
La mattina ho bisogno del phon. Ci sto pensando da due settimane. Qui c’è sempre il sole, ma comincia a diventare una cosa normale, con la quale fare i conti. Quindi phon.
Dove sono i termosifoni a Los Angeles? Mai visto uno. Ovviamente i generatori di calore sono altri, nascosti tra le pareti o per condotti non troppo percettibili. Resta il problema che, tutto sommato, i caloriferi suggeriscono riparo, una sorta di nascondiglio di cui si sente la mancanza.
Gente a caso. Questo è, in sintesi, il risultato della mia vita sociale. Ho provato a trovare un equilibrio, un day-by-day anche all’estero, ma non ci sono riuscito. Ne approfitto per raccontare cosa capita a me. Un esempio di giovane italiano a LA che voleva imparare l’inglese ma si ritrova ad affrontare una crisi. Un ragazzo che voleva conoscere l’america e che deve fare i conti con il vicinato. Uno che scrive ma non riesce più ad inventare. Perché è tutto già scritto, o meglio, perché basta camminare per strada e trovare facce che prima si potevano solo immaginare.
La giornata-tipo comincia alle 7:00AM. Mi alzo e cerco di capire che cosa posso fare per pulire la moquette. Il materiale più arrogante di sempre. Dopo mezzora preparo il caffè. Ecco, sono fiero di aver risolto la questione-Moka. Adesso la giornata debutta con un minimo senso garantito. Dopo una rapida rassegna stampa ed un controllo mail in linea con gli orari italiani (cioè in differita) parto per la scuola di inglese. ELC. Mi sento un ragazzino e controllo i compiti. Non mi capitava da un po’. E’ come tornare al Liceo con una nuova consapevolezza.
Poi, dopo la lezione delle nove, c’è una mutazione.
Capita di incontrare Paul, il direttore, un giovanotto del Montana. Barba incolta e look da “mi piace lo ska”, il ragazzo scherza con me. E’ l’amico di tutti. Uno che s’invita alle feste.
Il break è sempre un’occasione per conoscere qualche nuova entrata: ogni settimana arrivano giapponesi, coreani e svizzeri. Talvolta italiani e spagnoli. O brasiliani. E’ la parte della giornata che mi irrita maggiormente. Non si riesce mai a concludere nulla, è come la fila davanti al cesso. Un fastidio imposto che non volevi affrontare. Chiacchiere nemmeno da bar, da staffetta. Fatica sprecata.
La seconda lezione è di pura conversation. Il docente fa la differenza, soprattutto quando propone gli argomenti. Così c’è chi se la gode in mezzo a grandi dibattiti e chi, come me negli ultimi giorni, è costretto a tergiversare attorno a insetti e clonazione. O consigli su come arredare. Per uscire da questo sistema nervoso mi sono imposto di arrecare disturbo. Pongo dubbi, quesiti, monologhi. Descrivo l’Italia, l’Europa, annedottica sulla mia vita, opinioni, commenti sull’attualità. Faccio domande impertinenti all’insegnante, talvolta mi occupo della sua vita privata. Sono come un uomo in sbatti che vuole un gruppo di sostegno.
Mi hanno rubato i capelli. Avevo rimandato per un mese il torbido appuntamento al Barber Shop. Temevo che non ci saremmo capiti, che nel caos della traduzione c’avrebbero rimesso i ricci. E così è stato. Quel tenace vecchietto mi ha resettato la testa. Non una pettinatura, ma quel che rimane di prima. Ed ho pagato anche la maggiorazione “per l’impegno”. Metropoli bastarda!
La pausa pranzo, a differenza del break mattutino, è un ibrido tra la totale scanalatura delle palle e un’occasione per rilassarsi. Fortunatamente gli amici del Sandbag’s, diventato il lunch-maker di fiducia, ci vogliono bene. Il coreano che tiene in piedi la baracca, recensita anche da alcune riviste di sociologia, c’ha preso in simpatia e ci vuole ospiti a casa sua. In Corea.
Quando arriviamo sa già cosa ordineremo e ci chiede come va con le ragazze. Forse uno dei primi casi di “simpatia urgente”, cioè di amicizia senza preavviso.
Il pomeriggio in classe è più disteso. Poche persone e più informalità. Si fa slang, ovvero parole e modi di dire americani per sentirsi più della zona, oppure lettura e analisi di articoli del Time. Interessanti entrambi, perché sono due esempi interculturali.
Con lo slang mi permetto di fare il simpaticone, la spalla del conduttore. Complice la timidezza di certi “compagni”, alzo un po’ il tono con un’ironia spesso facile. Sfotto gli americani prendendo(mi) per il culo. Uno strano pasticcio di generi che, assicuro, funziona. E i docenti se lo raccontano, o si imitano con altri studenti. Ho dato inizio ad una reazione a catena.
Con l’attualità, invece, sono posato. Trovo stimolante la possibilità di commentare il mondo con persone del mondo. E con l’inglese, che costringe alla sintesi e ad un ordine più preciso. Terribile quando, per mancanza di lessico, ci si trova costretti a far cadere un ragionamento.
La bizzarria dell’English Language Center è la connessione con l’euforia. Il clima è divertito e allegro. I docenti sono come una grande community. E i (generalmente) giovani allievi sono come turisti di passaggio che si appoggiano lì. Chi lo fa solo per avere il Visto, chi perché i genitori ce l’hanno spedito, e chi per lavorare. Praticamente un centro d’accoglienza per casi umani. Quanti ce ne sono, anche qui. Un giorno ne parlerò con calma.
Ad ogni modo c’è l’happy-hour. Un’attività fortemente consigliata dalla scuola dove partecipano tutti, e capita di bere shots con il direttore o qualche prof. Una ricreazione di matti. Si parla molto, l’inglese migliora col passare dei drink, e ci si confessa un po’. Il lunedì a lezione si torna alla normalità, quasi che si chiuda una parentesi. Mi sono chiesto come sia possibile, voglio dire, si tratta comunque di un istituto. Non avevo mai sentito di una scuola così “free”. Eppure devo ammettere che funziona, che aggrega, con un suo ruolo sociale.
Cops
Sabato notte c’era una festicciola da queste parti. Una cosina tranquilla, pochi intimi.
Il vicinato è vecchio, urlante, sgarbato. Un’anziana signora ci ha regalato frasi sinuose, come “fuck you bastards”. Un piacere.
Trasloco. Il party-boy con cui viviamo s’è fatto un po’ di nemici. L’appartamento sopra di noi, quello sotto, quello a lato. E pure due vecchiette incazzate del residence di fronte. Un disastro.
E’ un bravo ragazzo, ma qui la gente del palazzo pare un po’ di mentalità chiusa. Noi si vive, loro si sono dimenticati come si fa.
Così è tempo di moving-out. Ovvero: probabilmente cambieremo casa. Concedetemi un termine tanto italiano quanto stupido: menata.
Ad ogni modo non posso omettere un incontro del tutto inatteso. Due poliziotti bussano alla porta. Apro e chiedono degli inquilini. Usciamo in tre e c’intratteniamo con questa coppia poco Chips e molto improvvisata. Imbarazzati, ci dicono che qualcuno li ha chiamati perché facevamo baccano. Ma subito dopo parliamo di noi. Il baffone mi chiede di dove sono e cosa faccio qui. Gli racconto che in Italia è difficile trovare lavoro, che l’inglese è importante, che ho studiato ad una scuola di cinema che non mi ha ancora dato il diploma.
Cop: Quindi sei qui per imparare l’inglese?
Io: Sì
Cop: Ma non lo insegnano in Italia?
Io: Certo, ma facciamo molta grammatica e poca conversazione
Cop: E non si può imparare lì?
Io: lì siamo italiani. Qui americani…è più facile che mi capiti con chi l'inglese già lo parla…
Cop: Mah, perché io pensavo che si può usare anche il cd-rom. Io ho studiato così.
Salutano, cordiali e impreparati, e se ne vanno.
Dove sono i termosifoni a Los Angeles? Mai visto uno. Ovviamente i generatori di calore sono altri, nascosti tra le pareti o per condotti non troppo percettibili. Resta il problema che, tutto sommato, i caloriferi suggeriscono riparo, una sorta di nascondiglio di cui si sente la mancanza.
Gente a caso. Questo è, in sintesi, il risultato della mia vita sociale. Ho provato a trovare un equilibrio, un day-by-day anche all’estero, ma non ci sono riuscito. Ne approfitto per raccontare cosa capita a me. Un esempio di giovane italiano a LA che voleva imparare l’inglese ma si ritrova ad affrontare una crisi. Un ragazzo che voleva conoscere l’america e che deve fare i conti con il vicinato. Uno che scrive ma non riesce più ad inventare. Perché è tutto già scritto, o meglio, perché basta camminare per strada e trovare facce che prima si potevano solo immaginare.
La giornata-tipo comincia alle 7:00AM. Mi alzo e cerco di capire che cosa posso fare per pulire la moquette. Il materiale più arrogante di sempre. Dopo mezzora preparo il caffè. Ecco, sono fiero di aver risolto la questione-Moka. Adesso la giornata debutta con un minimo senso garantito. Dopo una rapida rassegna stampa ed un controllo mail in linea con gli orari italiani (cioè in differita) parto per la scuola di inglese. ELC. Mi sento un ragazzino e controllo i compiti. Non mi capitava da un po’. E’ come tornare al Liceo con una nuova consapevolezza.
Poi, dopo la lezione delle nove, c’è una mutazione.
Capita di incontrare Paul, il direttore, un giovanotto del Montana. Barba incolta e look da “mi piace lo ska”, il ragazzo scherza con me. E’ l’amico di tutti. Uno che s’invita alle feste.
Il break è sempre un’occasione per conoscere qualche nuova entrata: ogni settimana arrivano giapponesi, coreani e svizzeri. Talvolta italiani e spagnoli. O brasiliani. E’ la parte della giornata che mi irrita maggiormente. Non si riesce mai a concludere nulla, è come la fila davanti al cesso. Un fastidio imposto che non volevi affrontare. Chiacchiere nemmeno da bar, da staffetta. Fatica sprecata.
La seconda lezione è di pura conversation. Il docente fa la differenza, soprattutto quando propone gli argomenti. Così c’è chi se la gode in mezzo a grandi dibattiti e chi, come me negli ultimi giorni, è costretto a tergiversare attorno a insetti e clonazione. O consigli su come arredare. Per uscire da questo sistema nervoso mi sono imposto di arrecare disturbo. Pongo dubbi, quesiti, monologhi. Descrivo l’Italia, l’Europa, annedottica sulla mia vita, opinioni, commenti sull’attualità. Faccio domande impertinenti all’insegnante, talvolta mi occupo della sua vita privata. Sono come un uomo in sbatti che vuole un gruppo di sostegno.
Mi hanno rubato i capelli. Avevo rimandato per un mese il torbido appuntamento al Barber Shop. Temevo che non ci saremmo capiti, che nel caos della traduzione c’avrebbero rimesso i ricci. E così è stato. Quel tenace vecchietto mi ha resettato la testa. Non una pettinatura, ma quel che rimane di prima. Ed ho pagato anche la maggiorazione “per l’impegno”. Metropoli bastarda!
La pausa pranzo, a differenza del break mattutino, è un ibrido tra la totale scanalatura delle palle e un’occasione per rilassarsi. Fortunatamente gli amici del Sandbag’s, diventato il lunch-maker di fiducia, ci vogliono bene. Il coreano che tiene in piedi la baracca, recensita anche da alcune riviste di sociologia, c’ha preso in simpatia e ci vuole ospiti a casa sua. In Corea.
Quando arriviamo sa già cosa ordineremo e ci chiede come va con le ragazze. Forse uno dei primi casi di “simpatia urgente”, cioè di amicizia senza preavviso.
Il pomeriggio in classe è più disteso. Poche persone e più informalità. Si fa slang, ovvero parole e modi di dire americani per sentirsi più della zona, oppure lettura e analisi di articoli del Time. Interessanti entrambi, perché sono due esempi interculturali.
Con lo slang mi permetto di fare il simpaticone, la spalla del conduttore. Complice la timidezza di certi “compagni”, alzo un po’ il tono con un’ironia spesso facile. Sfotto gli americani prendendo(mi) per il culo. Uno strano pasticcio di generi che, assicuro, funziona. E i docenti se lo raccontano, o si imitano con altri studenti. Ho dato inizio ad una reazione a catena.
Con l’attualità, invece, sono posato. Trovo stimolante la possibilità di commentare il mondo con persone del mondo. E con l’inglese, che costringe alla sintesi e ad un ordine più preciso. Terribile quando, per mancanza di lessico, ci si trova costretti a far cadere un ragionamento.
La bizzarria dell’English Language Center è la connessione con l’euforia. Il clima è divertito e allegro. I docenti sono come una grande community. E i (generalmente) giovani allievi sono come turisti di passaggio che si appoggiano lì. Chi lo fa solo per avere il Visto, chi perché i genitori ce l’hanno spedito, e chi per lavorare. Praticamente un centro d’accoglienza per casi umani. Quanti ce ne sono, anche qui. Un giorno ne parlerò con calma.
Ad ogni modo c’è l’happy-hour. Un’attività fortemente consigliata dalla scuola dove partecipano tutti, e capita di bere shots con il direttore o qualche prof. Una ricreazione di matti. Si parla molto, l’inglese migliora col passare dei drink, e ci si confessa un po’. Il lunedì a lezione si torna alla normalità, quasi che si chiuda una parentesi. Mi sono chiesto come sia possibile, voglio dire, si tratta comunque di un istituto. Non avevo mai sentito di una scuola così “free”. Eppure devo ammettere che funziona, che aggrega, con un suo ruolo sociale.
Cops
Sabato notte c’era una festicciola da queste parti. Una cosina tranquilla, pochi intimi.
Il vicinato è vecchio, urlante, sgarbato. Un’anziana signora ci ha regalato frasi sinuose, come “fuck you bastards”. Un piacere.
Trasloco. Il party-boy con cui viviamo s’è fatto un po’ di nemici. L’appartamento sopra di noi, quello sotto, quello a lato. E pure due vecchiette incazzate del residence di fronte. Un disastro.
E’ un bravo ragazzo, ma qui la gente del palazzo pare un po’ di mentalità chiusa. Noi si vive, loro si sono dimenticati come si fa.
Così è tempo di moving-out. Ovvero: probabilmente cambieremo casa. Concedetemi un termine tanto italiano quanto stupido: menata.
Ad ogni modo non posso omettere un incontro del tutto inatteso. Due poliziotti bussano alla porta. Apro e chiedono degli inquilini. Usciamo in tre e c’intratteniamo con questa coppia poco Chips e molto improvvisata. Imbarazzati, ci dicono che qualcuno li ha chiamati perché facevamo baccano. Ma subito dopo parliamo di noi. Il baffone mi chiede di dove sono e cosa faccio qui. Gli racconto che in Italia è difficile trovare lavoro, che l’inglese è importante, che ho studiato ad una scuola di cinema che non mi ha ancora dato il diploma.
Cop: Quindi sei qui per imparare l’inglese?
Io: Sì
Cop: Ma non lo insegnano in Italia?
Io: Certo, ma facciamo molta grammatica e poca conversazione
Cop: E non si può imparare lì?
Io: lì siamo italiani. Qui americani…è più facile che mi capiti con chi l'inglese già lo parla…
Cop: Mah, perché io pensavo che si può usare anche il cd-rom. Io ho studiato così.
Salutano, cordiali e impreparati, e se ne vanno.

2 commenti:
eccellènte...
guarda, dovunque tu vada, i cops sono i cops. l'altra sera ho chiamato "cop" il maresciallo dei carabinieri di qui, e m'ha sparato in un ginocchio...
ciao amigo - gio
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