
Fine ottobre 2007: la California brucia e Los Angeles è torridamente calda.
Vento da asciugacapelli, sole rosso, aria pressante. Decisamente un’insolita vigilia di Halloween.
Ho visto un po’ di news italiane riguardo questa ondata di incendi. Ebbene, come al solito si confonde la notizia con un palloncino. La si gonfia. Giusto per giocare di confronti, qui la percezione del day-by-day è fortunatamente un po’ diversa. LA continua a muoversi, a camminare. Si parla di tutto, non ci si ferma sui carboni ardenti. Un esempio: conversando col roomate americano, gli ho chiesto degli incendi.
“Allora...LA continua a bruciare…E come la vivi tu? Immagino sia destabilizzante...brucia tutto...”
. “Sì, ancora incendi”.
Stop. Poi ho posto lo stesso argomento a Walter, un argentino che gestisce il nostro palazzo. Risposta di routine, non polemiche. Dove sono le polemiche? In Italia le spalmiamo sul pane bianco, qui si dribblano. 1-0 per loro.
Sì, perché vedendo un cielo offuscato, nero di pece a monte, mi sono leggermente preoccupato. Invece la gente del luogo non cambia una virgola della giornata, la vive con una certa serenità. Ognuno al suo posto, ognuno col suo ruolo. Così, come i pompieri supereroi sapranno domare le fiamme, i ragazzi delle caffetterie continueranno a servire cappuccini. Sono commosso.
Passiamo ai mormoni. È decisamente mormomania. Tutti mormoni.
Doveva capitare anche questo. Dopo aver avuto un rapido contatto indesiderato con CL, anche in California, esportata accuratamente dall’Italia che non ci piace, ho optato per nuove confessioni. Per caso, ci tengo a sottolinearlo, sono stato invitato a cena a casa di mormoni. Due parole per definirli: non comprendo. In America ci si inventa qualcosa la mattina appena svegli, chi si alza con uno slogan che poi trasforma in supermercato, chi trova nel succo d’arancia la freschezza come concetto per la resurrezione, e chi s’inventa una dottrina. Per inciso: meglio Tetris.
Ad ogni modo, facciamo uno sforzo.
La mormomania conta circa 12 milioni di fedeli in tutto il mondo e, attenzione, circa 22 mila sono in Italia. Cercateli, trovateli e offrite loro un caffè. Sarà divertente. Questi ragazzi non possono assumere coca-cola e simili, caffeina e derivati, alcool e varie ed eventuali. Credo non possano nemmeno concedersi una sigaretta. Cristo!
Ci si domanda il perché, mentre la macchina è ormai in zona cena, queste persone facciano certe scelte. Arrivati, ci offrono un bicchiere d’acqua. Chiedo del ghiaccio, casomai sballasse.
Si cucina carbonara e si fa festa in nome della “spaghettata”. Tante ragazze, un paio di amici. Si ride e si scherza, c’è tanta simpatia nei nostri confronti e un cenno d’agitazione in attesa della pasta italian-style. Una manciata di bruschette le tiene buone, fintanto che l’acqua bolle.
La nostra bottiglia di vino rimane in sordina. Mostro ad una ragazza come si stappa – per lei era la prima volta – e mi fingo sommelier. Le agevolo il bicchiere, in segno di pace, ma non c’è possibilità alcuna. Lo annusa, e si defila. Rimango da solo a scolarmi il resto della bottiglia che voleva essere un dono ed è rimasto un diversivo.
Ma quanto si chiacchiera, quanto si improvvisano frasi idiomatiche. Va bene così, un (in)sano esercizio di conversazione, per portare avanti il progetto inglese, (finora pare essere l’unica cosa che ha senso).
Ecco, la mormon-connection è andata. Tutto sommato ce l’abbiamo fatta, temevo la preghierina prima del pasto. Avevo già preparato la finta retorica sul “grazie per il pane che ci hai donato”, ma non è servita. Peccato, cominciavo a crederci. L’avevo farcita di riferimenti a Mastella e a Don Lurio. Li volevo tirare in ballo per il mio teatrino degli errori, (battuta a doppio strato: probabilmente adatta ad un pubblico adulto, preferibilmente residente al confine con la Svizzera e senza tapparelle).
Deal or No Deal.
Beh, questo show è incredibile. Un preserale dal ritmo indecente che ruota attorno a valigie misteriose, accudite da pseudo-modelline. Lo studio è uno scarabocchio di colori vivaci, camere che girano come pallottole ed un presentatore che Amadeus gli fa una pippa. Però diciamolo: somiglia a Mastrolindo, se invece del marinaio gay avesse preferito uno stile più Wall Street.
La concorrente, reduce da un cancro, sovente ripete che è reduce da un cancro. Il presentatore le chiede “da cosa sei reduce?”, e lei risponde “da un cancro”. Il pubblico esulta, applaude sempre e non delude. La famiglia la sostiene e pure la moglie di Ozzy Osbourne. Per non parlare di Alec Baldwin, in collegamento per sparare una serie di sciocchezzuole da terza liceo. Un attore ormai gonfio, anche lui con tanta voglia di mettere la parola “cancer” dappertutto, come il prezzemolo.
Stiamo parlando di “Affari Tuoi”, Deal or No Deal. Il format originale è pure peggio della versione italiana. Cioè la notizia è che, per una volta, abbiamo copiato (pardon, adattato) meglio.
La ragazza se la gioca abbastanza male, e non si capisce la necessità di riesumare un’agonia come il cancro, giusto per creare empatia. Lo seguo fino alla fine, con due amici americani. Loro vivono il quiz come un superbowl, saltano sul divano e si arrabbiano. Commentano tutto e fanno clap-clap. Non mi resta che partecipare. Però, alla fine, mi diverto. Non avevo mai pensato che una perdita di tempo potesse trasformarsi in un meeting point.
Deal or No Deal? No Deal, No Deal, No Deal. La teoria dei miei compari è che “no deal” è sempre meglio, perchè così le offerte dell’uomo misterioso (quello che chiama il Bonolis o l'Insinna di turno) aumentano e allora si che si può anche accettare il “deal” che, al contrario, è una persuasione bastarda e tendenziosa.
Poco importa. Quello che rimane è un nuovo tormentone.
Stanotte ho sognato Scialpi. Il noto cantante di “rock&rolling”, ed altre tremende scomposizioni musicali, mi offriva un burrito a Downtown.
Per la prima volta ho avuto paura. Però su Fox c’è la quarta serie del Dr House. In lingua originale è ancora più apprezzabile, dialoghi curatissimi e spesso utili perché pieni di slang. Nei nuovi episodi c’è un mormone.
E’ mormomania. Deal? No deal.
Vento da asciugacapelli, sole rosso, aria pressante. Decisamente un’insolita vigilia di Halloween.
Ho visto un po’ di news italiane riguardo questa ondata di incendi. Ebbene, come al solito si confonde la notizia con un palloncino. La si gonfia. Giusto per giocare di confronti, qui la percezione del day-by-day è fortunatamente un po’ diversa. LA continua a muoversi, a camminare. Si parla di tutto, non ci si ferma sui carboni ardenti. Un esempio: conversando col roomate americano, gli ho chiesto degli incendi.
“Allora...LA continua a bruciare…E come la vivi tu? Immagino sia destabilizzante...brucia tutto...”
. “Sì, ancora incendi”.
Stop. Poi ho posto lo stesso argomento a Walter, un argentino che gestisce il nostro palazzo. Risposta di routine, non polemiche. Dove sono le polemiche? In Italia le spalmiamo sul pane bianco, qui si dribblano. 1-0 per loro.
Sì, perché vedendo un cielo offuscato, nero di pece a monte, mi sono leggermente preoccupato. Invece la gente del luogo non cambia una virgola della giornata, la vive con una certa serenità. Ognuno al suo posto, ognuno col suo ruolo. Così, come i pompieri supereroi sapranno domare le fiamme, i ragazzi delle caffetterie continueranno a servire cappuccini. Sono commosso.
Passiamo ai mormoni. È decisamente mormomania. Tutti mormoni.
Doveva capitare anche questo. Dopo aver avuto un rapido contatto indesiderato con CL, anche in California, esportata accuratamente dall’Italia che non ci piace, ho optato per nuove confessioni. Per caso, ci tengo a sottolinearlo, sono stato invitato a cena a casa di mormoni. Due parole per definirli: non comprendo. In America ci si inventa qualcosa la mattina appena svegli, chi si alza con uno slogan che poi trasforma in supermercato, chi trova nel succo d’arancia la freschezza come concetto per la resurrezione, e chi s’inventa una dottrina. Per inciso: meglio Tetris.
Ad ogni modo, facciamo uno sforzo.
La mormomania conta circa 12 milioni di fedeli in tutto il mondo e, attenzione, circa 22 mila sono in Italia. Cercateli, trovateli e offrite loro un caffè. Sarà divertente. Questi ragazzi non possono assumere coca-cola e simili, caffeina e derivati, alcool e varie ed eventuali. Credo non possano nemmeno concedersi una sigaretta. Cristo!
Ci si domanda il perché, mentre la macchina è ormai in zona cena, queste persone facciano certe scelte. Arrivati, ci offrono un bicchiere d’acqua. Chiedo del ghiaccio, casomai sballasse.
Si cucina carbonara e si fa festa in nome della “spaghettata”. Tante ragazze, un paio di amici. Si ride e si scherza, c’è tanta simpatia nei nostri confronti e un cenno d’agitazione in attesa della pasta italian-style. Una manciata di bruschette le tiene buone, fintanto che l’acqua bolle.
La nostra bottiglia di vino rimane in sordina. Mostro ad una ragazza come si stappa – per lei era la prima volta – e mi fingo sommelier. Le agevolo il bicchiere, in segno di pace, ma non c’è possibilità alcuna. Lo annusa, e si defila. Rimango da solo a scolarmi il resto della bottiglia che voleva essere un dono ed è rimasto un diversivo.
Ma quanto si chiacchiera, quanto si improvvisano frasi idiomatiche. Va bene così, un (in)sano esercizio di conversazione, per portare avanti il progetto inglese, (finora pare essere l’unica cosa che ha senso).
Ecco, la mormon-connection è andata. Tutto sommato ce l’abbiamo fatta, temevo la preghierina prima del pasto. Avevo già preparato la finta retorica sul “grazie per il pane che ci hai donato”, ma non è servita. Peccato, cominciavo a crederci. L’avevo farcita di riferimenti a Mastella e a Don Lurio. Li volevo tirare in ballo per il mio teatrino degli errori, (battuta a doppio strato: probabilmente adatta ad un pubblico adulto, preferibilmente residente al confine con la Svizzera e senza tapparelle).
Deal or No Deal.
Beh, questo show è incredibile. Un preserale dal ritmo indecente che ruota attorno a valigie misteriose, accudite da pseudo-modelline. Lo studio è uno scarabocchio di colori vivaci, camere che girano come pallottole ed un presentatore che Amadeus gli fa una pippa. Però diciamolo: somiglia a Mastrolindo, se invece del marinaio gay avesse preferito uno stile più Wall Street.
La concorrente, reduce da un cancro, sovente ripete che è reduce da un cancro. Il presentatore le chiede “da cosa sei reduce?”, e lei risponde “da un cancro”. Il pubblico esulta, applaude sempre e non delude. La famiglia la sostiene e pure la moglie di Ozzy Osbourne. Per non parlare di Alec Baldwin, in collegamento per sparare una serie di sciocchezzuole da terza liceo. Un attore ormai gonfio, anche lui con tanta voglia di mettere la parola “cancer” dappertutto, come il prezzemolo.
Stiamo parlando di “Affari Tuoi”, Deal or No Deal. Il format originale è pure peggio della versione italiana. Cioè la notizia è che, per una volta, abbiamo copiato (pardon, adattato) meglio.
La ragazza se la gioca abbastanza male, e non si capisce la necessità di riesumare un’agonia come il cancro, giusto per creare empatia. Lo seguo fino alla fine, con due amici americani. Loro vivono il quiz come un superbowl, saltano sul divano e si arrabbiano. Commentano tutto e fanno clap-clap. Non mi resta che partecipare. Però, alla fine, mi diverto. Non avevo mai pensato che una perdita di tempo potesse trasformarsi in un meeting point.
Deal or No Deal? No Deal, No Deal, No Deal. La teoria dei miei compari è che “no deal” è sempre meglio, perchè così le offerte dell’uomo misterioso (quello che chiama il Bonolis o l'Insinna di turno) aumentano e allora si che si può anche accettare il “deal” che, al contrario, è una persuasione bastarda e tendenziosa.
Poco importa. Quello che rimane è un nuovo tormentone.
Stanotte ho sognato Scialpi. Il noto cantante di “rock&rolling”, ed altre tremende scomposizioni musicali, mi offriva un burrito a Downtown.
Per la prima volta ho avuto paura. Però su Fox c’è la quarta serie del Dr House. In lingua originale è ancora più apprezzabile, dialoghi curatissimi e spesso utili perché pieni di slang. Nei nuovi episodi c’è un mormone.
E’ mormomania. Deal? No deal.




