
Mia nonna era americana. Non ci sono dubbi.
Nata nel cremonese e cresciuta in un cascinale non ben delineato, si trasferisce con famiglia in un paesino del bresciano. Il resto sono tortelli alla zucca, torte di rose alte una spanna, festival di fritti. Ovvero l’eccesso americano nei confronti del cibo. E poi consumava. Riempiva il frigorifero anche se viveva da sola, uno non bastava, ne utilizzava due. Carni, sughi, quintali di ripieni, yogurt, burro, ovunque, gelati doppi.
Una cantina che, come un nascondiglio, faceva da panic room in caso di guerra atomica. Scatole, scatolame, latta e barrette di cioccolato. Acqua, vino, vetro.
La comodità, la televisione, la ruota della fortuna e ok il prezzo è giusto, i talk-show pomeridiani, le televendite, il partito dei pensionati, i teleimbonitori. Poltrone, quadri a coprire ogni angolo, colori, stravaganza, disordine. Ammassi di cose, nascoste o accumulate in giro, pentole giganti, biscotti ridondanti. Un barocco. Un pasticcio.
Il giardino della nuova abitazione me la ricorda. Abbiamo anche il classico giardinetto “backyard”, cioè il dietro-casa. Con due garage di legno. C’è la siepe e le mattonelle grezze. Uno scarabocchio di piante, fiori e vasi di pessimo gusto. Entità che non starebbero mai assieme. Ecco, esattamente come quel puttanaio di cosacce a caso disorganizzate da mia nonna.
Una casa, questa, che sa un po’ di vecchio. La cucina è un assemblato di credenze che non hanno abbastanza spazio. Legno in bagno, legno in camera, parquet, legno la struttura dell’immobile.
Non importa, è carina. Luminosa e un pò iberica.
Nuovi incontri in giro. Soprattutto Kief, un ragazzo di New York che fa il regista di documentari. Incontrarlo in cima ad un palazzo, sul tetto, invitati ad un party del festival del cinema indipendente non è stato difficile. Fuma, non ha le sigarette, gli teniamo compagnia. Un uomo normale, dalla faccia gommosa, che ti vien voglia di giocarci come col pongo. Lo sguardo è lucido e sornione, annoiato dalla vita ma curioso di inseguirla, condito da una risata rassicurante.
Si chiede perché gli americani seguano i film stranieri coi sottotitoli, mentre in Europa si usa spesso il doppiaggio. “American are not so smart, you know…” – dice – “…so why do european use those weird actors? I met the German - DeNiro...can you imagine?”. Li chiama “attori”, ma sono doppiatori. Gli spieghiamo che, probabilmente, sono molto più bravi dei nostri attori sullo schermo.
Kief sono d’accordo con te. Perché non ci piacciono i sottotitoli? Gli americani come lui si stupiscono di questa lacuna ma, forse, ci sopravvaluta.
Israel è un ragazzo Venezuelano. Ha 16 anni ed è un po’ bambino prodigio. Mi chiama “where’s the pizza” e non me la sento di spiegargli quanto non mi diverta quella gag. In effetti mi mette in soggezione, pazzesco. Un ragazzino che ha cominciato a studiare a 3 anni. Lavora coi visual effects e fa il bulletto low profile. Da tenere d’occhio.
Un altro personaggio è un bizzarro svizzero che mi fa domande sul cinema di Celentano. Facciamo un passo indietro e partiamo dal look. Questo tizio dal nome non chiaro è pettinato come un nerd anni 50. Brillantina, temo, e portafogli con catena. Un po’ fashion-victim con preferenza per colori scuri, è decisamente singolare. Mi chiama per nome in continuazione, lavora nel marketing, e mi racconta che la scrittura è la sua terapia. Non capisco che storie narri, ma certamente so che ha visto molto cinema di Pasolini. È già il secondo svizzero, qui, che me lo dice.
Intanto LA comincia a somigliare a Milano. Nebbiolina al mattino ed un cielo coperto di nuvole rendono la città incomprensibilmente triste. Fresco, non freddo, ma certamente accendere il riscaldamento, dopo che fino alla scorsa settimana si sudava, è stato un leggero shock.
È arrivata un’ipotesi d’autunno, che speriamo si traduca di nuovo in sole. Tempo di sfide a colpi di giochi in scatola, maratone filmiche, marmellata.
È sempre Los Angeles, forse un po’ più malinconica.
Nata nel cremonese e cresciuta in un cascinale non ben delineato, si trasferisce con famiglia in un paesino del bresciano. Il resto sono tortelli alla zucca, torte di rose alte una spanna, festival di fritti. Ovvero l’eccesso americano nei confronti del cibo. E poi consumava. Riempiva il frigorifero anche se viveva da sola, uno non bastava, ne utilizzava due. Carni, sughi, quintali di ripieni, yogurt, burro, ovunque, gelati doppi.
Una cantina che, come un nascondiglio, faceva da panic room in caso di guerra atomica. Scatole, scatolame, latta e barrette di cioccolato. Acqua, vino, vetro.
La comodità, la televisione, la ruota della fortuna e ok il prezzo è giusto, i talk-show pomeridiani, le televendite, il partito dei pensionati, i teleimbonitori. Poltrone, quadri a coprire ogni angolo, colori, stravaganza, disordine. Ammassi di cose, nascoste o accumulate in giro, pentole giganti, biscotti ridondanti. Un barocco. Un pasticcio.
Il giardino della nuova abitazione me la ricorda. Abbiamo anche il classico giardinetto “backyard”, cioè il dietro-casa. Con due garage di legno. C’è la siepe e le mattonelle grezze. Uno scarabocchio di piante, fiori e vasi di pessimo gusto. Entità che non starebbero mai assieme. Ecco, esattamente come quel puttanaio di cosacce a caso disorganizzate da mia nonna.
Una casa, questa, che sa un po’ di vecchio. La cucina è un assemblato di credenze che non hanno abbastanza spazio. Legno in bagno, legno in camera, parquet, legno la struttura dell’immobile.
Non importa, è carina. Luminosa e un pò iberica.
Nuovi incontri in giro. Soprattutto Kief, un ragazzo di New York che fa il regista di documentari. Incontrarlo in cima ad un palazzo, sul tetto, invitati ad un party del festival del cinema indipendente non è stato difficile. Fuma, non ha le sigarette, gli teniamo compagnia. Un uomo normale, dalla faccia gommosa, che ti vien voglia di giocarci come col pongo. Lo sguardo è lucido e sornione, annoiato dalla vita ma curioso di inseguirla, condito da una risata rassicurante.
Si chiede perché gli americani seguano i film stranieri coi sottotitoli, mentre in Europa si usa spesso il doppiaggio. “American are not so smart, you know…” – dice – “…so why do european use those weird actors? I met the German - DeNiro...can you imagine?”. Li chiama “attori”, ma sono doppiatori. Gli spieghiamo che, probabilmente, sono molto più bravi dei nostri attori sullo schermo.
Kief sono d’accordo con te. Perché non ci piacciono i sottotitoli? Gli americani come lui si stupiscono di questa lacuna ma, forse, ci sopravvaluta.
Israel è un ragazzo Venezuelano. Ha 16 anni ed è un po’ bambino prodigio. Mi chiama “where’s the pizza” e non me la sento di spiegargli quanto non mi diverta quella gag. In effetti mi mette in soggezione, pazzesco. Un ragazzino che ha cominciato a studiare a 3 anni. Lavora coi visual effects e fa il bulletto low profile. Da tenere d’occhio.
Un altro personaggio è un bizzarro svizzero che mi fa domande sul cinema di Celentano. Facciamo un passo indietro e partiamo dal look. Questo tizio dal nome non chiaro è pettinato come un nerd anni 50. Brillantina, temo, e portafogli con catena. Un po’ fashion-victim con preferenza per colori scuri, è decisamente singolare. Mi chiama per nome in continuazione, lavora nel marketing, e mi racconta che la scrittura è la sua terapia. Non capisco che storie narri, ma certamente so che ha visto molto cinema di Pasolini. È già il secondo svizzero, qui, che me lo dice.
Intanto LA comincia a somigliare a Milano. Nebbiolina al mattino ed un cielo coperto di nuvole rendono la città incomprensibilmente triste. Fresco, non freddo, ma certamente accendere il riscaldamento, dopo che fino alla scorsa settimana si sudava, è stato un leggero shock.
È arrivata un’ipotesi d’autunno, che speriamo si traduca di nuovo in sole. Tempo di sfide a colpi di giochi in scatola, maratone filmiche, marmellata.
È sempre Los Angeles, forse un po’ più malinconica.

0 commenti:
Posta un commento