa tutto molle, il pavimento si confonde coi tappeti, i soffitti sono cieli artificiali che, talvolta, simulano un temporale. Al terzo annuvolarsi ti girano i coglioni. Però ne sei assuefatto. I corridoi, le grandi sale, tavoli e banconi del bar si ripetono all’infinito. Mi complimento con il geniaccio bastardo che ha concepito questo scatolone chiamato Vegas. Riesce ad intrappolarti e a trasformarti in un topo da laboratorio. Attorno ci sono persone, ma sono vere? C’è qualcuno che davvero respira, che ha prurito, che si scaccola in questi labirinti luminosi? Non lo so, per un po’ mi sono perso anch’io.

E’ tutto studiato per confondere e percepire una vacanza mentale. Monopoli dove la pedina sei tu. Monopoli perché non ci sono soldi, ma fish o voucher. Il denaro muta in qualcosa apparentemente senza valore. Giocare. Puntare. Tentare. Vincere. Perdere. Il banco è un serpente velenoso.

Le slot machines sono migliaia, milioni, clonate una dopo l’altra, davanti, dietro, a lato. Gli specchi aiutano a sentirsi accerchiati, quasi ce ne fossero anche sopra e sotto. L’allucinazione è perfetta, lucidamente devastante. Ed il cinema, di nuovo lui, il vampiro della luce, ha mostrato questo luogo talmente tante volte che non ci si può esimare dal provare a mettersi in scena. E ripeto: è un pericolo.

Las Vegas val bene un weekend. Di più sarebbe detonante. Non ci si crede e anche al ritorno a casa si cerca di rimettere in ordine quello che si è vissuto. Una porzione di stravaganza misto imprudenza. C’è New York New York, un immenso hotel-casinò che riproduce la grande mela. Con tanto di Statua della Libertà. C’è Parigi, con la Tour Eiffel in miniatura (ma comunque parecchio alta e slanciata) e Arco di Trionfo. C’è pure una sorta di lago di Como, completo di spettacolone a base di fontane musicali talvolta su canzone di Bocelli.

E The Venetian, ovvero come un gruppo di progettisti hanno sistemato Venezia da queste parti. Un’idea che gli americani hanno di piazza San Marco e gondole, perché francamente io non la riconosco. Ma provo a capirli.

“Hey Paul, perché non facciamo una Venezia a Las Vegas? Tanto ci sono già altre città”
. “Oh, sure! Ci sei mai stato?”
“No, ma ho dato un’occhiata su Wikipedia. Facciamo così: ci sono due o tre cose che sistemerei, per esempio ci metterei un palazzone che fa da hotel e anche un po’ di illuminazione delle nostre”
. “Ok! E le vongole?”
“Ma…per quelle aspettiamo il parere di Frank…intanto io direi di buttare giù il progetto”
. “Ci facciamo mandare un po’ di vongolieri?”

(poco dopo, da Frank)

“Hey Frank, facciamo Venezia?”
. “You got it! Ma dove la mettiamo?”
“C’è spazio tra il Ceasars e quell’altro palazzo pop...”
. “Ok! Tanto anche Parigi è appiccicata al planet hollywood, che good deal.
“Paul la menava per le vongole”
. “Gondole!”
“Funny!”
. “Ci penso io. Mi faccio spedire un po’ di autoctoni. Cominciate a studiarvi la guida su Venezia. Io finisco di disegnare la torre che gira sempre…”

Sì, più o meno dev’essere andata così. Las Vegas è talmente deviante che anche un edificio in costruzione sembra un’attrazione. Un altro Casinò da provare.

Ho visto gente puntare tutto e perdere inesorabilmente migliaia di dollari. Ridono, e sembrano felici. Se giochi i drink sono gratis, paghi solo la mancia. Un altro strumento per paralizzare. Facile entrare ovunque, si è sempre i benvenuti.

Alle 9 di mattina, dopo una serata rinchiusi – probabilmente rapiti – in cofanetti dall’aspetto divertente, usciamo all’aperto. C’è il sole, le luci sono spente. Un passo indietro, nel Bellagio, ed è subito notte. O niente. Niente. Qui il tempo, la natura, la città, le persone, le cose, è tutto niente. Annullato, dilatato, infinito. Il taxista ci racconta che, tempo fa, ha accompagnato in hotel un uomo che aveva perso 2 milioni di dollari. Evidentemente se lo poteva permettere, ma si era sicuramente dimenticato che c’è una regola, nel luogo senza leggi: il banco vince sempre. Sia esso celato dietro uno specchio, un’insegna lampeggiante, una caricatura, un dado.

Fumo una sigaretta cercando l’uscita, ma trovo solo entrate che rimandano ad altre stanze. Poi, sopreso, scovo un angolo di casa. Divano, cornici, televisore e qualche mobile antico. C’è un salotto nascosto, meravigliosamente senza senso. Mi guardo le spalle, poi alzo la testa, controllo in giro. Torno indietro, verso le sempre presenti macchinette ciucca-monete, e riprovo a girare l’angolo. C’è davvero. Un salottino stile neoclassico con bagno privato. Mi accomodo. Non capisco. Sembra la scena finale di 2001:odissea nello spazio. Dov’è l’inganno?
Qui – solo qui – non c’è nessuno. Soltanto io e un’altra sigaretta. A Las Vegas si può fumare ovunque (altra bizzarra contraddizione americana). Rifletto. Forse mi fermo ancora un po’ negli States. Non è ancora tempo di tornare a casa.

Ogni giorno è come se perdessi un po’ d’identità. Per poi ritrovarla, nei momenti meno opportuni.
Credevo di potermi creare qualcosa, ma mi conviene cominciare a farmi imboccare. Come fanno loro, i californiani, abituati ad appartenere ad una routine già scritta, fatta apposta per te.

L’assaggio un po’, vediamo se digerisco.