
E alla fine ti manca l’Italia.
Settimane come questa insegnano che c’è bisogno di sapori. Mi chiedo come sia possibile che un paese abituato a mangiare sano possa essere invece così malato. L’Italia, of course.
Qui invece si mangia merda, tendenzialmente, che poi magari si camuffa da panino o piatto ricercato. Eppure, si respira un’atmosfera più tranquilla, irreale.
Basta un De André o un De Gregori per tornare indietro. Un istante prima pensavi che questi Stati Uniti ti appartengono – che sei stato bravo, che sei entrato nel mood - un attimo dopo sei da solo e piangi. Lacrime incazzate, appassionate, stupide e ragionate. Piangi perché lo sai che non c’è nessuno, qui, che ti sa davvero abbracciare. Piangi perché sai perfettamente cos’è un salame, invece qui lo chiamano “salami” e non è neanche vero, è di plastica. Piangi perché hai lasciato un paese che hai dentro, ma che non vuole ascoltarti.
Esiliato consapevole e disperato, alla ricerca di risposte dopo un’overdose di domande. Hai voglia di quelle serate inutili, passate a contare gli scalini vicino al baretto. Di persone attorno a un tavolo, a far passare il pomeriggio. Di affettati, di caprese, di intingolo. Di scala quaranta.
Ho insegnato la spaghettata ai nostri amici americani. L’ho definita “quando si fa la pasta di notte, improvvisata”. Lo so, è una semplificazione. Ma qui non ho ancora a disposizione tante parole in inglese, quindi tendo alla sintesi. Se c’è una cosa di cui ho bisogno, fisiologico, è la parola. Abusata, esagerata, ripetuta, accavallata. Perso in traduzioni simultanee di quello che mi passa per la testa, mi ritrovo ad essere una persona diversa. Anche questo, un po’, fa riflettere.
Però ho trovato un metodo per mantenere un ruolo sociale: battute in tre parole. Funzionano, sono facili da usare e soprattutto alleggeriscono. La risata sistema la sofferenza che ti porti in tasca, quando sai che avresti potuto stupire con frasi complesse e virtuose, e invece dici solo “I like bonus in general”. Loro ridono, tu ti senti pirla.
Impari che devi rimetterti in discussione. Abituato ad essere prima di esserci, adesso ti riduci a tradurti. Che già è una bella conquista.
Gesticolare è diventato un must, quasi fosse un canovaccio di perfetta riuscita. Gli americani impazziscono a vederti muovere le mani in mille modi quando parli. E lo fanno anche loro. Impossibile descrivere qui lo stupore davanti ai loro tentativi di pronunciare frasi in italiano enfatizzando con il fisico. Hanno un corpo talmente avvezzo al frigorifero, che quando lo smobilizzano sono spassosissimi.
Ho parlato molto. Un tipo di Los Angeles appassionato di cinema tutte le settimane viene da noi a fare la “movie night”. Piccolo appunto: mentre scrivo, ora, lo stereo suona Jovanotti. Sono arrivato a questo punto. Di Morettiana crisi con impulsi da Bluvertigo, ho bisogno di pause. Non hanno il senso della pausa. Devono riempire tutto.
Perché la pizza, qui, ha i peperoni di default? Chi ha spiegato agli americani come si mangia in Italia? Qualunque cosa si mastichi, deve sempre essere piena. Bistecca con patate? Ma sì, mettiamoci anche riso, una manciata di pomodori, fagioli, pasta e sugo. Insalata? Certo, con dentro il ripieno delle lasagne. Una meraviglia.
Torniamo al signore della movie night. Da noi si dice “cineforum”. Fate le vostre riflessioni.
Il film è indipendente, un documentario-storia su come sballare a Los Angeles. Interessante, ritmato, ironico quanto basta per capire che chi l’ha scritto ha provato tutto quello che racconta.
Ma è solo per stare assieme, i ragazzi, qui in casa, si limitano ad assaporare un buon vino.
La prossima settimana è il turno di un altro dei “nostri”. Comunque tanto di cappello all’appassionato di cinema, che conosce i nostri migliori film, quelli dell’Italia che si sapeva tradurre in immagini, e che adora i miei registi preferiti.
Aisha, invece, è una ragazza di colore, o nera, di quelle che proprio chiameresti “big mama”. Si intrippa quando le racconto del Vaticano. Ci sediamo ed altri amici di amici arrivano e tutto d’un tratto c’è un pubblico. Ho la responsabilità di spiegare il mio paese a gente che in Europa ci viene perché pensa che stiamo da dio.
Capisco in fretta che forse è meglio alleggerire le questioni, quando arrivo a Buttiglione non c’è termine inglese per definirlo, quindi scelgo il daltonismo. E anche qui si aggiunge qualcun altro, sintonizzato sul mio essere “color-blind”. “Andiamo a fare shopping assieme” – mi promette Aisha, mentre si aggiusta un decolleté che ricorda le nonne in campagna – “ti faccio da guida tra i colori confusi”. Un ragazzo, che poco prima stava ballando con la finestra, si siede accanto a noi e ci spiega come “feeling” sia una parola da ristrutturare, perché l’etimologia e l’uso hanno finito per disperdersi. Un’attenta analisi linguistica, non richiesta, ma assai interessante.
Hanno le facce come sulle spillette. Come nei Robinson. Ci sono i migliori esempi di volti americani. Mi capita di parlare con qualcuno solo per la sua faccia. Mi serve una scusa per osservarla. Quando chiacchierano assieme, e tu sei lì con loro, hai l’impressione di vedere un film in lingua originale senza sottotitoli. Io gliel’ho detto, agli americani, e loro ridono. “Funny!”.
Ridere come tra amici, capita, anche con Ivan, un simpaticone innamorato degli uomini. O con Josh, a fine serata, alle cinque di mattina, dopo spaghettata e una playlist musicale mai così variegata. Ci si ritrova come “quelli della cumpa”, a conversare con parole che interrompono il chiudersi delle palpebre. E’ una sensazione di casa che avvolge. Nonostante la moquette morbidosa, il cane che si chiama come un balletto, lo slang che a poco a poco si capisce, e il cellulare che apre il cancello (il cellulare risponde al citofono!hey! ma che cos’è?), per un attimo mi è sembrato di vedere il caminetto acceso. E quell’iconografia da amaro Montenegro.
Ancora qualche lacrima, ma stavolta è di tensione calante. Si sorride immaginando come si racconterà agli italiani la prossima sequenza del film quotidiano. Che non ti molla un attimo. Ed è diventato routine.
Buona visione.
Qui invece si mangia merda, tendenzialmente, che poi magari si camuffa da panino o piatto ricercato. Eppure, si respira un’atmosfera più tranquilla, irreale.
Basta un De André o un De Gregori per tornare indietro. Un istante prima pensavi che questi Stati Uniti ti appartengono – che sei stato bravo, che sei entrato nel mood - un attimo dopo sei da solo e piangi. Lacrime incazzate, appassionate, stupide e ragionate. Piangi perché lo sai che non c’è nessuno, qui, che ti sa davvero abbracciare. Piangi perché sai perfettamente cos’è un salame, invece qui lo chiamano “salami” e non è neanche vero, è di plastica. Piangi perché hai lasciato un paese che hai dentro, ma che non vuole ascoltarti.
Esiliato consapevole e disperato, alla ricerca di risposte dopo un’overdose di domande. Hai voglia di quelle serate inutili, passate a contare gli scalini vicino al baretto. Di persone attorno a un tavolo, a far passare il pomeriggio. Di affettati, di caprese, di intingolo. Di scala quaranta.
Ho insegnato la spaghettata ai nostri amici americani. L’ho definita “quando si fa la pasta di notte, improvvisata”. Lo so, è una semplificazione. Ma qui non ho ancora a disposizione tante parole in inglese, quindi tendo alla sintesi. Se c’è una cosa di cui ho bisogno, fisiologico, è la parola. Abusata, esagerata, ripetuta, accavallata. Perso in traduzioni simultanee di quello che mi passa per la testa, mi ritrovo ad essere una persona diversa. Anche questo, un po’, fa riflettere.
Però ho trovato un metodo per mantenere un ruolo sociale: battute in tre parole. Funzionano, sono facili da usare e soprattutto alleggeriscono. La risata sistema la sofferenza che ti porti in tasca, quando sai che avresti potuto stupire con frasi complesse e virtuose, e invece dici solo “I like bonus in general”. Loro ridono, tu ti senti pirla.
Impari che devi rimetterti in discussione. Abituato ad essere prima di esserci, adesso ti riduci a tradurti. Che già è una bella conquista.
Gesticolare è diventato un must, quasi fosse un canovaccio di perfetta riuscita. Gli americani impazziscono a vederti muovere le mani in mille modi quando parli. E lo fanno anche loro. Impossibile descrivere qui lo stupore davanti ai loro tentativi di pronunciare frasi in italiano enfatizzando con il fisico. Hanno un corpo talmente avvezzo al frigorifero, che quando lo smobilizzano sono spassosissimi.
Ho parlato molto. Un tipo di Los Angeles appassionato di cinema tutte le settimane viene da noi a fare la “movie night”. Piccolo appunto: mentre scrivo, ora, lo stereo suona Jovanotti. Sono arrivato a questo punto. Di Morettiana crisi con impulsi da Bluvertigo, ho bisogno di pause. Non hanno il senso della pausa. Devono riempire tutto.
Perché la pizza, qui, ha i peperoni di default? Chi ha spiegato agli americani come si mangia in Italia? Qualunque cosa si mastichi, deve sempre essere piena. Bistecca con patate? Ma sì, mettiamoci anche riso, una manciata di pomodori, fagioli, pasta e sugo. Insalata? Certo, con dentro il ripieno delle lasagne. Una meraviglia.
Torniamo al signore della movie night. Da noi si dice “cineforum”. Fate le vostre riflessioni.
Il film è indipendente, un documentario-storia su come sballare a Los Angeles. Interessante, ritmato, ironico quanto basta per capire che chi l’ha scritto ha provato tutto quello che racconta.
Ma è solo per stare assieme, i ragazzi, qui in casa, si limitano ad assaporare un buon vino.
La prossima settimana è il turno di un altro dei “nostri”. Comunque tanto di cappello all’appassionato di cinema, che conosce i nostri migliori film, quelli dell’Italia che si sapeva tradurre in immagini, e che adora i miei registi preferiti.
Aisha, invece, è una ragazza di colore, o nera, di quelle che proprio chiameresti “big mama”. Si intrippa quando le racconto del Vaticano. Ci sediamo ed altri amici di amici arrivano e tutto d’un tratto c’è un pubblico. Ho la responsabilità di spiegare il mio paese a gente che in Europa ci viene perché pensa che stiamo da dio.
Capisco in fretta che forse è meglio alleggerire le questioni, quando arrivo a Buttiglione non c’è termine inglese per definirlo, quindi scelgo il daltonismo. E anche qui si aggiunge qualcun altro, sintonizzato sul mio essere “color-blind”. “Andiamo a fare shopping assieme” – mi promette Aisha, mentre si aggiusta un decolleté che ricorda le nonne in campagna – “ti faccio da guida tra i colori confusi”. Un ragazzo, che poco prima stava ballando con la finestra, si siede accanto a noi e ci spiega come “feeling” sia una parola da ristrutturare, perché l’etimologia e l’uso hanno finito per disperdersi. Un’attenta analisi linguistica, non richiesta, ma assai interessante.
Hanno le facce come sulle spillette. Come nei Robinson. Ci sono i migliori esempi di volti americani. Mi capita di parlare con qualcuno solo per la sua faccia. Mi serve una scusa per osservarla. Quando chiacchierano assieme, e tu sei lì con loro, hai l’impressione di vedere un film in lingua originale senza sottotitoli. Io gliel’ho detto, agli americani, e loro ridono. “Funny!”.
Ridere come tra amici, capita, anche con Ivan, un simpaticone innamorato degli uomini. O con Josh, a fine serata, alle cinque di mattina, dopo spaghettata e una playlist musicale mai così variegata. Ci si ritrova come “quelli della cumpa”, a conversare con parole che interrompono il chiudersi delle palpebre. E’ una sensazione di casa che avvolge. Nonostante la moquette morbidosa, il cane che si chiama come un balletto, lo slang che a poco a poco si capisce, e il cellulare che apre il cancello (il cellulare risponde al citofono!hey! ma che cos’è?), per un attimo mi è sembrato di vedere il caminetto acceso. E quell’iconografia da amaro Montenegro.
Ancora qualche lacrima, ma stavolta è di tensione calante. Si sorride immaginando come si racconterà agli italiani la prossima sequenza del film quotidiano. Che non ti molla un attimo. Ed è diventato routine.
Buona visione.





