venerdì 22 giugno 2007

Infatti


C’era un uomo con un ombrello nero in mano.
Garnano ed Elira, innamorati l’uno dell’altra (ma non viceversa), si dilettavano col passaggio dei limoni. Sul prato una grande coperta, di quelle lanose, che provocano irritazione agli occhi nonché agghiaccianti difficoltà agli allergici, come me.
Pane raffermo. Ce n’era ovunque.
“Come sei tenero quando mi sorridi così” - diceva la ragazza - “Come sei arrogante quando cerchi di invaghirti di me” - le rispondeva lui, con fare galante, mentre sorseggiava del vino bianco, frizzante, forse di un’annata poco accattivante, quella del 1964.
Garnano aveva lo sguardo scuro. Si diceva così, di lui. Un aspetto poco rassicurante, decisamente inadatto al suo ruolo nella società, la “Retrespic srl”. Da mesi si era arricchito non si sa bene come. O forse sì. Il giovane rampante candidato alle elezioni per la dirigenza dello staterello (di cui si preferisce non fare il nome), stava cercando amici importanti nelle zone alte, quelle decisive per il passaggio obbligato verso il potere decisionale. Elira lo sapeva bene e per questo non intendeva farselo scappare.
Dove finiva l’estremità destra della coperta lanosissima a quadretti blu e rosso mestruo, iniziavano le radici in superficie di un albero. Dietro l’imponente tronco c’era un signore, cravatta nera, occhiali da sole, cappello da contadino. In mano teneva un ombrello. Nero, anche lui.
Una pesca cadde improvvisamente dall’alto. Il ragazzo non se ne accorse, così Elira la mise in mezzo ai numerosi limoni. Garnano fischiettava una musichetta fastidiosa e imbalsamata, che faceva più o meno “refereferefefefefererefefefe rfe”. La giovane fanciulla cominciò ad irritarsi. Si capiva che non provava reale interesse verso il promesso compagno di niente. Così, durante il tradizionale passaggio dei limoni, inserì una pesca.
L’uomo con l’ombrello era ora inspiegabilmente vicinissimo agli innamorati. L’ombra dell’ombrello copriva il volto di Garnano. Elira sorrideva. Capì tutto. Ma non aveva considerato il ruolo dell’uomo dietro l’albero.

Cinque anni dopo, il giovane promesso leader finì a commentare partite di shangai in una sacrestia non lontana da una chiesa sconsacrata. Elira, falsa anche nel lobo dell’orecchio sinistro, (quello destro lo perse qualche mese prima di cinque anni dopo), si punse con un ago arrugginito.
Morì qualche ora più tardi.
Quel giorno non pioveva, eppure qualcuno giura d’aver visto un uomo bizzarro, cappello da contadino, completo nero, con in mano un ombrello. Anch’esso nero.

sabato 16 giugno 2007

Aristocratici nel Reparto Frigo

Immersi nei colori – uno per reparto – dell’ipermercato, si fanno disorientare dai ripetuti annunci delle casse.
Una signora molto grassa, morbidissima, sudata dal fresco diffuso del sistema di raffreddamento, riempie con foga il carrello.
Pane, pasta, focacce. Carboidrati. E tutto quello che la può gonfiare.
Qualcuno commenta.
“Attenta che tra un attimo esplode” – confida una ragazza alla madre. C’avrà trent’anni, la signorina, e ancora fa la spesa con la mamma. “Senti, molla il pane e prendiamo dell’insalata. O l’anguria”, le risponde la donna.
Sembrano due shampiste mancate. Nulla contro le shampiste, però hanno un tremendo bisogno di giudicare. Come si fa nei talk-show pomeridiani. Attendono di far parte di una giuria.
“Colpevole di obesità”- dice la madre – “Gente così andrebbe macinata per bene” – risponde la figlia.

Carnivore. Corrosive. Acide.

Lorena e Angiolina fanno la spesa tutti i giorni. Tengono l’uomo di casa rinchiuso nello sgabuzzino e si divertono a tenere in mano la situazione. Escono di casa e giudicano.
Si sentono forti, complici, alleate.
Mangiano solo cibi sani, piatti leggeri. Non come l’obesa. La guardano come se li avesse mancato di rispetto. Le due streghe hanno fatto della dieta un leit-motiv settimanale. La loro rivincita. Con l’uomo chiuso nella scatola si cibano solo di frivolezze. Pallide. Asciutte.
Madre e figlia hanno trovato finalmente la loro dimensione. Ma un giorno se lo mangeranno.
Angiolina tiene stretta la figlia. Si intuisce che non vuole farsela scappare. Hanno fatto un patto di sangue, oltre ogni ipotizzabile complesso edipico o simili.

Acqua dietetica. Quella con lo 0,0001% di grassi. Nell’acqua? Sì, ci sono anche lì, i grassi.
Pane, no. Pasta, no. Solo frutta e verdura. E yogurt. Tantissimo, perché non si può prescindere dall’apporto giornaliero di calcio. Fa bene alle ossa.
Carne? No, basta quella del marito.
Angiolina lo sa: quella donna grassa e unta potrebbe far coppia di vassoio col marito. “Quanto sarà?” – chiede – “Almeno cento, centoventi chili”. La vedono spesso, qui. Si lanciano un paio d’occhiate, come preda e predatrici. Se la mangiano con gli occhi.
La dieta, in qualche modo, le obbliga a vedere fame ovunque. D’estate è più facile, il caldo le costringe a rinfrescarsi lo stomaco. Ma quella botte di lipidi d’inverno se la farebbero con un intingolo da paura. Bisognerebbe invitarla a cena.
Prima, però, Tarcisio. Un tempo pater-familias, adesso un ottimo secondo con contorno di patate. Al forno. Lo tengono nascosto da almeno un mese. E’ in pensione, chi lo potrebbe cercare? Gli amici? Ma no, quelli non si ricordano nemmeno la strada dalla camera al cesso…
E’ pronto. Pensavano quasi quasi di imbottirlo ancora un po’. Magari con del ripieno. Come si fa con le galline o le quaglie. Nutrirlo non è un problema. A casa c’è cibo a volontà. Lo sgabuzzino è una specie di dispensa, il suo luogo preferito. Adesso lo riempie l’uomo, tanto è grosso. E poi c’è il freezer. Lo aveva acquistato proprio lui. Ci teneva anche una fiorentina d’annata.

Martedì Lorena non ce l’ha fatta. L’ha morso sulla coscia. Lui urlava, inutilmente.
Sta male il Tarcisio. Ma resiste. Perché, dopotutto, lo nutrono ancora decentemente.

Missiva Per Un Secchio

Ho detto “ciao” ad una ballerina.
Quando l’ho rivista mi sono proposto con lo stesso parere. “Ciao”.
Incontrando un collega, gli ho detto “ciao”.
In metropolitana, disturbato dal calore di un sedile malposto, ho guardato davanti a me.
C’era un finestrino deserto, quasi che fosse umano. Gli ho detto “ciao”.
Fedenza, il medico che studia la cagnetta, mi ha descritto il suo viaggio in Alaska. Così abbiamo assaggiato delle mandorle ignifughe. La tenda si muoveva leggera, una telefonata inattesa ripose la mia attenzione verso il cavallo. Ho sussurrato “ciao” al medico.

Dopo una giornata di vacanza sento il bisogno di appuntare i miei pensieri. Mi piace, per esempio, ricordarmi degli amici. Scrivo messaggi, corti, irriverenti. Scrivo “ciao”.
La mattina, se dimentico di dirlo, urlo “ciao”.

Ho detto al mio rosticciere di prepararmi una crespella. Sono molto buone. Mangiandola, l’ho osservata bene. Fu quello il momento giusto per cambiare argomento. “Ciao”.
Non stringo mai la mano e sono sterile. Dico “Ciao”.
Anche davanti allo specchio, se nevica, sistemo le dita e gesticolo “ciao”.

Non voglio salutare, non so nemmeno se mi piace il vino. Esprimo, sottilmente, quel banale concetto di “ciao”.

domenica 10 giugno 2007

"L'ippopotamo ha in sè la verità della vita di provincia."

Forlai Greetings, "The Screen Under a toasted Living Room", 1999

venerdì 8 giugno 2007

Armida si cibava di plexiglass


Giovedì 24 agosto 1972 a George Lewis, nativo del Michigan, capitò una cosa che decisamente gli cambiò la vita. Non era mai stato un voltagabbana, né un particolare sostenitore dell’allora presidente dell’associazione “Feet and Out” Simon Roicher. Mister Lewis uscì di casa come ogni maledettissima mattina, prese le solite due uova, i soliti amaretti di Chicago, i tre soliti fottutissimi bicchieri di orange juice. Ma quella mattina fece un errore che gli costò molto più di 20 cent, 70 cent. Volle acquistare qualcosa che cambiasse quell’insopportabile routine routinizzata all’estremo. Prese una pallina antistress. Piccolo salto indietro: forse non tutti sanno che le cosiddette “no-stress balls” nacquero già ai tempi di Manzoni, quando il giovane scrittore, preso da forti attacchi d’ira verso l’incapacità di trovare un nome meno originale di Fermo a Renzo, non poté fare a meno di rilassarsi con quelle graziose gommine elastiche che tanto bene facevano ai suoi polsi. Ora, che un uomo acquisti una pallina antistress di giovedì mattina è cosa tanto plausibile quanto naturale, ma che il signor Lewis lo facesse proprio in quel preciso istante, tra le 8:34 am e le 8:55 am, beh…non è un caso. La prima volta che mi raccontarono questa bizzarra storia, sette anni fa mentre salivo in cima al colle delle zandine a Calarmia, in valbennata, stavo studiando un modo per uscire da una brutta storia di esami di feci, che stava truffando decine e decine di giovani studiosi irlandesi. Fu un colpo difficile da digerire, come mangiare una lasagna e quaranta cosce di agnello e ali di coniglio prima di andare a letto (nb: il coniglio non ha ali, ma sarebbe emozionante e cosa rara poterle assaggiare). Dovete sapere, infatti, che poco dopo l’acquisto della pallina per ridurre lo stress e l’illusione di dare nuovo slancio alla propria giornata, George non seppe più trovare la strada per tornare a casa. Theresa, la ragazza americana che me l’ha narrata mentre facevamo l’amore, mi ha confessato che le piace immaginare che il signor Lewis stia ancora vagando in cerca della sua casa, non molto lontana dal Burger King della 7° Avenue, in direzione Forceney. Oggi, George, avrebbe 107 anni.

lunedì 4 giugno 2007

L'arte è la concretizzazione della follia.

Human Relax, "Because of 30 people in the middle of the timetable", 2007

domenica 3 giugno 2007

Semeraro

Enrico Mentana intervista Seymandi.
Ancora una volta, dopo Daria Bignardi e Luca Sardella, l’autore del blog viene interpellato a proposito di gnocchi alle patate.

Mentana: Seymandi!
. Seymandi: Ostia!
Mentana: Allora…blog bianco, blog colorato, blogspot…una provocazione?
. Seymandi: Dopo qualche anno di permanenza sul web avevo pensato di ampliare il blog con grafiche e altre diavolerie visive…poi mi sono reso conto che stavo perdendo di vista le parole…
Mentana: Così ha fatto, mi passi il termine, la furbata?
. Seymandi: Ma lei indica sempre così…cioè…usa le dita in modo disconnesso.
Mentana: L’ha ucciso lei?
. Seymandi: Come fa ad essere sempre equidistante? Non si sente un pò disperso in se stesso? Ma quello è un neo?
Mentana: Come sa noi a Matrix non abbiamo interesse a fare polemica. Lei ha dichiarato di non sentirsi italiano. Una polemica?
. Seymandi: Le racconto una storia: un bambino torna a casa, sul televisore c’è un vaso. Il bimbo lo prende, lo sposta, poi accende il gas e si cucina delle zucchine in pastella. Dov’è l’errore?
Mentana: Su, su…non faccia il fazioso. Lo sa che in questa azienda siamo liberi.
. Seymandi: Non c’è il collegamento con Funari o qualcuno di simile?
Mentana: Il nostro è un pubblico che applaude in maniera libera. Lo studio è soppalcato. La sigla l’ho scritta io. Siamo autonomi.
. Seymandi: In questo programma mi sento come in una camera iperbarica. Cos’è successo al TG5? Mentana, lei mi mette ansia.

Mentana rimane a fissare l’ospite il tempo di un biscotto. Poi si gira verso il pubblico, cui abitualmente dà le spalle. Quindi si volta verso la camera e comincia ad indicare a caso. Parte un RVM su Cogne.

Mentana: rido!
. Seymandi: Il problema dell’Italia non è la politica, ma i batteri.
Mentana: Ce l’ha con noi?
. Seymandi: No…Cristo Mentana…è la prima volta che vorrei alzarmi e cercare un abbraccio.
Mentana: Lo dica, lo dica pure.
. Seymandi: Cancelletto
Mentana: Asterisco
. Seymandi: Ron
Mentana: Drupi
. Seymandi: Aiazzone

Mentana cerca di togliersi gli occhiali, ma non ci riesce. Comincia a fare battute senza virgole, per poi ritrovarsi per terra nello studio vuoto.

. Seymandi: E’ vero che la Buonamici e Didi Leoni sono la stessa persona?
Mentana: Sono fatte d’olio.

Seymandi lancia la pubblicità. Al rientro, l’ospite è Glenn Close e il conduttore si limita ad ascoltare. Poi entra un gruppo di spogliarellisti di Fabriano che non si spogliano, ma recitano Dante.

Matrix non andrà più in onda.

sabato 2 giugno 2007

Medico Noncurante

Emidio Mitralli è un medico. Esercita con estremo insuccesso da circa 25 anni. Non ama la vita mondana e non si sente a suo agio nei seguenti luoghi: casa, giardini, auto, supermercati, locali notturni, edicole, biblioteche, strade, negozi, autolavaggi, pizzerie, cantine, scrivanie, cassetti, astucci, temperini. Ha un cane, Vigevano. Si è sposato tre volte, ma non in chiesa: non ci può stare. Va aggiunto che Emidio non è credente, ma ha sviluppato un singolare modo per sentirsi “spiritualizzato”: mette in ordine 70 tappi di pennarello secondo file speculari. I tappi si guardano, ma non si vedono. Questo è quanto racconta in uno dei pochissimi luoghi in cui lo si può incontrare: un box doccia.
Vigevano vive come fastidio, il senso di appartenenza al padrone. Un pomeriggio, forse per caso, tentò invano il suicidio. Emidio, medico noncurante, lo salvò in tempo. Il cane stava per ingoiare un’enorme quantità di buondì motta. Inoltre, aveva creato un macchinoso strumento per prendere fuoco attraverso una piccola reazione nucleare.
Ieri mattina, poco dopo la colazione delle 9:30, Emidio si è ricordato di avere un figlio. Vigevano, invece, ha ammesso la propria dipendenza dall’humus.

(Ivan Capradiona, Vivere l’agonia odierna con tre gocce di Lexotan e una prostituta che alleva cavoletti di Bruxelles tra il terzo e il quarto metatarso/ Dossier contromano causa incidente, ed. Hoitai, 2002)

Immagini da un sacchetto


Adoravo il sorriso di Trina.
Era una ragazza dolce, come certe caramelle. Credo si facessero chiamare “ciucci”, ma non è il nome che le rendeva una fantasia morbida e generosa. Trina era diversa dalle altre, e questo tutti lo sospettavano. Semplice, superficiale giudicarla; sebbene fosse alta 1,90 m, non aveva certo il portamento di una scatola. Ciò che faceva di lei un elemento statico, quasi una garza, era una mania. Inutile confessarvi che, a parer mio, inventiamo le manie secondo un meccanismo non molto lontano dalle strategie di marketing, ma vado oltre.
Si dà il caso, infatti, che Trina adorasse le lattine. Le amava, le sognava, le divorava. Era bulimica di lattine. Le vomitava. Una ragazza diversa, strana e imperturbabile. Ma si poteva spiare.
Eravamo in tre: io, Martin e Joel. Una vacanza che, credo, non dimenticherò mai. Il luogo era una sorta di villaggio mediale, sembrava uscito da un telefilm anni 50. Una cittadina americana in bianco e nero. Bianche le case, gli steccati, i lampioni, i cestini, le panchine. Nere le strade, i cortili, le piazze, le auto. L’unica differenza – buffa - la facevano le strisce pedonali: gialle.
Trina viveva lì, in quel microcosmo catodico. E i ragazzi che mi presentò mio zio me la fecero scoprire. Ogni pomeriggio, dopo la scuola, ella si recava al supermercato “O’dies”, (ora non c’è più), fingendo di dover acquistare qualcosa per la madre, anche se non c’era volta in cui si ricordasse cosa le serviva. Così, con la scusa di “girare per gli scaffali, cercando di stimolare la memoria grazie alla visione dei prodotti”, Trina poteva, (finalmente!), avvicinarsi al reparto bevande.

(Qui spunta la sua caratteristica)

L’esperto la chiamava “esigenza sconvolgentia”, noi preferivamo un banale “Trina lattina”, anche se spesso veniva scambiato per “Lat-trina”, facile immaginare le conseguenti ilarità.
Cosa, in concreto, faceva Trina? Ebbene, la sua era una folgorante attrazione per le bibite in lattina, di qualunque marca, di qualunque bevanda, alcolica o analcolica, frizzante o naturale, chiara o scura, dolce o amara. L’importante, l’essenziale, era che fosse contenuta in una confezione di metallo, o simili. La suddetta fanciulla, (allora tredicenne), si recava ogni santo giorno dal vecchio “O’dies”, (che ora non c’è più, sostituito da una catena di ipermercati che va forte da quelle parti), perché ammaliata, ipnotizzata, drogata di scaffali di lattine.
Lattine, “piccoli recipienti di latta o di altra lamiera sottile, spec. quello cilindrico usato per contenere birra, olio, bibite, ecc.”, parafrasando Voltaire, uno degli oggetti più sterili e asettici in uso quotidianamente, o quasi. Come dire che Trina aveva scelto di cibarsi di qualcosa di tremendamente opposto al vivido umano, ma anche alla natura, alle sue proposte. Come se Trina avesse appiccicata una calamita che la aspirasse da loro: lattine. Ero morbosamente affascinato dallo sguardo che emanava quando, dopo un falso girovagare, (quasi un preliminare, quasi una leggera stimolazione della lussuria presente in lei), si liberava, ingenua e perversa, davanti alla poesia di uno scaffale, (da notare: anche lui, di metallo), custode dei suoi desideri più intimi.
Non l’ho mai ritenuta né malata, né deviata. Aveva negli occhi delle lampade alogene. Come biasimarla? […]