lunedì 30 luglio 2007

Processo Attorno


Un problema serio, finalmente, per Nervo Attorno.
Un uomo da solo davanti alla necessità di cibarsi. Fame, ma non disponibilità a metterci troppo tempo. Soluzione: toast. Ma il signor Attorno, classe 1979, non si accontentava di banalità. Cercava spesso il significato del termine (“banalità”) su diversi dizionari sparsi per casa, ma alla fine si ritrovava sempre e solo a combattere con l’idea che si era fatto di quella parola. Banalità. Per Nervo era una questione. Un discorso da affrontare. Da non sottovalutare. Di solito cambiava significato in base al contesto. Banale un saluto preconfezionato, banale anche un augurio, banale una mela, banale, ma accettabile, la postura. Banale illudersi, banale arrendersi.

Talvolta, però, diventava banale anche un toast. E quella che poteva essere la modalità più comoda e veloce di saziarsi, eccola trasformata in un dibattito. Da solo.

Nervo accese il tostapane. Fin qui nulla da affrontare. E’ chiaro che nella testa dell’ Attorno si sfiorava la questione “era fin troppo banale ricorrere a questo elettrodomestico figlio di un decennio malposto”, ma fortunatamente c’era già un passaggio successivo più interessante. Il pane.

Il pane da toast è particolarmente arrogante. Col passare degli anni non si è mai riusciti a perfezionarlo come, invece, molto e bene (o male) si è fatto con brioches, snacks, caramelle.
Il pane per toast, in controtendenza per volontà di chi non è chiaro, è rimasto tale e quale. Banalmente brutto e confuso. Asciutto e anonimo. Pieno di difetti, mai risolti. Balza all’occhio il riconoscibile profilino scuro, come un nastro adesivo farinoso fastidiosamente inutile. Una corrente di pensiero tende, infatti, ad eliminare tali profilini. Un’altra, ovviamente più “allineata”, li accetta senza pretese. Questi ultimi erano ritenuti un problema per il futuro, a parere di Nervo.

Il pane per toast non è mai stato valorizzato. Pessimi e poco invitanti packaging, pubblicità sottotono, restyling non dichiarati. Un disastro commerciale e sociale. Chi si accontenta del pane per toast, pensava Attorno, si accontenterà di una serie preoccupante di altre cose, politiche, filosofiche, culturali, decisionali.

Ecco che allora, Nervo, scrittore di liste della spesa con acuta attenzione agli accostamenti, (famoso per aver diviso la lista per colonne, diversificando le zone della casa, in questo senso personalizzando il supermercato, trasformandolo in tante stanze quante quelle in cui si vive), ha trovato un protagonista diverso e a modo suo, geniale. Il toast senza pane per toast. Ma cotto nel tostapane. Come mettere in freezer non un gelato, ma qualcosa di simile che, solitamente, potrebbe stare anche in frigo, o addirittura nella credenza.

Pane per tramezzini. Non quello lungo, a “fettone” (per dirla volgarmente), ma quello già diviso a carrè, impropriamente quadrati di pane al latte per tramezzini, (o tartine, perfetto per accogliere salsa cocktail e cosine), squisiti una volta farciti.
Quindi si procede come al solito. Due fette di “pane per tramezzini” (quello bianco bianchissimo, al latte, morbido e sottile, che a contatto con il palmo della mano, come un materasso di nuova generazione, sembra prenderne le forme, come dire: un pane sul quale dormire), poi affettati e sottiletta.

Un sollievo, per l’inventore della lista della spesa personalizzata anche in base al supermercato, un passo in là, lontano dalla banalità di un fin troppo ovvio pan carrè.
Peccato che, anche le soluzioni migliori, studiate, approfondite, abbiano, empiricamente, difetti di operatività. Le confezioni, sia del morbidissimo e fresco pantramezzino, che dei salumi - almeno quelli in dotazione a Nervo – contenevano numero 5 fette. Cinque scomode fette di pane e 5 scomode fette di prosciutto. Laddove Attorno avesse voluto preparare un solo toast, si sarebbe trovato a disagio, dovendo poi rimettere a conservare il resto.

Un toast tendenzialmente si adatta a 3-4 fette. Cinque sono troppe e due troppo poche. Qualora anche avesse trovato il modo di risolvere questo inciampo, il non banale chef si sarebbe trovato con una confezione aperta con tre fette di pane, non assimilabili così. Il toast: 2 fette. La confezione: cinque. Una, comunque, sarebbe rimasta fuori.

Davanti a cotanta inflessibilità, Nervo decise di prendersi una pausa dalla pausa pranzo. Versò un sorso di bibita nel bicchiere, chiaramente riempiendolo, così da evitare di porsi dinanzi al dilemma “mezzo pieno mezzo vuoto”, e rimase ad osservare gli elementi ordinatamente disposti sul tavolo.

Una confezione di prosciutto dolce, della tipologia “salvafreschezza” e soprattutto “lunga durata”, con cinque fette a disposizione, a seguire le cinque fette di pantramezzino, infine il tostapane pronto e probabilmente ormai incandescente.
La troppa attesa fece si che Nervo necessitasse di due toast, e allora sì che la questione diventava un caso da risolvere, da affrontare, da non lasciarsi scappare.

Tre fette erano adeguate, due non sufficienti. Si sarebbero perse troppo dentro quella voglia di pane bianchissimo e morbidamente fresco. Fragrante.
Le sottilette erano l’unico elemento corretto. Sollevato ed esimato dal processo. Eccole in tavola. Loro erano pronte, erano due, una per toast.

E se anche ne avesse farcite due, quella fetta rimanente di pane? In solitaria che poteva fare? Come renderla partecipe?

La fuga esistenziale dalle numerose definizioni di banalità rese il pasto del signor Attorno un processo di infinitesimale perdita di tempo.
Confuso e terrorizzato dalla questione del numero di fette, (lo ricordiamo, cinque di pane al latte sottile e medesima quantità di fette di prosciutto), si trovò dinanzi ad un limite astratto e matematicamente ingiusto.
Vittima di un confezionamento confusionario ed ingeneroso.
Spense il tostapane e rimise tutto a posto. Optò per una telefonata al servizio consumatori. E per un banale, ma rassicurante, morso di mela.

Il giorno successivo, questo è sicuro, il noto scrittore di liste della spesa in lingua originale, avrebbe tentato un nuovo approccio al toast. Con pane per bruschette. E senza farcire. Solo olio e origano.

Sognando un letto di pane al latte per tramezzini. Morbido, leggero, sottile, fresco. Illusorio.

sabato 14 luglio 2007

Mucosa Falciforme


Ieri ho partecipato ad una trasmissione televisiva in Svezia. Un programma particolarmente originale, nuovo direi.
Un concorrente doveva indovinare a chi corrispondesse il rumore di starnuto. Cioè c’era una serie di suoni di starnuto, maschili e femminili, e Celion (nome del concorrente) doveva collegare questi violenti atti respiratori al loro “padrone”.
Uno show spassosissimo. Ad un certo punto, credo fosse la manche del “gira tutti”, entrava in studio un’enorme scatola di Kleenex seminuda, con trasparenze che lasciavano intendere una volontà sessuale maliziosa e mediocre, e si metteva a cantare pezzi di Sinatra. Poi c’era il jingle del “starnutami”, che in svedese suona molto male. Ero estasiato. Solo a “Cominciamo Bene Estate” mi avevano trattato meglio.

La fase finale del quiz televisivo per adulti, (il format, infatti, va in onda in terza serata), prevedeva una sfida tra un lui, Menhir, e una lei, Asthel. I due dovevano distinguere un “soffio di naso” maschile da uno femminile. Non ricordo chi fosse il vincitore perché, purtroppo, sono stato distratto da una signora di 85 anni con la febbre. Era la prima volta che ne vedevo una. Ho pensato di offrirle qualche ciocca di capelli. Ci siamo apprezzati.

Domani parto per l’Australia. Poi New Hampshire e Ohio. Mi hanno invitato ad assistere ad un nuovo reality sui prezzi della frutta. Un evento mediatico. Un caos. Una fiammella rovente che scalda il cranio fino a fonderlo. Un successo.

lunedì 9 luglio 2007

Questo è Nuovo


Scrive a macchina. Poi prende i fogli e li incastra nel computer. Non li inserisce. Li prende e con la convinzione di chi sa che da qualche parte c’è una fessura, ce li spinge dentro.
Non accende lo schermo, ignora le altre componenti. Piglia fogli stampati con la macchina da scrivere, tatuati come marchi sulle pagine, e li spinge forzatamente nello schermo del PC. Come se fosse normale, come se si dovesse fare così.
Ma se così fosse, sarebbe più semplice, più immediato. Invece deve sudare, sforzarsi, bestemmiare.
E’ costretto a romperli, a stropicciarli, a renderli poltiglia. Poco importa.
Lui scrive a macchina. E se deve inviare una mail, fa entrare i racconti dentro lo scatolone. Li prende e ce li spappola all’interno. Come ripieno nella faraona. Come crema nel krapfen.

I file li passa da uno schermo all’altro, sempre spento, sempre senza prendere in considerazione una porta usb o un dvd. Senza chiavetta. Senza cd-rom.
Lui prende e sposta. Apre. Spacca e inserisce. Spolpa. Impasta. Richiude.

Chirurgo e macellaio del peer to peer, scrive come se stesse cucinando. Lo fa col metallo, lo fa per sentire il suono poco rassicurante dei martelli sulla carta. E’ come un pianoforte a coda. Imprime lettere a tempo industriale. Un telaio raffinato e sterile.

Sono parole che non hanno futuro. Appena incise finiscono rotte in qualche schermo sbagliato. Mangiate da scatole spente, malposte senza saperlo.

domenica 1 luglio 2007

Mais al Contrario

Fino al 2002 ogni volta che andavo in un bagno pubblico controllavo che fosse vuoto. In ufficio come in un ristorante stavo ben attento che nessuno mi seguisse mentre entravo nella toilette. L’idea che qualcuno fosse lì con me, bloccava completamente la mia capacità di orinare.
Nelle sfortunate occasioni in cui si andava assieme, tra amici o colleghi, ero preso dal panico, perché sapevo che non ce l’avrei fatta. Una totale incapacità di espellere liquidi dall’uretra aumentava il sudore che annegava la fronte.
Il problema era la compagnia, la sensazione di non essere da solo. La consapevolezza, un’altra volta, che sarei stato lì mentre tutti gli altri avevano già finito di pisciare.
Eccomi! Quello che deve ancora cominciare a pisciare quando tutti gli altri hanno già finito da un pezzo. Quello che anche per un’azione fisiologica ha bisogno di pensare, di mettersi in moto, di relazionarsi alla propria minzione.

Mi chiamo Derso Rimanga e stamattina ho chiesto a mia moglie di stirarmi il collo. Ieri, invece, le ho fatto una richiesta ben più ragionevole. L’ho pregata di aspirarmi il ginocchio. Non mi pareva di esigere tanto. Lei, invece, sembrava sconvolta. Martedi le domandai se non le dispiaceva cucinarmi la mano. Ogni volta la sua reazione giungeva inacidita.
Dal 1997 ho smesso anche di utilizzare sottobicchieri. Sarà per la parola che ho sempre trovato molto affabile, ma avevo un vero legame con quell’oggetto. Mi sentivo in dovere di utilizzarlo. C’erano molti tic che mi accompagnavano. Per esempio ai tempi delle medie mi abituai a toccarmi due volte il naso e una volta la bocca nei casi di situazioni fastidiose. C’erano delle varianti. Due volte il naso bastava quando c’era troppa gente attorno (a tavola, in classe, sul bus), mentre era consentita una volta soltanto sulla bocca quando avevo il raffreddore. Non ho mai capito se funzionasse o meno, però mi ricordo di quella volta che rischiai di intossicarmi di Aulin scambiandolo per “Frizzi gizz” e che ripetei per una quindicina di volte il mio rituale completo. Andai al pronto soccorso, però adesso mi sento di poterne fare a meno.

Oggi sono sposato con una donna che ama il nuovo figlio dei vicini, un belloccio noleggiato dal centro di smistamento in fondo alla strada. Carlenya è una vacca, capace soltanto di misurare zucchine e clavicembali. Una madame jambon, sorta di pasticcio tra una signora francese ed una strozzata bresaola.

Da tre settimane sono tecnico specializzato in testing di biscotti secchi. Un lavoro affascinante, richiesto da un’apprezzata azienda di biscotti. Secchi.
Visito vari stabilimenti, spesso poco organizzati, e mi soffermo ad assaggiare i loro prodotti. Solitamente biscotti. Secchi.

Devo ricordarmi di sistemare la camicia. Ha ricominciato a trasbordare dalle maniche della giacca. Un problema che credevo di aver risolto nel 1999.

Finestrino di Buoni Propositi

Natale 1965. Non era passato un anno da quello precedente perché, per uno strano gioco di campi e controcampi, Emily aveva atteso troppo poco. Qualche sera prima - era prevedibile - qualcuno bussò alla porta d’ottone bianco. Come un batuffolo di cotone. Come un cotton-fioc. Come la neve. Romantica Emily. Volgarissima Emily. Aveva un nome internazionale, ma abitava a Sabbialfosso, un paesino che non si ricordava nemmeno chi ci abitava. Così lei, lentiggini di sottobosco, respirava smog da grande mela. Il padre travestito aveva deciso di mettersi il vecchio costume di Santa Claus. Non era adatto alle sue nuove forme, ma decise che per la figlia era troppo importante sentirsi a New York. Si cammuffò. Era il 7 maggio 1965. Faceva caldo. Luccicanti come un tulipano contaminato da etere, gli addobbi natalizi avevano strane convulsioni. Fu un disastro totale. La madre della ragazzina soffriva di attacchi epilettici. Gli animali domestici si sentivano parte della famiglia (dei vicini). “Non voglio dimostrare nulla” - disse il fratello maggiore - “ma non credo di sentirmi a mio agio qui”. E nel “qui” esprimo la mia prima opinione esplicita.
Natale 1965. Deluse le aspettative. Deluse le frasi di circostanza. Delusi i buoni propositi. Tutto quel collage temporale era ingiustificato. Una forte e rigorosa bestemmia bombardò la banalissima cena. Era Emily. Era volgare?
L’intera serata, cominciata fuoriluogo sin dall’inizio, finì in un suicidio. Morta la mamma, (quella mancanza d’attesa l’aveva portata a decidere di cessare le vibrazioni), morto il padre (stufo di creare calendari alternativi), morto il fratello maggiore (non aveva particolarità evidenti utili allo sviluppo del racconto) e, soprattutto, morta Emily. Al criptico suicidio dalle tonalità familiari non parteciparono i due gatti e il cane bastardo. Erano dai vicini.
A casa Riapàtia il Natale era arrivato in anticipo.