lunedì 24 settembre 2007

#08. Gabriella dice No


E alla fine ti manca l’Italia.
Settimane come questa insegnano che c’è bisogno di sapori. Mi chiedo come sia possibile che un paese abituato a mangiare sano possa essere invece così malato. L’Italia, of course.

Qui invece si mangia merda, tendenzialmente, che poi magari si camuffa da panino o piatto ricercato. Eppure, si respira un’atmosfera più tranquilla, irreale.

Basta un De André o un De Gregori per tornare indietro. Un istante prima pensavi che questi Stati Uniti ti appartengono – che sei stato bravo, che sei entrato nel mood - un attimo dopo sei da solo e piangi. Lacrime incazzate, appassionate, stupide e ragionate. Piangi perché lo sai che non c’è nessuno, qui, che ti sa davvero abbracciare. Piangi perché sai perfettamente cos’è un salame, invece qui lo chiamano “salami” e non è neanche vero, è di plastica. Piangi perché hai lasciato un paese che hai dentro, ma che non vuole ascoltarti.

Esiliato consapevole e disperato, alla ricerca di risposte dopo un’overdose di domande. Hai voglia di quelle serate inutili, passate a contare gli scalini vicino al baretto. Di persone attorno a un tavolo, a far passare il pomeriggio. Di affettati, di caprese, di intingolo. Di scala quaranta.

Ho insegnato la spaghettata ai nostri amici americani. L’ho definita “quando si fa la pasta di notte, improvvisata”. Lo so, è una semplificazione. Ma qui non ho ancora a disposizione tante parole in inglese, quindi tendo alla sintesi. Se c’è una cosa di cui ho bisogno, fisiologico, è la parola. Abusata, esagerata, ripetuta, accavallata. Perso in traduzioni simultanee di quello che mi passa per la testa, mi ritrovo ad essere una persona diversa. Anche questo, un po’, fa riflettere.

Però ho trovato un metodo per mantenere un ruolo sociale: battute in tre parole. Funzionano, sono facili da usare e soprattutto alleggeriscono. La risata sistema la sofferenza che ti porti in tasca, quando sai che avresti potuto stupire con frasi complesse e virtuose, e invece dici solo “I like bonus in general”. Loro ridono, tu ti senti pirla.

Impari che devi rimetterti in discussione. Abituato ad essere prima di esserci, adesso ti riduci a tradurti. Che già è una bella conquista.

Gesticolare è diventato un must, quasi fosse un canovaccio di perfetta riuscita. Gli americani impazziscono a vederti muovere le mani in mille modi quando parli. E lo fanno anche loro. Impossibile descrivere qui lo stupore davanti ai loro tentativi di pronunciare frasi in italiano enfatizzando con il fisico. Hanno un corpo talmente avvezzo al frigorifero, che quando lo smobilizzano sono spassosissimi.

Ho parlato molto. Un tipo di Los Angeles appassionato di cinema tutte le settimane viene da noi a fare la “movie night”. Piccolo appunto: mentre scrivo, ora, lo stereo suona Jovanotti. Sono arrivato a questo punto. Di Morettiana crisi con impulsi da Bluvertigo, ho bisogno di pause. Non hanno il senso della pausa. Devono riempire tutto.

Perché la pizza, qui, ha i peperoni di default? Chi ha spiegato agli americani come si mangia in Italia? Qualunque cosa si mastichi, deve sempre essere piena. Bistecca con patate? Ma sì, mettiamoci anche riso, una manciata di pomodori, fagioli, pasta e sugo. Insalata? Certo, con dentro il ripieno delle lasagne. Una meraviglia.

Torniamo al signore della movie night. Da noi si dice “cineforum”. Fate le vostre riflessioni.
Il film è indipendente, un documentario-storia su come sballare a Los Angeles. Interessante, ritmato, ironico quanto basta per capire che chi l’ha scritto ha provato tutto quello che racconta.
Ma è solo per stare assieme, i ragazzi, qui in casa, si limitano ad assaporare un buon vino.
La prossima settimana è il turno di un altro dei “nostri”. Comunque tanto di cappello all’appassionato di cinema, che conosce i nostri migliori film, quelli dell’Italia che si sapeva tradurre in immagini, e che adora i miei registi preferiti.

Aisha, invece, è una ragazza di colore, o nera, di quelle che proprio chiameresti “big mama”. Si intrippa quando le racconto del Vaticano. Ci sediamo ed altri amici di amici arrivano e tutto d’un tratto c’è un pubblico. Ho la responsabilità di spiegare il mio paese a gente che in Europa ci viene perché pensa che stiamo da dio.
Capisco in fretta che forse è meglio alleggerire le questioni, quando arrivo a Buttiglione non c’è termine inglese per definirlo, quindi scelgo il daltonismo. E anche qui si aggiunge qualcun altro, sintonizzato sul mio essere “color-blind”. “Andiamo a fare shopping assieme” – mi promette Aisha, mentre si aggiusta un decolleté che ricorda le nonne in campagna – “ti faccio da guida tra i colori confusi”. Un ragazzo, che poco prima stava ballando con la finestra, si siede accanto a noi e ci spiega come “feeling” sia una parola da ristrutturare, perché l’etimologia e l’uso hanno finito per disperdersi. Un’attenta analisi linguistica, non richiesta, ma assai interessante.

Hanno le facce come sulle spillette. Come nei Robinson. Ci sono i migliori esempi di volti americani. Mi capita di parlare con qualcuno solo per la sua faccia. Mi serve una scusa per osservarla. Quando chiacchierano assieme, e tu sei lì con loro, hai l’impressione di vedere un film in lingua originale senza sottotitoli. Io gliel’ho detto, agli americani, e loro ridono. “Funny!”.

Ridere come tra amici, capita, anche con Ivan, un simpaticone innamorato degli uomini. O con Josh, a fine serata, alle cinque di mattina, dopo spaghettata e una playlist musicale mai così variegata. Ci si ritrova come “quelli della cumpa”, a conversare con parole che interrompono il chiudersi delle palpebre. E’ una sensazione di casa che avvolge. Nonostante la moquette morbidosa, il cane che si chiama come un balletto, lo slang che a poco a poco si capisce, e il cellulare che apre il cancello (il cellulare risponde al citofono!hey! ma che cos’è?), per un attimo mi è sembrato di vedere il caminetto acceso. E quell’iconografia da amaro Montenegro.

Ancora qualche lacrima, ma stavolta è di tensione calante. Si sorride immaginando come si racconterà agli italiani la prossima sequenza del film quotidiano. Che non ti molla un attimo. Ed è diventato routine.

Buona visione.

lunedì 17 settembre 2007

#07. Environment


Brunch a West Hollywood.
Capita che, dopo una nottata un po’ sopra le righe, il coinquilino trentaduenne sviluppatore di software ci inviti a “join” il dopo-colazione domenicale. Non è esattamente un pranzo. Credo si tratti di un pic-nic al bar in tarda mattinata. La domenica, qui, è un po’ festa per tutti. Vacanza. E tanto ghiaccio nei cocktail.

Ho dormito in stato confusionale. Ospiti liberi sparsi per il soggiorno. Io, stanco com’ero, ero a letto già a mezzanotte. Non c’è più sabato.

Ridono, urlacchiano qua e là come scoiattoli ballerini, va a capire che caspita staranno facendo.

Ma la vita in questa cittadina mi piace. West Hollywood, sulla Sunset e sulla Santa Monica Blvd, è un’isola felice per gente liberal, spesso omosessuale. Stanno bene, sono gentili e si scambiano opinioni. Poi ci sono le vecchiette e le famigliole, come da tutte le parti, ed il contesto si fa più equilibrato. Si respira cordialità, talvolta imbarazzo. Passerà, io mi rilasso.

Il coinquilino americano, per esempio, è un simpaticone. Un giovanotto garbato e molto elegante, un “signore” si direbbe. Spalle larghe ed una certa affinità con la creatina, chiacchiera volentieri con noi di politica italiana. Si definisce agnostico. Ci racconta che a Los Angeles le religioni si possono inventare. Quando commenta uno dei tanti drammatici momenti italiani, dice “it’s funny!”. Letteralmente: “è divertente!”. Declinato nel discorso sta per “ostia!”.

D’altronde, ogni tanto sbircio l’Italia. Soprattutto con gli americani.
Leggo i giornali, dai loro siti web, mi tengo aggiornato su blog e youtube. Ecco. Ieri, per esempio, ho visto l’ex premier cantare in francese. Con un omino che credo si faccia chiamare Apicella. Poi un Cristiano Malgioglio in gran forma, delirante nella canzone dedicata al già citato. Ma soprattutto Emilio Fede.
(Ris)copritelo nelle variegate performance su Prodi, Milan – che il rigore non c’era – ed una commovente gaffe ai tempi di Studio Aperto, quando riusciva ad anticipare le tattiche della guerra del Golfo.

Esiste davvero un Paese così?

Ad ogni modo, Josh è un grande. Uno della cumpa. Per noi è come un rassicurante peluche, bonaccione e senza pretese. L’amico che c’è sempre. Che ne sa a pacchi. E stira.

Beve a metà. Lattine di coca-cola diet lemon, o coca-cola zero vanilla. In cucina, sul divano, dietro al computer. Ce n’è sempre una. Sorseggia un po’, poi la ripone in frigo. Aperta e ancora da finire. Si sgasa! Josh, come fai a berla?

Lui è così. Apre e non chiude. Apre e non finisce. Ma ri-apre. Le cose si accumulano, e Josh non beve acqua. E’ ghiotto di cochine e succhini. O latte. Milioni di litri di latte. Vacche che vanno in menopausa per il suo latte. Un mito.
E se gli fai una domanda, smette di mangiare e parla con te. Anche dopo la domanda. Un bischero, a modo suo, che c’ha fatto chiamare il cane Robert per una settimana. Poi ha detto che era un “joke”, uno scherzetto divertentino. Robert, in realtà, si chiama Rhumba. Come la connessione wireless dell’appartamento. Rhumba-net.

Sì, si sta bene. Il ragazzo ci piace e ci paga il Brunch.
Ed è serio, lucido, conosce anche Gigi D’Agostino. Per dire…

Per quanto riguarda, invece, il bar della dopo-colazione, mi prendo una riserva. Tanti ragazzi. Ed un paio di anziane signore. Fanciulli, uomini, e gambe femminili di plastica al contrario. Colorato e virtuoso, direi. Un posto moderatamente pazzerello. Non sono a disagio. Mi guardo attorno e sorrido, neofita di questa esperienza così ampia. C’è una certa energia, attorno, ma nel complesso la gente si fa i fatti suoi, al suo tavolo, con hamburger o sandbag. I video di Madonna mi distraggono, così prendo tempo. Dove caspita sono finito? Io volevo un caffè veloce.

Robbie è abbastanza matto. Allusivo e tenace, difficile da contrattaccare. Si definisce una “bitch”, che non traduco. Ha 23 anni, ma sembra vecchio. E’ spassoso, ma parla troppo veloce. Ricorda parecchio Jack in Will&Grace. L’amico del gay tranquillo e riservato. Lui, chiaramente, è quello che fa la principessa.

Tornato a casa, avevo bisogno di certezze. Ho fatto la lavanderia.
Laundy mi ricorda il Natale. E l’asse da stiro il focolare d’inverno. Qua c’è sempre il sole.

Ho trovato il modo per fare i toast anche qui. Finalmente!
E sto attento alle offerte. Galloni e galloni di succo d’arancia.

Vi saluto e, come mi piace fare ogni tanto, allego gli auguri di un amico americano.
Si chiama “Mr The Newspaper”. Parla italiano. Ma solo quando vuole. Elenca, come fosse la Divina Commedia, l’intera formazione di Italia 90 o dei mondiali 82. Adora Ibrahimovic. Ed è probabilmente milanista. Per commentare la situazione del paese della pastasciutta fa il segno della croce. Una sorta di “amen” dedicato a chi ancora non l’ha capito.

Lui dice sempre “s-o-n-o fuso!”.
Voglio girare un film. Ci sto pensando sempre più volte al giorno. In inglese. Penso.

Se ne parla la prossima volta.
“What a mess!”. “Scusi, che significa?”. “Mess!”. “Sorry, ma non ho capito…”. “What? Mess! Mess!”. “Ah..is like…lei intende…”. No. Non ho capito.

martedì 11 settembre 2007

#06. Capitolo 2


Di Johnny Grant ne riparliamo la prossima volta.
Ho urgenza di cominciare dal supermercato.

Siamo rimasti due ore all’interno di un supermarket: Pavillions.
Un nome che riempie la bocca, “Pavillions”, quasi lo dicesse un pesce. Pavillions.

Appena si parcheggia, si capisce subito che non sarà una passeggiata. Il capannone è molto largo, e la scritta troppo piccola. All’entrata, piante. E giornali.
Ma non appena si supera la curva, ci si ritrova davanti a decine di corridoi. Poco organizzati e un po’ kitsch. La frutta si prende con le mani. Pareti di pesche, mele, papaye. Tutte disposte in obliquo, tendenzialmente verticale. Come su dei tavoloni, ma in piedi. Frutta in piedi, direi.
I clienti toccano tutto, spostano, qualcuno assaggia. “Ma come” – chiedo ad una signorina di 70 anni – “qui non avete i guanti?”. “Certo che no” – mi risponde lei – “”take it easy!”.

E mi viene in mente una canzone. Forse i Beach Boys, forse i Take That, ma la straordinaria sensazione di sentire una vocina anziana dire quella frase, mi fa mimare uno spot delle Dietorelle.
E sì, sono felice.

Nel megastore non ci sono spiedini. Però al Whole Foods c’è una vasta gamma di prodotti seriosi e ben qualificati. Gli Spiedoni. Tentativi di brasato su stecchino, tradotti in varietà di Tutto.
Oppure i “sandwiches” fatti apposta per te. Le persone in fila, garbate, davanti a questo piccolo panificio all’interno del supermarket. Due panettieri-salumieri-infermieri (sempre una donna e un uomo) farciscono il tuo panino personalizzato. A prezzo fisso. E conveniente.
Prima scegli il pane. Poi una salsa, di solito la dijon mustard. Quindi è la volta della carne, anche roast-beef - anche caldo - del formaggio e della verdura. Qualora lo si ritenesse adeguato, finisce qui. Altrimenti si può contrattare.

Io sono stupito da tutte queste cose. Viste una volta, lette, raccontate hanno un senso. Ma vissute nella quotidianità, ovvero, quando ciò diviene routine, l’effetto medio è assai nuovo. Fa riflettere e per molti versi accomoda. È un relax incalzante. Il contrario della tensione. Però colpisce uguale.


Viviamo, finalmente, nel nuovo appartamento. Lo si condivide con un ragazzo americano dal cognome polacco. Fa il programmatore di software. O forse Youporn, non ricordo. Ad ogni modo ha gusto. Casa al terzo piano di un residence sobrio. Con piscina.
Living room e cucina sono in una grande stanza. Arredo minimal. Moquette maliziosamente morbida. Si comporta come un gatto, quando la sfiori ti fa credere che sa perché.

Dolby sorround theatre-più. Hdtv, hardisk nel decoder, computer collegato al televisore al plasma. E wireless. Wireless. Adoro questa parola, potrei ripeterla per ore. “Wireless”.
Un bagno solo per noi. Pulito. E tutte quelle cose che stanno in un appartamento come si deve, compreso un frigorifero che fa il ghiaccio. Così si riempie il bicchiere come da Starbucks.

Robert.

Un cane che abbiamo adottato come un amico. Non voluto.
“Bertro”, lo chiamiamo, come se, storpiandone il nome, ci fosse più simpatico. Invece lo odiamo. È piccolo e carino, però rompe le balle. Piange e se la mena. Poi lo si perdona per tutto, per carità, il giovane socio. Il “vecchio”. Ma vorrei fargli capire come la penso sulla questione delle pensioni. E non mi ascolta, si disinteressa del sociale. Vive con noi. Fa parte dell’affitto.


Scuola primo giorno.
Non ditelo in giro, ma sto studiando anche l’inglese!

Vraje, un uomo serioso dal cognome alto, mi piace subito. Un signore un po’ robustello, suvvia, diciamo “in carne”, che se la gioca con gli occhiali.

Un Babbo Natale comunista, mettiamola così.

Appoggia la tazza sul banco. Come David Letterman. Come faceva Luttazzi. Abitudine anche di un’altra insegnante, una donna molto in gamba. La tazza originale. Ognuno ha il suo slogan, il suo messaggio. Lisa, (qua ci si chiama per nome), è per libertà, uguaglianza, giustizia. Brava. Una liberal. Conduce bene. Abbiamo opinioni similari e la pensiamo allo stesso modo su molte cose. E siamo critici.

Ma torniamo a Vraje. Un nome così strano per un uomo così americano. O forse no? Eppure ne ha anche lui per tutti: cosa succede in Italia, il vostro cinema, la nostra comunicazione, Berlusconi (definito “that guy” amico di Bush. Tradotto: “quel ragazzo”), e ancora: la politica americana, i ricconi, il petrolio, l’obesità, il coraggio. Ci incita a “fight” a modo nostro il sistema. Lo fa come ad un talk-show di Marzullo se fosse Vincenzo Mollica.
Si conversa. Funziona. La tazza, ogni tanto la porta alla bocca. Beve. Allora è vera! No…sono convinto che finga, come in tv.

Pochi, pochissimi italiani. Due da scartare, ragazzine infime e superficiali, che vogliono affittare una limousine. Cristo!
Bischero, invece, Nicolò, un fiorentino che si definisce “full immersion inglese”, perché lui, il toscano, vuole imparare a volare.
Fortunatamente non ne vedo altri in giro. Solo uno, biondo, che cercherò di evitare.

Mi presento con un buon livello, anche se tradisco imbarazzo. Mi fanno cominciare con la grammatica. Frase ipotetica. Ahia. Mi spengo. Grazie della fiducia, ma non potete farmi partire così. Dalle “If” e dai “would”. Io voglio iniziare dal “table”.
Comprendo, man mano, durante la giornata, che qui si va a giro, si ruota, si balla. I docenti roteano attorno alle classi, gli alunni cambiano, ci si muove tutti. Bene, that’s entertainment.

Nonostante la primaria alienazione, mi faccio spazio a metà mattina. Parlo, mi presento, mi esprimo e mi dilungo. Conosco un giapponese col cappellino, appassionato del nostro campionato calcistico. Mi invita a giocare. Gli accenno che so stare a malapena in porta. Non so come spiegarglielo. Nel frattempo ci facciamo domande e diamo risposte, leggendole sulla lavagna. Ci salutiamo.
Una ragazza francese, che vuole fare l’attrice, mi pone svariati quesiti e approva la mia polemica sulla questione dello stato laico. Ah! Come mi diverto!

In sintesi direi che il primo approccio, qui, non mi è dispiaciuto. Sono uno dei più vecchi, probabilmente, però c’è uno di quarantanni. Coi Giapponesi è sicuro che troverò un accordo.
Mettere su insieme qualcosa. Devo pianificare.

“Scusi, Sir, ma in america non si chiede ‘permesso’ quando si entra in casa di altri?”. Fa uno scatto con la testa. È come un tic. Lo fa con eleganza. “No” – mi dice – “puoi dire ‘may i come in’ ma non è fondamentale”.

Take it easy!

venerdì 7 settembre 2007

#05. Club Panini


Los Angeles, in auto, è tutta un’altra cosa. Dopo giornate passate a passeggiare per miglia e miglia, arrivando all’autodistruzione di rotule e cartilagini sparse, finalmente si prova l’inedita sensazione di movimento su quattro ruote.

Cambio automatico. Climatizzatore. Due accendisigari. Senza l’accendi. Cioè, solo la possibilità di introdurre caricabatterie e simili. Un’auto no-smoking, dichiaratamente.
Ma che bello! Vani porta-oggetti. E porta bibite, con vassoietto! Sì, ci siamo in una (piccola) vettura americana.
Prima tappa: Malibu. Ma veloce, giusto per capire se esiste davvero. Oceano in widescreen e gabbiani che, pare, abbiano colonizzato parte della spiaggia. Un brivido cresce sulla schiena quando, nel bel mezzo della Highway, ci fermiamo a bordo strada per dare un’occhiata da vicino. Si respira mare, vento salino e un po’ speziato, che isola per un attimo dal traffico.
Passa veloce un montaggio su clip di Baywatch. Mi sento scemo, però un po’ me la meno davanti a questo spettacolo. E saltello. Saluto un pubblico immaginario di bagnanti.

Penso che da “Arby’s” ci sono nuovi panini con mozzarella e fresch tomato, e tanta salsa ai funghi. Potrebbe diventare la mia prossima malattia. Arby’s ha un look così familiare, da panificio misto trattoria. No, non sarà di plastica. Questa volta, lo sento, pranzerò gioioso.

La Cobalt, così si chiama la macchina, ci porterà a Burbank. S’è pensato di fare una gitarella all’Ikea. Freeway: qui l’autostrada è gratis. Ed è – se possibile – ancora più larga delle strade ordinarie. Burbank si trova nella San Fernando Valley. Una ridente porzione di California dedita al caldo. Sole che sembra più vicino. E che rende la piazzetta (commerciale) attorno all’Ikea una cozza gratinata. Mi sento così. Secco e farinoso.
Da queste parti, giustamente, si rende l’esperienza mobiliare un goloso centro di accoglienza per affamati. California Pizza Kitchen (perché?), Coffee Bean, Fastfood, Ristorante Chill Messicano, ecc. Si mangia. Anche qui.

Carugate, Roncadelle, Padova. Entro e mi sento a casa. L’Ikea, all’interno, è esattamente, indubbiamente, scrupolosamente uguale a tutte le altre. In una maniera destabilizzante. Comincio a muovermi, tra cucine e salotti, fino a recuperare, con calma ed entusiasmo, basi materasso, lenzuola, cuscini.
So tutto. Preciso e lucido, come sempre, dagli svedesi. Voglio aprire una finestra e guardare fuori. Brescia? Milano?

San Fernando Valley. Burbank. Dove girarono qualche esterno di Pulp Fiction o di Ritorno al Futuro. Dove gli edifici sono più bassi che a LA, e le vie più cittadine.

Trovati tutti gli accessori. Anche un salviettone quadrettato, via. Qua costa meno che in Italia. Da noi, infatti, i prezzi degli svedesi sono tra i più alti nel mondo.

Aspetto il Lillehammer e il Sultan Fangebo (che piacevoli questi nomi che non spiegano mai un cazzo di quello che compri…per conto mio “Lillehammer” potrebbe essere una sottiletta o un detersivo…) ed osservo l’humus attorno. Anche gli americani, all’Ikea, assumono nuova forma. Sono più europei. Anzi, più torinesi. Si lasciano incanalare da scrivanie, poltrone, scaffali. Diventano più banali.

Esco vincitore dal megastore, e mi rimane addosso il sapore delle doghe in legno. Accompagnato da una voglia matta di crostata e bresaola. Per la prima volta mi rendo conto, davvero, di essere da un’altra parte. Negli Stati Uniti, sotto Schwarznegger, in mezzo a lampioni che avevo visto solo in serie tv tipo “Law & Order”. Fuori dall’Ikea c’era l’America, non la tangenziale ovest.

Sunset Boulevard. Luce, megaschermi, insegne allucinogene. Tavoli davanti a vetrine di Armani X, una versione rivista e corretta delle solite collezioni. Allargate.

Di notte Los Angeles è più accesa che al mattino. Ci si perde, circondati da scritte lampeggianti. L’autoradio suggerisce Johnny Cash. Rimango in silenzio. E guardo. Come un bambino al Luna Park.

Poi una strada a caso. Ci fa salire, fino a tornanti nascosti tra ville esagerate. Esasperate. Castelli innalzati in una pineta incantevole. Chissà di chi saranno. Gente importante, ricconi superflui, aristocratici. Dinasty, Dallas, quello che volete. Sono sicuro che se leggo bene sul citofono trovo Reeva, quella che non moriva mai di Sentieri.

Il buio, interrotto da qualche giardino retro-illuminato, richiama alla mente certo cinema notturno e misterioso, terribilmente affascinante.

Oggi due ragazze, in auto, hanno abbassato il finestrino per dirci delle frasi sconnesse. Facevano anche allusioni improprie con gesti sciocchini. Noi abbiamo sorriso, poi siamo rimasti colpiti dall’amico, seduto nel retro, che indicava le fanciulle davanti. E così se ne andarono.

Non lo so. Cosa significa? Ci conoscevano, c’avevano forse visto in qualche fiction? Non mi pare. Forse somigliavo al protagonista di un serial della HBO? Escludo.

Poi c’è sempre quella cameriera, quella che mi sorride. Il mio amore da Starbucks, quella necessità di arredare casa con le tazze colorate. Il frappuccino. E le cannucce.


Nella prossima puntata.
Johnny Grant, il sindaco morale di Hollywood, l’uomo che ha una Via perché è bravo, l’amico delle star - l’unico - con due stelle, ci ha rilasciato un’intervista. Parleremo spesso di lui, Mr “Walk Of fame”. E di Jean Paul Ghetty, l’ombra che sta dietro il Getty Center, detto “il ghetti”.

Un museo (modello Caneva post-postmoderno) nato da un uomo che disse: “Quando non si hanno soldi ci si pensa sempre. Quando se ne hanno, anche”.

Arrivederci.

martedì 4 settembre 2007

#04. Leggero


Che strano un Paese dove, per entrare in casa di qualcuno, non si chiede “permesso?”. Ma, forse, mi è solo sfuggito. Capisco ancora talmente poco, che se potevo ritenermi un tipo brillante, a Los Angeles sono al minimo sindacale di carisma.

Starbucks, le 11:10 PM. Significa, sostanzialmente, che - da solo – mi sono voluto impegnare, (l’ho voluto, l’ho dovuto), ad uscire da quella stanza. Quella. Ormai quasi antropomorfa, vivida, umana. Devo complimentarmi col suonatore di questa catena di colazioni (sempre, tutto il giorno, ovviamente). C’è ottima musica. Lo so, lo sapevo che ci sarei rimasto sotto.
Appena approdato a LA ho capito che in Starbucks avrei trovato un amico, un peluche, una coccola. E, come si sa, ne ho sempre fisiologicamente bisogno, sin dal 1992.

Lo zucchero, sul cappuccino “tall” che ho acquistato, non scende. Rimane, orgogliosamente, appoggiato, anzi, direi sdraiato sulla schiuma cremosa che fatica a dileguarsi. Lo osservo e ne rimango attratto.
La colonna sonora suggerisce un’armonica country, e attorno a me percepisco calma. Tranquillità. La gente, età media 22, è silenziosa, riservata. Garbata.
Studiano, leggono, sottolineano. Mi fanno sentire più libero, probabilmente soltanto più adeguato.
E’ piacevole.
Qualcuno sorride. Una ragazza mantiene la sua femminilità, mentre mostra disagio di fronte ad un paragrafo poco stimolante.

Un bastoncino. E con questo dovrei – mi chiedo – gustare tutta l’inattesa schiuma (molto soffice, non sufficientemente cremosa) che è rimasta sul fondo? Vorrei entrare nel bicchiere, di un materiale a metà tra un cartone plastificato e una plastica sugherosa, e godere nell’ensemble il mio cappuccino. Vuoi vedere che mi proporranno una cannuccia?
Da queste parti ghiaccio e cannuccia sono due elementi primari, gli altri ancora li devo sintetizzare, ma ci sono vicino.
Fuori chiudono prima. Cioè tavolini e sedie esterni vanno liberati in anticipo rispetto alla chiusura del locale. Così escono, i giovani in completo nero e cappellino, e te lo dicono. Entri, e te ne stai esattamente dove sono da venti minuti. Plaisir!

C’è chi, debolmente, si fa sopraffare e poi vincolare da droghe di ogni tipologia. Io, ammetto, sono dipendente. Starbucks è una sostanza, un rifugio, un tappeto.
Qui mi sento come quando, da infante, giocavo coi Lego sul piumone. Se potessi, lo rifarei, oggi, in questa caffetteria in serie. Mi riprometto che lo farò, nei prossimi mesi.

Voglio trovare la donna della mia vita. Voglio conoscerla qui, tra un “double espresso” e un “frappuccino”, variante pericolosa del già citato cugino italiano.
Poi ci compriamo tutte le tazze, meravigliosamente colorate, ed arrediamo casa. Solo tazze. E tanti contenitori. Grandi, minuti, vuoti, Bianchi, trasparenti, con le pratiche presine cartonate per non scottarsi. Ci tengono, da Starbucks.
Nessuno mi fissa, nessuno mi osserva. Solo io guardo in giro, curioso, rubo azioni e movimenti, indecisioni e allusioni. Sguardi.
Ho scelto l’angolo giusto, nascosto come nel mio fortino. Una volta me lo costruivo nel divano. Lo smontavo e mi ci buttavo in mezzo, a rubare, anche lì, quello che facevano e bisbigliavano i miei.
Qui è già pronto, e sono pure comodo. E’ fantastico, ho la mia oasi. Ed è fottutamente un prodotto. Semplice. Perfetto.
Da queste parti non ci sono piazze. C’è Starbucks. Cappuccino!

Vedo Michael Bublè. Continuo a beccarlo, da qualche giorno. Sta lì, seduto ad un tavolino, anche lui solitario. Fa una smorfia e mi fa cenno, come a dirmi “guarda su”.
Io, emozionato e preoccupato, perché – francamente – immaginavo incontri più interessanti del Bublè sovrappeso, alzo lo sguardo. Quando abbasso il capo, speranzoso di aver sognato tutto, il cantante swing sta battendo lievemente le mani. Mi invita, incitandomi come un Fabrizio Frizzi qualunque, a prendere parte a questa follia.

Cantiamo. Io e Bublè ci improvvisiamo in “Fly Me To The Moon” ed altri pezzi di Sinatra. Infine, un tributo al Belpaese che – mi confessa Michael – trova sottotono. Il finale di “Zingara” fa emozionare i ragazzi che, fino a poco fa, stavano privatamente studiando.
Un successo. E quelli del Starbucks ci regalano Frappuccini gratis. E una valanga di ghiaccio.

Michael ed io ci salutiamo. Mi regala una cannuccia con una dedica: “remember that”. E dietro: “I’m almost sugar”. Ovvero: “sono quasi zucchero”. Chissà cosa avrà voluto comunicarmi. Si riferiva al noto bluesman italiano? No. Bublè mi voleva accompagnare al mio prossimo cappuccino.
Un’amicizia non cercata, mai voluta. Adesso a Los Angeles ho un nuovo contatto messenger. E fa swing.

Si è fatto tardi. I cassieri del locale cremoso mi ricordano che tra poco si chiude. Saluto, ancora rimbambito da quanto accaduto, e abbraccio. Tutti.
Domani tornerò. Prenderò anche una fetta di torta. Con ghiaccio.

Rido, ed esco per strada mimando Tom Jones.

sabato 1 settembre 2007

#03. Flash in sbatti (seduto ad un tavolo)


Gli americani non hanno croissants. Hanno torte salate che sembrano brioche. E le chiamano, ovviamente, French Croissant.

Mangiandoli, si prova un’inusuale sensazione di vuoto.

Ora, io non so come questo sia possibile, certamente rimango quantomeno sconvolto, nel rendermi conto che tutto ciò, non era necessario.

Tuttavia, passiamo a Hollywood.

In due parole: se in corso Buenos Aires ci fosse Gardaland. Oppure, tra il foot locker e H&M ci fossero i Corsari. O tra una gelateria upple-class e un gioielliere girasse lo space-vertigo. Fate voi.

Eppure, c’è qualcosa di affascinante. Notare, per esempio, il museo degli studios. L’intero corridoio del “Silenzio degli Innocenti”. Passandoci attraverso, così, per caso, camminando, si recita. Come Jodie Foster. Poi mi spavento. Mi vedo fotografato e non mi riconosco. Dico: “è un americano!”.

Il problema, signori, è che comincio a chiedermi se questa situazione non sia paradossale. Parlo col punto esclamativo. Brutto segno.

Hollywood Boulevard non è altro.
Poi c’è la cittadina, Hollywood, quella con le case e la gente che va al supermercato. O in macchina, sempre. Lì è tutto diverso. Più calmo. Meno spiacevolmente alieno. I viali sono alberati e i cittadini non occupano il marciapiede. Mi pare giusto.
Dobbiamo ancora visitare i loro studi Universal, Paramount, la loro Cinecittà. Quindi, forse, la promuovo.


Ultime notizie da Beverly Hills: nei pressi di Rodeo Drive un gruppo di camerieri messicani rincorre, uscendo dal locale, un un uomo, probabilmente ubriaco, che mostra violenza. Lanciano sedie. Sgabelli. Ribaltano un (enorme*) cestino. Io ero lì, a mezzo passo. Mi sono, garbatamente, spostato, e ho lasciato spazio ai ragazzi. Che giocavano, per carità.
Quando è arrivata la polizia, le pattuglie della polizia, i pompieri, ho realizzato che mi ero sbagliato.

La situazione era pesante. Per strada. A Beverly 90210.

Ma…Brandon? Dylan? E Kelly? No no, qua c’erano solo negozi, e gente attillata sul viale.

Fortunatamente, poco più in là, c’era il KTLA. Una splendida mediateca multimediale. Milioni di ore di palinsesto americano. La storia in video della loro televisione.
Uno spasso. Gratis!
Pulito, ordinato, sereno. L’oste era veramente cordiale.

Nei prossimi giorni proverò a scrivere un racconto, come inventato, di un folto gruppo di militari indonesiani attratti da un divano. Brutto.

Vi saluto e abbraccio, allegandovi gli auguri di un signore sudatissimo, colante, che corre e fa ginnastica autustica per strada. Divino. E inquietante.

Soprattutto la famigliola che gli passava accanto.
Ma, questa, è un’altra storia.


(*insisto sul termine perché mi sento schiacciato)
(è polemicamente più grande anche la foto di oggi)