giovedì 30 agosto 2007

#02. Deborah


Los Angeles giorni seguenti.
Promenade. Francesismo storpiato per indicare la passeggiata interna a Santa Monica. E’ davvero rilassante questa zona a modo suo europea, forse la meno americana di questa città, che non è una città ma un’autostrada attorno a tante little towns.

C’è una ragazza che canta Tori Amos in mezzo alla gente. Poi un signore improvvisatosi Michael Bublé. E famiglie, ragazzi e ragazze, gendarmi che sembrano armadi che ti ricordano che “qui non si può fumare” – e continuano – “ma all’incrocio con la strada principale sì”. Quindi, praticamente, a due metri di distanza ti accendi la sigaretta, e nonostante il vento porti il tuo attacco alla salute altrui esattamente dov’eri prima, non fa niente. Va bene così.
Negozi, ovunque. Costa tutto relativamente meno che in da noi. L’Apple center è anche un internet point, nel senso che chiunque usa i notebook in esposizione come computer personali per navigare online o per caricare l’ipod. Mi sono immediatamente adeguato.

Mi riconosco in Santa Monica. Poco traffico e tanta serenità. Di nuovo, a vincere i loghi. Ma questa volta nascosti in parte dal viale alberato che di notte diventa Natale. Ecco perché nelle serie americane sembra sempre periodo natalizio. Lucine ovunque. Carine, simpatiche, affettuose.

“Oh…italiani! Milano? Oh…conosci Deborah?...ahahahah”, e se ne va. Un messicano che, gentilmente, ci ha chiesto quattro volte “tutto beni?”, come dire che alla fine l’Italia è tutta lì, in una domanda che non era necessaria, ma soprattutto bastava una volta sola. Cosa volesse dire non si sa, certamente il cocktail era buono. Sul molo di questa incantevole spiaggia, grande circa come l’A4, capita di sostenere un’imbarazzante conversazione con un cameriere che ti lascia il dubbio. Chi è Deborah?
Tutto sommato è come se chiedessi ad un americano a Roma se “conosce John”. Interessanti spunti continuano, poi, sul bus per Venice Beach. Antonio si presenta come uno “studioso della nostra lingua”. Mentre racconta della sua docente di Florence, un Babbo Natale in canotta e abbastanza peloso sulle spalle, ride e commenta una ragazza con evidente labirintite. E questo solo prima di scendere ed accorgersi che, probabilmente, a Venice si nascondono i marziani. Sicuramente sono lì in mezzo, tra un uomo in chiaroscuro che balla con una signora mozzarellosa mimando allusioni sessuali, ed una serie di facce qui inenarrabili che la dicono lunga.

Venice Beach è una follia. Un tratto pedonale adiacente la spiaggia dove si sintetizza tutto l’off-limits immaginabile. Accolto da una vecchina sui pattini, non posso far altro che adeguarmi ad un contesto che francamente mi è distante anni luce. Rido, e sono perplesso.
A mezzo metro l'uno dall’altro, personaggi che sono un’iconografia degli anni 70. Tatuaggi, dipinti, statuette, t-shirt, e…troppo. Un sessantenne capellone con cappello suona pezzi dei Beatles mentre, davanti a lui, c’è la sua stessa immagine, nella medesima posizione, con la scritta “strawberry fields howard”. Credo si riferisse a se stesso, ma non voglio sapere altro.

Musica ovunque, tutto pasticciato, mixato, eccessivo. Venice è una fetta di acido sistemata accuratamente in mezzo alla quiete. Basta spostarsi poco più in là, per ritrovarsi a Venezia, se i canali fossero anche lì contornati da casette fatte con lo stampino.
Un sognatore, o un rimasuglio dell’acido di cui sopra, anni fa, deve aver pensato di costruire una piccola zona residenziale con gondole e quant’altro. Il risultato è gradevole, perfettamente american style. Ovvero: strutturato, mitico, inutile. Ma lo ripeto: va bene così. Passandoci in mezzo non si può far altro che godere di tale vista, rimanendo sempre legati alla domanda: “perché?”

Allego l’intervista ad un passante, che chiameremo Flyer, (la traduzione non è letterale, ndr).
. Mi perdoni, ma perché qui non apparecchiate mai la tavola? In Italia è d’abitudine, nei luoghi di ristoro, pranzare su una tovaglia…
Flyer: No, guardi…lei crede veramente che ci sia bisogno di questo? Insomma, abbiamo il refill! Lei può ricaricarsi la Coke quante volte vuole. E ne paga solo una! Great.
. D’accordo, ma mi spieghi una cosa. Qui è tutto aperto 24 ore, non mi vorrà dire che c’è gente che fa fotocopie anche di notte…
Flyer: certamente! Ieri sera, per esempio, sono uscito alle 23:00 per andare a comprare dei Twix e qualche bicchiere di plastica. Mia moglie, invece, va spesso in lavanderia dopo le 2 di notte.
. Ma è pazzesco. Insomma, non potete farlo prima di andare al lavoro, o subito dopo…
Flyer: Si figuri! Qui è tutto aperto 24 ore!

. I vostri semafori pedonali hanno il countdown, quindi uno si rende conto, mentre attraversa, che potrebbero mancare pochi secondi alla sua morte…
Flyer: Quando scatta ci sono 10-20-30 secondi a disposizione per attraversare. Basta aumentare l’andatura, per non venire travolti. Io lo trovo squisitamente indispensabile.
. Mi pare di capire, Sir, che qui le cose sono molto “subite”…
Flyer: e perché? Facciamo solo quello che va fatto.
. O quello che viene indicato. Siete come un medicinale col libretto delle istruzioni, mi consenta…
Flyer: Ha mai provato a salire sul bus?
. Sì, non dà resto.
Flyer: Great!
. No, non great…direi sbattimento, scusi…

Flyer: ma lei…lei è portughes? Espagnol? Eh…segnorita, bonita, paella…
. In realtà vengo dall’Italia.
Flyer: Italy! Cappuccino!
. Sì, anche tante altre cose…le dico io: mamma, pizza, mandolino, mafia, …Ho notato che il tanto adorato Belpaese, qui pare non essere molto noto…
Flyer: i love italy!
. Ma se mi ha preso per portoghese, spagnolita, …
Flyer: sono stato a Milano, Roma, e …
. Firenze
Flyer: sisi! Firenze. Cappuccino!

Ritrovarsi ad imboccare una città visitata in Italia - ad un americano - è tendenzialmente disarmante. Ma non ce l’ho con lui. Sono amareggiato da noi. Pensiamo di dover copiare il nuovomondo, poi ci ritroviamo ad essere un puntino. Piccoli e banali. Potenzialmente (solo) un’alternativa al caffè.

C’è ancora tutta Beverly Hills da raccontare. E West Hollywood.
Sono in seria difficoltà, non riesco a riportare tutto quello che succede. Angoli, oggetti, capelli. Cosine (enormi) che qui ti si proiettano addosso come se, per un momento, un giorno, fossi tu lo schermo della sala cinematografica. E’ del tutto impossibile non fare i conti col cinema, con le serie tv, con l’intero il materiale audiovisivo che ci siamo mangiati in questi decenni. Con i colori, i prodotti, i caratteri, i materiali. E’ gommosa quest’america. Domani vado a comprare una giacca con Roger Rabbit. Tanto è possibile. No?

lunedì 27 agosto 2007

#01. Lost In Translation


Los Angeles primi giorni.
Raccontare senza inventare. Per anni mi sono divertito a girovagare tra possibili riletture della quotidianità - prettamente italiana – storpiando e declinando situazioni e facce all’interno di mondi sostanzialmente finti.
Ecco. Adesso – qui – mi trovo pressoché impossibilitato a continuare questo gioco. Annientato da un contesto, un mondo, un agglomerato di cose decisamente inimmaginato, mi vedo obbligato ad uscire un po’ (poco, perché tutto sommato sennò non mi diverto) da me stesso e a mettermi in soggettiva. Vediamo che succede. Tanto da qui non torno per almeno qualche mese.

Non è una città. E’ un’illusione. Un puzzle di cittadine raggruppate sotto il nomignolo L.A. (qua pare che per ogni cosa bisogna farne una sigla) che urla “don’t walk”, e tentare di girare a piedi diventa un suicidio. Oggi sono morto, per esempio. Chilometri come da Monza a Milano. Dal centro all’altro centro. A piedi.
Un ginocchio se n’è andato e l’altro non sa/non risponde.
Beverly Hills l’ho vista camminando come il Dr House. Cercavo un bastone, ma attorno solo negozi ultrachic e palazzi enormi, anonimi, eccessivi.
No…qui ci vuole un’automobile. Oppure i mezzi di trasporto, ma il problema è che non si capisce come funzionano. E i biglietti si fanno sul bus. Non dà resto, quindi può diventare leggermente impegnativo.

Ma passiamo alle cose che val la pena di inserire in questo daily-reporting (temo che termini tipo questo aumenteranno esponenzialmente, quindi mandatemi mail di protesta, provvederò a punirmi) e cerchiamo di andare oltre.

Qui il cinema non lo fanno i grandi registi, ma le location. E’ già tutto pronto, basta guardare. Se c’è una cosa veramente interessante di Los Angeles è proprio il contrasto tra il giorno e la notte.

Scena 1 – esterno notte
Donna sulla quarantina cammina – sola – per una strada particolarmente grande, ma vuota. Attorno a lei palazzi non meno alti di quaranta piani, pareti enormi e monocromatiche, intervallate da murature bizzarre o da reti fatiscenti. Auto parcheggiate poche. Auto in transito sempre.
Umani in zona: nessuno. La donna comincia ad agitarsi. Controlla la borsa e se la tiene stretta, quasi volesse penetrare il ventre per nasconderla. L’illuminazione pubblica è essenziale. Buchi di luce, non un viale illuminato. Gli edifici potrebbero essere abitati da scatole, non ci farebbe caso nessuno.
La donna cammina sempre più velocemente, fino ad imitare una leggera corsetta. Si guarda attorno, preoccupata, ma non c’è traccia di città. Un luogo che è forse un set cinematografico. O una quinta. O forse un percorso fasullo che non porta da nessuna parte.
Angoscia. La donna si sente in pericolo, non si fida più nemmeno della sua (accennata) ombra. Cerca conforto nell’unica traccia di “vita”: le insegne luminose. Tante. Troppe. Sempre.
I loghi servono agli americani per tranquillizzarsi. Adesso è tutto più chiaro.
Qualche interno acceso, hall di complessi residenziali e di qualche centro commerciale in stand-by. Ma non è vero. Non c’è nessuno.

Raggiunge Starbucks. “Un espresso”, chiede ancora intontita dal pericolo appena scampato. E si rintana nella calma apparente di una catena di colazioni.

La donna ero io. O un altro al mio posto. O una scena vista da “Il tenente Colombo” a “Omicidio a luci rosse”. Ancora non ci credo che sono qui.

Alla prossima. Poi ha fatto giorno e c’era la spiaggia. E lì cambia tutto davvero.

sabato 25 agosto 2007

#00. Los Angeles Twist


Da oggi, e per qualche mese, seymandi si trasferisce negli States.
“Che voltaggabana”, dirà qualcuno, (come già ieri Luca Cordero di Montezemolo a proposito di Bruno Pizzul e del suo Visto scaduto, ndr).
Cercherò di raccontare la mia personale visione di un mondo che, francamente, poteva non essere un fuso orario.

A presto.

lunedì 13 agosto 2007

Plaisir - parte 4


Geen camminava attorno alla piscina. Non voleva incontrare altri sguardi. Le andava soltanto di guardare come le scarpe si adattassero, man mano, ai diversi livelli del prato. Erba, piastrelle, finto bagnasciuga, elementi in plastica nati dai rimasugli della fabbrica di appendini.

Aveva passato la serata ad affacciarsi dalle finestre. Alcune completamente chiuse, altre semiaperte, altre ancora inventate, perché non c’erano. L’unica cosa che la spingeva ancora ad andare alle feste dei Seems era proprio questo. Guardare dalle finestre. Adorava le vetrate. Ed in quella villa ce n’erano moltissime. Contemporanea com’era, non poteva esimarsi dalla trasparenza. E dallo sfruttamento, ancora indedito, della luce solare.

Il maitre à penser della serata, colui che volle fortemente quella festa, era Geraldine Bounullo. Un uomo famoso per aver organizzato matrimoni di aristocratici in crisi d’identità. Il suo stile era impeccabile: limoni. Un’idea che stava spopolando tra i falsi liberal di allora. “Siccome”, diceva Bounullo, “creiamo nottate in bianco e nero, mi pare estremamente raffinato contrapporre il giallo, forte, tenace, luminoso, ma indifferente, del limone”.

Certo non si poteva dargli torto. Difficili i flop. Il suo zampino rendeva il tutto un successo. Di pubblico e di critica.

Noir fu tirato per la giacca dall’avvocato Merci. Un uomo sulla cinquantina che aveva intenzione di lavorare con lui.
“Allora, caro scrittore, ce l’abbiamo l’idea?”
“Mi lasci almeno prendere una sigaretta…”
“E dammi del tu…dai, insomma, io credo che con questa storia possiamo davvero…”
“Senti, Michel, lo sai…te l’ho detto come lavoro. Le parole sono tanti nei che mi piace applicare alla giornata. Devo selezionarle con calma, e poi è un periodo difficile.”
“Si, ma è importante che non ci si perda, lo capisci spero.”
“Su, su tranquillo…vedrai che quando sarà il momento, ci sapremo lavorare…adesso scusami…”.

E gli tirò un calcio sonoro sulle ginocchia. L’avvocato ne aveva tre, e gli facevano molto male.

Sul palchetto allestito per l’occasione, uomini e donne che contavano si facevano complimenti a vicenda. Gli invitati parevano ognuno perso per il suo spazio concesso. Ovvero il volume del corpo fratto il cocktail. Si poteva ascoltare la loro disperazione, ma solo osservando il modo di stringersi il collo.
Geen lo aveva capito sin dall’inizio. Gli uomini usavano le cravatte, o nell’eventualità il bottone più alto della camicia. Continuavano a stringere. Qualcuno cadde anche a terra, ma non era un problema. C’erano i limoni.

Le donne, invece, sfruttavano collane e collanine, girocolli, gioielli portati per l’occasione. Ce ne furono alcune che, addirittura, esagerarono al punto di tagliarsi. Piccole gocce di sangue, tanto pudiche da non sembrare nemmeno rosse, piuttosto verdognole, arancio, grigie.

La festa era all’ apice. Gli applausi si sprecavano. Ogni tanto, qualcuno urlava. Soprattutto donne. Ma, come già detto, faceva parte dell’evento. E dai Seems, finalmente, c’era condivisione.

La donna, annoiata sin dalla settimana precedente, decise di andarsene. A nulla sarebbe servito salutare il compagno. Con attenzione si allontanò man mano dalla piscina. Poi scelse zone poco illuminate del giardino estivo, così da evitare ogni contatto disossante con il resto dell’humus sociale.

Quando Noir, con la calma che lo aveva reso sterile, si affacciò, (dal balcone verso il cortile), si rese conto che, prima o poi, avrebbe dovuto decidersi. Così, per caso, si sedette su un dondolo che stava vicino all’angolo.
Da solo, cominciò a stringersi il collo della cravatta. Appoggiando la mano verso terra, toccò un libro. Lo prese. Era una vecchia raccolta di racconti di Jeneuve Froman, Guida per residenti termosifoni e le nozze a quattro mani.
Non lo leggeva da almeno quindicianni. Si mise a sfogliarlo.

Intanto, si era dimenticato di allargare la cravatta. Il collo, comodamente, si riempiva di rughe. Tuttavia, la pace sinfonica che regnava attorno a quelle pagine, rendeva la crisi respiratoria dello scrittore un regalo.

Come quando, al mattino, un croissant inatteso rende la giornata un passaggio successivo alla colazione.



[fine]

giovedì 9 agosto 2007

Plaisir - parte 3


Lucrezia, così si chiamava. Era figlia della Numismatica, una contessa famosa in tutto il sud della Francia, nonostante fosse islandese. Finita alla festa senza saperne il motivo, forse trascinata da qualche amica dell’alta borghesia, forse accompagnata da un non rilevante fotografo, si era messa a giocare come non faceva da sei mesi. Un piccolo esaurimento nervoso – il padre si suicidò dopo aver ricevuto un buono sconto per patate rosmarine – e Lucrezia entrò in un vortice di alcool e orecchini. Un mix pericoloso.

Piangeva. Noir l’accarezzava. Di nuovo paterno. Senza volerlo.

“Ho inventato un gioco. Tu conti fino a venti, intanto io nascondo un quadro. Se lo trovi, hai vinto”.
Voce sublime, di furbo incanto. Fanciulla dolce e sofisticata, che stava rubando la ragione ad un uomo intontito da una serata formalmente persa.
“D’accordo” – rispose lui – “ma se vinco mi regali un’unghia”. Non fu difficile trovare un accordo.
Noir si mise faccia al muro a contare. Una musica xilofonica, timorosa, si alzava sottile per sottolineare il momento. “Uno, due, tre, …”. Contava divertito, mentre la giovane borghese nascondeva il quadro ridendo come una mensola. Decise di tenerlo in tasca, per fregarlo.
“…diciannove, venti! Eh…adesso mi tocca fare il socievole…”.

Noir sapeva benissimo dove Lucrezia tenesse nascosto il dipinto di Madre Cueille. Ma voleva confonderla. Si avvicinava alle poltrone – sottosopra - faceva il finto preoccupato, toccava pareti e pavimenti, quasi ad insinuare che potesse averlo nascosto lì dentro o lì sotto, murato o pavimentato nel giro di pochi secondi.

La ragazza era tutta eccitata. Canticchiava, spontanea, una canzone italiana di Nilla Pizzi. Poi una di Gino Paoli. Poi una di Françoise Hardy. Era un arcobaleno monocromatico. Noir si stava affezionando a quel giovane incanto, ma doveva strapparle un’unghia. “Trovato!”.

Sì, proprio come previsto. Il quadro ce l’aveva in tasca. Un vestito che nascondeva delle tasche lunghissime, capaci di sfruttare uno spazio finora sottovalutato. Non una sottoveste. Una tasca. Un marsupio celato dall’elegante mise en scene.

“Dunque…s’il vous plait, je dois vous prendre…”. Non era spaventata. Si divertiva. Lucrezia lo interruppe per dargli un bacio sulla guancia. Poi un sorriso.
Noir le prese dolcemente la mano e, come un vero monsieur, le rimosse lentamente l’unghia del suo dito preferito, l’indice sinistro. Silenzio. Solo la musica, che da tentennosa si era fatta fluida e seducente, sinfonie d’archi che riempivano la stanza, parlava tra i due.

“Presa…!”. Il sangue macchiò immediatamente il tappeto sconvolto per terra. La donna sradicò dalla borsetta una manciata di fazzoletti di seta, che solo a vederli veniva voglia d’accarezzarli. Come se nulla fosse cominciò a tamponare la ferita. Uno schizzo di sangue colpì anche la giacca di Noir.

Qualcuno urlava. Sicuramente in giardino stava cominciando l’applauso.


[fine terza parte - racconto episodi]

lunedì 6 agosto 2007

Plaisir - parte 2


Una sedia in plastica nera. Un appendiabiti. Cuscini del divano sfoderati e saltellanti, come rimbalzosi su un tappeto di piume. Una donna misteriosa, che finora non aveva mai visto, si agitava, solare e privata, tra una poltrona di pelle e un piumino d’oca.
Si fermò ad osservarla, mentre dal taschino estraeva una Gauloises accartocciata nel pacchetto morbido. L’accese. E si avvicinò, lentamente, alla vetrata.

La villa era tutta un gioco di luci/ombre, di vedo/non vedo, di finestre aperte e chiuse. Tendaggi spesso falsati, appoggiati solo per potersi nascondere mentre si gioca al voyeur.
Una vera maison, quella dei Seems, famiglia ricca e benpensante del nord. Avevano costruito la loro fortuna grazie ad una semplice intuizione del nonno. Prima di loro nessuno, e ci si chiede ancora oggi come sia stato possibile, aveva pensato agli appendini plastificati. Dopo decenni di appendini in legno o metallo, Berardo Seems, padre del succedutogli Velóm, pensò bene di fabbricare una nuova logica per sistemare gli abiti nell’armadio. E fece una valanga di soldi.

L’attenzione per il design era evidente. Una casa che non aveva nulla da invidiare al Beaubourg di Parigi. Contemporanea com’era, poteva sintetizzare perfettamente gli anni che stava vivendo.

Noir scriveva un romanzo ogni volta che tornava da una serata dai Seems. C’era qualcosa in quell’ambiente che riusciva a stimolarlo egregiamente. Ma questa volta non era la stessa cosa. Era come disorientato, confuso da una visione non preventivata. La donna era meravigiosamente à coté di divani e cuscini, in un gioco adulto d’arredamento.

“Hai parlato con Vongolvé?” – lo interruppe come uno schiaffo Geen – “Voglio telefonare”.
“Conversa un pò al tavolo, no? Mmm…vuoi che ce ne andiamo?”, le rispose, con tenerezza e sincera attenzione. Talvolta Geen riusciva ancora a farlo atterrare, a renderlo più paterno. Momenti rari, che finivano come tartine. In fretta.

“Oh…signora cara…ma che piacere! Oh, gliela posso rubare un attimo, le devo assolutamente presentare Germano…è un cantante, sa…venga, venga pure…”.

Un ultimo sguardo. La sigaretta era già sotto la suola. Noir e Geen si salutarono così, senza una parola. Era bastato l’intervento, becero e pacchiano, di una delle tante parrucchiere della serata per dividerli. Senza commenti. Solo un pensiero, veloce, rapido, inodore.

Mora, con i capelli corti. Lisci, che parevano stirati a vapore. Lui le stava di fronte, in mezzo solo una grande vetrata. La luce lo rifletteva poco, rendendolo quasi invisibile. Aveva acceso un’altra sigaretta. Sarebbe potuto rimanere sulla soglia per sempre, probabilmente. Era incantevole. Avrà avuto venticinque anni. Vestita di nero, con la borsetta che usavano solo le nonne. Goffa ed elegante. Bella.
Prendeva i mobili e li spostava, si sdraiava per terra ed arrotolava i tappeti. Poi staccava i quadri. Sempre con la borsetta sull’avambraccio destro. Sempre ordinata. Folle.

Era di nuovo con il corpo sul pavimento, quando una scarpa nera, lucida e charmant le si era presentata davanti al naso. Noir la invitò ad alzarsi. Lei si mise a correre per la stanza, leggera e felice, drammaticamente serena. Lo scrittore cominciò a danzare con la ragazza. Saltavano sui tavoli, si gettavano sui divani, rompevano cuscini e si lanciavano le piume. Due bambini agitati che facevano festa. Due adulti impauriti stanchi delle parole.

Fu con estrema sorpresa che la ragazza, proprio quando la danza diventava balletto, si mise a piangere.


[fine seconda parte - racconto episodi]

venerdì 3 agosto 2007

Plaisir - parte 1


Noir cavalcava lentamente i gradini. Erano scale.
Di solito andava a quel tipo di feste per trovare un editore. Oppure per cenare. Dipendeva.
Era vestito in bianco e nero. Come la pellicola di un film anni 50. Non si presentava mai da solo. Si faceva accompagnare da una vera signora. Una donna sulla quarantina detta Geen che, sostanzialmente, non amava il divertimento. Si prendeva a schiaffi. Il giovedì.
Questo chiaramente non era un problema per lo scrittore che, solitamente, la trattava come si tratta un bambino. Con affetto e disinteresse. La noia aveva travolto i due da almeno cinque anni. Prima era tutto diverso. La mattina facevano colazione ed il pomeriggio stiravano fette biscottate. La musica era sempre francese. Un jingle dietro l’altro, perenne e perpetuo, diluito, accennato. Ascoltavano melodie provenienti da un punto non visibile. Come se la musica, in fondo, fosse solo una colonna sonora appiccicata. Differita.

La festa dei Seems era un’occasione di smarrimento, un diversivo. Noir era intenzionato a flirtare con una giocatrice di baseball dipinta a mano e la compagna, in controtendenza, voleva solo spiare. Guardare da dietro le finestre. Mezze chiuse. Sollevate il giusto necessario per potersi sostituire ad un pannello di vetro. Lo sguardo fisso di un teleobiettivo curioso e nauseato.

“Lei è certamente l’autore del Samedi Tartare avec Monsieur Gilet!” – esclamò con volgare furore un imprenditore lombardo – “L’ho vista sa? Era in tv…” – moltiplicò con fare insicuro – “La cerbottana la tiene sempre lì?” – chiese turbato Noir – “No, no…è un fazzoletto”.

Scene che si ripetevano. Noir veniva spesso interrotto da invitati pusillanimi che non si guardavano le spalle. Come la Marchesa Senternel, una donna robusta dalla colonna vertebrale in rilievo.

“Io la trovo attraente!”
“Ma no, si figuri, è solo cipria…”
“Sa, quando ho letto Nevica sull’orlo ho creduto di morire. È stata un’esperienza ignobile…”
“Ah, lei certamente si riferisce al racconto sui batteri all’ufficio acquisti! Sì, devo ammettere che la protagonista era eccessivamente disinvolta…”
“D’altronde non è colpa sua!”
“No-no”

Ecco. Un pannello dietro l’altro. Gli ospiti erano come veleni. Piantati nel giardino svizzero.

Noir si accorse che qualcuno stava arredando il salotto.


[fine prima parte – racconto episodi]