
Los Angeles giorni seguenti.
Promenade. Francesismo storpiato per indicare la passeggiata interna a Santa Monica. E’ davvero rilassante questa zona a modo suo europea, forse la meno americana di questa città, che non è una città ma un’autostrada attorno a tante little towns.
C’è una ragazza che canta Tori Amos in mezzo alla gente. Poi un signore improvvisatosi Michael Bublé. E famiglie, ragazzi e ragazze, gendarmi che sembrano armadi che ti ricordano che “qui non si può fumare” – e continuano – “ma all’incrocio con la strada principale sì”. Quindi, praticamente, a due metri di distanza ti accendi la sigaretta, e nonostante il vento porti il tuo attacco alla salute altrui esattamente dov’eri prima, non fa niente. Va bene così.
Negozi, ovunque. Costa tutto relativamente meno che in da noi. L’Apple center è anche un internet point, nel senso che chiunque usa i notebook in esposizione come computer personali per navigare online o per caricare l’ipod. Mi sono immediatamente adeguato.
Mi riconosco in Santa Monica. Poco traffico e tanta serenità. Di nuovo, a vincere i loghi. Ma questa volta nascosti in parte dal viale alberato che di notte diventa Natale. Ecco perché nelle serie americane sembra sempre periodo natalizio. Lucine ovunque. Carine, simpatiche, affettuose.
“Oh…italiani! Milano? Oh…conosci Deborah?...ahahahah”, e se ne va. Un messicano che, gentilmente, ci ha chiesto quattro volte “tutto beni?”, come dire che alla fine l’Italia è tutta lì, in una domanda che non era necessaria, ma soprattutto bastava una volta sola. Cosa volesse dire non si sa, certamente il cocktail era buono. Sul molo di questa incantevole spiaggia, grande circa come l’A4, capita di sostenere un’imbarazzante conversazione con un cameriere che ti lascia il dubbio. Chi è Deborah?
Tutto sommato è come se chiedessi ad un americano a Roma se “conosce John”. Interessanti spunti continuano, poi, sul bus per Venice Beach. Antonio si presenta come uno “studioso della nostra lingua”. Mentre racconta della sua docente di Florence, un Babbo Natale in canotta e abbastanza peloso sulle spalle, ride e commenta una ragazza con evidente labirintite. E questo solo prima di scendere ed accorgersi che, probabilmente, a Venice si nascondono i marziani. Sicuramente sono lì in mezzo, tra un uomo in chiaroscuro che balla con una signora mozzarellosa mimando allusioni sessuali, ed una serie di facce qui inenarrabili che la dicono lunga.
Venice Beach è una follia. Un tratto pedonale adiacente la spiaggia dove si sintetizza tutto l’off-limits immaginabile. Accolto da una vecchina sui pattini, non posso far altro che adeguarmi ad un contesto che francamente mi è distante anni luce. Rido, e sono perplesso.
A mezzo metro l'uno dall’altro, personaggi che sono un’iconografia degli anni 70. Tatuaggi, dipinti, statuette, t-shirt, e…troppo. Un sessantenne capellone con cappello suona pezzi dei Beatles mentre, davanti a lui, c’è la sua stessa immagine, nella medesima posizione, con la scritta “strawberry fields howard”. Credo si riferisse a se stesso, ma non voglio sapere altro.
Musica ovunque, tutto pasticciato, mixato, eccessivo. Venice è una fetta di acido sistemata accuratamente in mezzo alla quiete. Basta spostarsi poco più in là, per ritrovarsi a Venezia, se i canali fossero anche lì contornati da casette fatte con lo stampino.
Un sognatore, o un rimasuglio dell’acido di cui sopra, anni fa, deve aver pensato di costruire una piccola zona residenziale con gondole e quant’altro. Il risultato è gradevole, perfettamente american style. Ovvero: strutturato, mitico, inutile. Ma lo ripeto: va bene così. Passandoci in mezzo non si può far altro che godere di tale vista, rimanendo sempre legati alla domanda: “perché?”
Allego l’intervista ad un passante, che chiameremo Flyer, (la traduzione non è letterale, ndr).
. Mi perdoni, ma perché qui non apparecchiate mai la tavola? In Italia è d’abitudine, nei luoghi di ristoro, pranzare su una tovaglia…
Flyer: No, guardi…lei crede veramente che ci sia bisogno di questo? Insomma, abbiamo il refill! Lei può ricaricarsi la Coke quante volte vuole. E ne paga solo una! Great.
. D’accordo, ma mi spieghi una cosa. Qui è tutto aperto 24 ore, non mi vorrà dire che c’è gente che fa fotocopie anche di notte…
Flyer: certamente! Ieri sera, per esempio, sono uscito alle 23:00 per andare a comprare dei Twix e qualche bicchiere di plastica. Mia moglie, invece, va spesso in lavanderia dopo le 2 di notte.
. Ma è pazzesco. Insomma, non potete farlo prima di andare al lavoro, o subito dopo…
Flyer: Si figuri! Qui è tutto aperto 24 ore!
. I vostri semafori pedonali hanno il countdown, quindi uno si rende conto, mentre attraversa, che potrebbero mancare pochi secondi alla sua morte…
Flyer: Quando scatta ci sono 10-20-30 secondi a disposizione per attraversare. Basta aumentare l’andatura, per non venire travolti. Io lo trovo squisitamente indispensabile.
. Mi pare di capire, Sir, che qui le cose sono molto “subite”…
Flyer: e perché? Facciamo solo quello che va fatto.
. O quello che viene indicato. Siete come un medicinale col libretto delle istruzioni, mi consenta…
Flyer: Ha mai provato a salire sul bus?
. Sì, non dà resto.
Flyer: Great!
. No, non great…direi sbattimento, scusi…
Flyer: ma lei…lei è portughes? Espagnol? Eh…segnorita, bonita, paella…
. In realtà vengo dall’Italia.
Flyer: Italy! Cappuccino!
. Sì, anche tante altre cose…le dico io: mamma, pizza, mandolino, mafia, …Ho notato che il tanto adorato Belpaese, qui pare non essere molto noto…
Flyer: i love italy!
. Ma se mi ha preso per portoghese, spagnolita, …
Flyer: sono stato a Milano, Roma, e …
. Firenze
Flyer: sisi! Firenze. Cappuccino!
Ritrovarsi ad imboccare una città visitata in Italia - ad un americano - è tendenzialmente disarmante. Ma non ce l’ho con lui. Sono amareggiato da noi. Pensiamo di dover copiare il nuovomondo, poi ci ritroviamo ad essere un puntino. Piccoli e banali. Potenzialmente (solo) un’alternativa al caffè.
C’è ancora tutta Beverly Hills da raccontare. E West Hollywood.
Sono in seria difficoltà, non riesco a riportare tutto quello che succede. Angoli, oggetti, capelli. Cosine (enormi) che qui ti si proiettano addosso come se, per un momento, un giorno, fossi tu lo schermo della sala cinematografica. E’ del tutto impossibile non fare i conti col cinema, con le serie tv, con l’intero il materiale audiovisivo che ci siamo mangiati in questi decenni. Con i colori, i prodotti, i caratteri, i materiali. E’ gommosa quest’america. Domani vado a comprare una giacca con Roger Rabbit. Tanto è possibile. No?
Promenade. Francesismo storpiato per indicare la passeggiata interna a Santa Monica. E’ davvero rilassante questa zona a modo suo europea, forse la meno americana di questa città, che non è una città ma un’autostrada attorno a tante little towns.
C’è una ragazza che canta Tori Amos in mezzo alla gente. Poi un signore improvvisatosi Michael Bublé. E famiglie, ragazzi e ragazze, gendarmi che sembrano armadi che ti ricordano che “qui non si può fumare” – e continuano – “ma all’incrocio con la strada principale sì”. Quindi, praticamente, a due metri di distanza ti accendi la sigaretta, e nonostante il vento porti il tuo attacco alla salute altrui esattamente dov’eri prima, non fa niente. Va bene così.
Negozi, ovunque. Costa tutto relativamente meno che in da noi. L’Apple center è anche un internet point, nel senso che chiunque usa i notebook in esposizione come computer personali per navigare online o per caricare l’ipod. Mi sono immediatamente adeguato.
Mi riconosco in Santa Monica. Poco traffico e tanta serenità. Di nuovo, a vincere i loghi. Ma questa volta nascosti in parte dal viale alberato che di notte diventa Natale. Ecco perché nelle serie americane sembra sempre periodo natalizio. Lucine ovunque. Carine, simpatiche, affettuose.
“Oh…italiani! Milano? Oh…conosci Deborah?...ahahahah”, e se ne va. Un messicano che, gentilmente, ci ha chiesto quattro volte “tutto beni?”, come dire che alla fine l’Italia è tutta lì, in una domanda che non era necessaria, ma soprattutto bastava una volta sola. Cosa volesse dire non si sa, certamente il cocktail era buono. Sul molo di questa incantevole spiaggia, grande circa come l’A4, capita di sostenere un’imbarazzante conversazione con un cameriere che ti lascia il dubbio. Chi è Deborah?
Tutto sommato è come se chiedessi ad un americano a Roma se “conosce John”. Interessanti spunti continuano, poi, sul bus per Venice Beach. Antonio si presenta come uno “studioso della nostra lingua”. Mentre racconta della sua docente di Florence, un Babbo Natale in canotta e abbastanza peloso sulle spalle, ride e commenta una ragazza con evidente labirintite. E questo solo prima di scendere ed accorgersi che, probabilmente, a Venice si nascondono i marziani. Sicuramente sono lì in mezzo, tra un uomo in chiaroscuro che balla con una signora mozzarellosa mimando allusioni sessuali, ed una serie di facce qui inenarrabili che la dicono lunga.
Venice Beach è una follia. Un tratto pedonale adiacente la spiaggia dove si sintetizza tutto l’off-limits immaginabile. Accolto da una vecchina sui pattini, non posso far altro che adeguarmi ad un contesto che francamente mi è distante anni luce. Rido, e sono perplesso.
A mezzo metro l'uno dall’altro, personaggi che sono un’iconografia degli anni 70. Tatuaggi, dipinti, statuette, t-shirt, e…troppo. Un sessantenne capellone con cappello suona pezzi dei Beatles mentre, davanti a lui, c’è la sua stessa immagine, nella medesima posizione, con la scritta “strawberry fields howard”. Credo si riferisse a se stesso, ma non voglio sapere altro.
Musica ovunque, tutto pasticciato, mixato, eccessivo. Venice è una fetta di acido sistemata accuratamente in mezzo alla quiete. Basta spostarsi poco più in là, per ritrovarsi a Venezia, se i canali fossero anche lì contornati da casette fatte con lo stampino.
Un sognatore, o un rimasuglio dell’acido di cui sopra, anni fa, deve aver pensato di costruire una piccola zona residenziale con gondole e quant’altro. Il risultato è gradevole, perfettamente american style. Ovvero: strutturato, mitico, inutile. Ma lo ripeto: va bene così. Passandoci in mezzo non si può far altro che godere di tale vista, rimanendo sempre legati alla domanda: “perché?”
Allego l’intervista ad un passante, che chiameremo Flyer, (la traduzione non è letterale, ndr).
. Mi perdoni, ma perché qui non apparecchiate mai la tavola? In Italia è d’abitudine, nei luoghi di ristoro, pranzare su una tovaglia…
Flyer: No, guardi…lei crede veramente che ci sia bisogno di questo? Insomma, abbiamo il refill! Lei può ricaricarsi la Coke quante volte vuole. E ne paga solo una! Great.
. D’accordo, ma mi spieghi una cosa. Qui è tutto aperto 24 ore, non mi vorrà dire che c’è gente che fa fotocopie anche di notte…
Flyer: certamente! Ieri sera, per esempio, sono uscito alle 23:00 per andare a comprare dei Twix e qualche bicchiere di plastica. Mia moglie, invece, va spesso in lavanderia dopo le 2 di notte.
. Ma è pazzesco. Insomma, non potete farlo prima di andare al lavoro, o subito dopo…
Flyer: Si figuri! Qui è tutto aperto 24 ore!
. I vostri semafori pedonali hanno il countdown, quindi uno si rende conto, mentre attraversa, che potrebbero mancare pochi secondi alla sua morte…
Flyer: Quando scatta ci sono 10-20-30 secondi a disposizione per attraversare. Basta aumentare l’andatura, per non venire travolti. Io lo trovo squisitamente indispensabile.
. Mi pare di capire, Sir, che qui le cose sono molto “subite”…
Flyer: e perché? Facciamo solo quello che va fatto.
. O quello che viene indicato. Siete come un medicinale col libretto delle istruzioni, mi consenta…
Flyer: Ha mai provato a salire sul bus?
. Sì, non dà resto.
Flyer: Great!
. No, non great…direi sbattimento, scusi…
Flyer: ma lei…lei è portughes? Espagnol? Eh…segnorita, bonita, paella…
. In realtà vengo dall’Italia.
Flyer: Italy! Cappuccino!
. Sì, anche tante altre cose…le dico io: mamma, pizza, mandolino, mafia, …Ho notato che il tanto adorato Belpaese, qui pare non essere molto noto…
Flyer: i love italy!
. Ma se mi ha preso per portoghese, spagnolita, …
Flyer: sono stato a Milano, Roma, e …
. Firenze
Flyer: sisi! Firenze. Cappuccino!
Ritrovarsi ad imboccare una città visitata in Italia - ad un americano - è tendenzialmente disarmante. Ma non ce l’ho con lui. Sono amareggiato da noi. Pensiamo di dover copiare il nuovomondo, poi ci ritroviamo ad essere un puntino. Piccoli e banali. Potenzialmente (solo) un’alternativa al caffè.
C’è ancora tutta Beverly Hills da raccontare. E West Hollywood.
Sono in seria difficoltà, non riesco a riportare tutto quello che succede. Angoli, oggetti, capelli. Cosine (enormi) che qui ti si proiettano addosso come se, per un momento, un giorno, fossi tu lo schermo della sala cinematografica. E’ del tutto impossibile non fare i conti col cinema, con le serie tv, con l’intero il materiale audiovisivo che ci siamo mangiati in questi decenni. Con i colori, i prodotti, i caratteri, i materiali. E’ gommosa quest’america. Domani vado a comprare una giacca con Roger Rabbit. Tanto è possibile. No?





