
L’altra mattina sono impazzito. Per qualche minuto, forse anche un’ora, ho pensato che dovevo tornare a casa. “Che cazzo ci faccio qui?”. No, ho sbagliato tutto. Ho perso.
Credevo di essere un anti-eroe, invece mi sento un perdente. Loser.
Las Vegas mi ha dato una botta tremenda. La testa ha smesso di lavorare, si è fermata nel punto sbagliato. Come la ruota della fortuna su “perde”. Invece ho vinto 30 dollari giocandone uno.
Weekend nella città della follia controllata, dell’eccesso, del tutto-troppo solo qui. Il deserto attorno. Secco, asciutto, caldo microonde.
A più di 200 miglia da LA, Las Vegas appare proprio come un miraggio. Una lunga strada, sempre uguale, semplice da percorrere quanto inverosimile. Il cambio automatico rende la guida una passeggiata, e per un non amante del volante come me, diventa un’esperienza rivelatrice. Mi sento attaccato al terreno, bravissimo nel gestire il viaggio. Ho un piede e una mano libera, così posso tenere il tempo della musica. Ci vuole una colonna sonora per questo evento.
Ed eccola Las Vegas. Un grande parco giochi per adulti. Disneyland o Gardaland se fossero abitati, vissuti, civilizzati. Ma non si distingue la realtà dalla finzione. Camminando per la via principale, che giustamente si chiama Las Vegas Boulevard, ci si chiede di che materiale sia fatto questo centro cittadino. Tocco ringhiere, muri, pannelli. Alcuni dentro sono vuoti. Allora è vero, è una scenografia. Anzi no, è un’idea malsana per intrappolarti.
Basta entrare in un Casinò a caso. Bellagio, Monte-Carlo, Mirage, Ceasars. Che ore sono? Non ci sono orologi. Fortunato chi, come me, ne porta uno al polso. Il pericolo – malefico – è di perdere il senso del tempo. E succede. Anche se indosso il mio swatch. Non una finestra. Giorno e notte cessano di esistere lasciando il posto al continuum. Labirintite è la parola chiave. Diventa tutto molle, il pavimento si confonde coi tappeti, i soffitti sono cieli artificiali che, talvolta, simulano un temporale. Al terzo annuvolarsi ti girano i coglioni. Però ne sei assuefatto. I corridoi, le grandi sale, tavoli e banconi del bar si ripetono all’infinito. Mi complimento con il geniaccio bastardo che ha concepito questo scatolone chiamato Vegas. Riesce ad intrappolarti e a trasformarti in un topo da laboratorio. Attorno ci sono persone, ma sono vere? C’è qualcuno che davvero respira, che ha prurito, che si scaccola in questi labirinti luminosi? Non lo so, per un po’ mi sono perso anch’io.
E’ tutto studiato per confondere e percepire una vacanza mentale. Monopoli dove la pedina sei tu. Monopoli perché non ci sono soldi, ma fish o voucher. Il denaro muta in qualcosa apparentemente senza valore. Giocare. Puntare. Tentare. Vincere. Perdere. Il banco è un serpente velenoso.
Le slot machines sono migliaia, milioni, clonate una dopo l’altra, davanti, dietro, a lato. Gli specchi aiutano a sentirsi accerchiati, quasi ce ne fossero anche sopra e sotto. L’allucinazione è perfetta, lucidamente devastante. Ed il cinema, di nuovo lui, il vampiro della luce, ha mostrato questo luogo talmente tante volte che non ci si può esimare dal provare a mettersi in scena. E ripeto: è un pericolo.
Las Vegas val bene un weekend. Di più sarebbe detonante. Non ci si crede e anche al ritorno a casa si cerca di rimettere in ordine quello che si è vissuto. Una porzione di stravaganza misto imprudenza. C’è New York New York, un immenso hotel-casinò che riproduce la grande mela. Con tanto di Statua della Libertà. C’è Parigi, con la Tour Eiffel in miniatura (ma comunque parecchio alta e slanciata) e Arco di Trionfo. C’è pure una sorta di lago di Como, completo di spettacolone a base di fontane musicali talvolta su canzone di Bocelli.
E The Venetian, ovvero come un gruppo di progettisti hanno sistemato Venezia da queste parti. Un’idea che gli americani hanno di piazza San Marco e gondole, perché francamente io non la riconosco. Ma provo a capirli.
“Hey Paul, perché non facciamo una Venezia a Las Vegas? Tanto ci sono già altre città”
. “Oh, sure! Ci sei mai stato?”
“No, ma ho dato un’occhiata su Wikipedia. Facciamo così: ci sono due o tre cose che sistemerei, per esempio ci metterei un palazzone che fa da hotel e anche un po’ di illuminazione delle nostre”
. “Ok! E le vongole?”
“Ma…per quelle aspettiamo il parere di Frank…intanto io direi di buttare giù il progetto”
. “Ci facciamo mandare un po’ di vongolieri?”
(poco dopo, da Frank)
“Hey Frank, facciamo Venezia?”
. “You got it! Ma dove la mettiamo?”
“C’è spazio tra il Ceasars e quell’altro palazzo pop...”
. “Ok! Tanto anche Parigi è appiccicata al planet hollywood, che good deal.”
“Paul la menava per le vongole”
. “Gondole!”
“Funny!”
. “Ci penso io. Mi faccio spedire un po’ di autoctoni. Cominciate a studiarvi la guida su Venezia. Io finisco di disegnare la torre che gira sempre…”
Sì, più o meno dev’essere andata così. Las Vegas è talmente deviante che anche un edificio in costruzione sembra un’attrazione. Un altro Casinò da provare.
Ho visto gente puntare tutto e perdere inesorabilmente migliaia di dollari. Ridono, e sembrano felici. Se giochi i drink sono gratis, paghi solo la mancia. Un altro strumento per paralizzare. Facile entrare ovunque, si è sempre i benvenuti.
Alle 9 di mattina, dopo una serata rinchiusi – probabilmente rapiti – in cofanetti dall’aspetto divertente, usciamo all’aperto. C’è il sole, le luci sono spente. Un passo indietro, nel Bellagio, ed è subito notte. O niente. Niente. Qui il tempo, la natura, la città, le persone, le cose, è tutto niente. Annullato, dilatato, infinito. Il taxista ci racconta che, tempo fa, ha accompagnato in hotel un uomo che aveva perso 2 milioni di dollari. Evidentemente se lo poteva permettere, ma si era sicuramente dimenticato che c’è una regola, nel luogo senza leggi: il banco vince sempre. Sia esso celato dietro uno specchio, un’insegna lampeggiante, una caricatura, un dado.
Fumo una sigaretta cercando l’uscita, ma trovo solo entrate che rimandano ad altre stanze. Poi, sopreso, scovo un angolo di casa. Divano, cornici, televisore e qualche mobile antico. C’è un salotto nascosto, meravigliosamente senza senso. Mi guardo le spalle, poi alzo la testa, controllo in giro. Torno indietro, verso le sempre presenti macchinette ciucca-monete, e riprovo a girare l’angolo. C’è davvero. Un salottino stile neoclassico con bagno privato. Mi accomodo. Non capisco. Sembra la scena finale di 2001:odissea nello spazio. Dov’è l’inganno?
Qui – solo qui – non c’è nessuno. Soltanto io e un’altra sigaretta. A Las Vegas si può fumare ovunque (altra bizzarra contraddizione americana). Rifletto. Forse mi fermo ancora un po’ negli States. Non è ancora tempo di tornare a casa.
Ogni giorno è come se perdessi un po’ d’identità. Per poi ritrovarla, nei momenti meno opportuni.
Credevo di potermi creare qualcosa, ma mi conviene cominciare a farmi imboccare. Come fanno loro, i californiani, abituati ad appartenere ad una routine già scritta, fatta apposta per te.
L’assaggio un po’, vediamo se digerisco.
Credevo di essere un anti-eroe, invece mi sento un perdente. Loser.
Las Vegas mi ha dato una botta tremenda. La testa ha smesso di lavorare, si è fermata nel punto sbagliato. Come la ruota della fortuna su “perde”. Invece ho vinto 30 dollari giocandone uno.
Weekend nella città della follia controllata, dell’eccesso, del tutto-troppo solo qui. Il deserto attorno. Secco, asciutto, caldo microonde.
A più di 200 miglia da LA, Las Vegas appare proprio come un miraggio. Una lunga strada, sempre uguale, semplice da percorrere quanto inverosimile. Il cambio automatico rende la guida una passeggiata, e per un non amante del volante come me, diventa un’esperienza rivelatrice. Mi sento attaccato al terreno, bravissimo nel gestire il viaggio. Ho un piede e una mano libera, così posso tenere il tempo della musica. Ci vuole una colonna sonora per questo evento.
Ed eccola Las Vegas. Un grande parco giochi per adulti. Disneyland o Gardaland se fossero abitati, vissuti, civilizzati. Ma non si distingue la realtà dalla finzione. Camminando per la via principale, che giustamente si chiama Las Vegas Boulevard, ci si chiede di che materiale sia fatto questo centro cittadino. Tocco ringhiere, muri, pannelli. Alcuni dentro sono vuoti. Allora è vero, è una scenografia. Anzi no, è un’idea malsana per intrappolarti.
Basta entrare in un Casinò a caso. Bellagio, Monte-Carlo, Mirage, Ceasars. Che ore sono? Non ci sono orologi. Fortunato chi, come me, ne porta uno al polso. Il pericolo – malefico – è di perdere il senso del tempo. E succede. Anche se indosso il mio swatch. Non una finestra. Giorno e notte cessano di esistere lasciando il posto al continuum. Labirintite è la parola chiave. Diventa tutto molle, il pavimento si confonde coi tappeti, i soffitti sono cieli artificiali che, talvolta, simulano un temporale. Al terzo annuvolarsi ti girano i coglioni. Però ne sei assuefatto. I corridoi, le grandi sale, tavoli e banconi del bar si ripetono all’infinito. Mi complimento con il geniaccio bastardo che ha concepito questo scatolone chiamato Vegas. Riesce ad intrappolarti e a trasformarti in un topo da laboratorio. Attorno ci sono persone, ma sono vere? C’è qualcuno che davvero respira, che ha prurito, che si scaccola in questi labirinti luminosi? Non lo so, per un po’ mi sono perso anch’io.
E’ tutto studiato per confondere e percepire una vacanza mentale. Monopoli dove la pedina sei tu. Monopoli perché non ci sono soldi, ma fish o voucher. Il denaro muta in qualcosa apparentemente senza valore. Giocare. Puntare. Tentare. Vincere. Perdere. Il banco è un serpente velenoso.
Le slot machines sono migliaia, milioni, clonate una dopo l’altra, davanti, dietro, a lato. Gli specchi aiutano a sentirsi accerchiati, quasi ce ne fossero anche sopra e sotto. L’allucinazione è perfetta, lucidamente devastante. Ed il cinema, di nuovo lui, il vampiro della luce, ha mostrato questo luogo talmente tante volte che non ci si può esimare dal provare a mettersi in scena. E ripeto: è un pericolo.
Las Vegas val bene un weekend. Di più sarebbe detonante. Non ci si crede e anche al ritorno a casa si cerca di rimettere in ordine quello che si è vissuto. Una porzione di stravaganza misto imprudenza. C’è New York New York, un immenso hotel-casinò che riproduce la grande mela. Con tanto di Statua della Libertà. C’è Parigi, con la Tour Eiffel in miniatura (ma comunque parecchio alta e slanciata) e Arco di Trionfo. C’è pure una sorta di lago di Como, completo di spettacolone a base di fontane musicali talvolta su canzone di Bocelli.
E The Venetian, ovvero come un gruppo di progettisti hanno sistemato Venezia da queste parti. Un’idea che gli americani hanno di piazza San Marco e gondole, perché francamente io non la riconosco. Ma provo a capirli.
“Hey Paul, perché non facciamo una Venezia a Las Vegas? Tanto ci sono già altre città”
. “Oh, sure! Ci sei mai stato?”
“No, ma ho dato un’occhiata su Wikipedia. Facciamo così: ci sono due o tre cose che sistemerei, per esempio ci metterei un palazzone che fa da hotel e anche un po’ di illuminazione delle nostre”
. “Ok! E le vongole?”
“Ma…per quelle aspettiamo il parere di Frank…intanto io direi di buttare giù il progetto”
. “Ci facciamo mandare un po’ di vongolieri?”
(poco dopo, da Frank)
“Hey Frank, facciamo Venezia?”
. “You got it! Ma dove la mettiamo?”
“C’è spazio tra il Ceasars e quell’altro palazzo pop...”
. “Ok! Tanto anche Parigi è appiccicata al planet hollywood, che good deal.”
“Paul la menava per le vongole”
. “Gondole!”
“Funny!”
. “Ci penso io. Mi faccio spedire un po’ di autoctoni. Cominciate a studiarvi la guida su Venezia. Io finisco di disegnare la torre che gira sempre…”
Sì, più o meno dev’essere andata così. Las Vegas è talmente deviante che anche un edificio in costruzione sembra un’attrazione. Un altro Casinò da provare.
Ho visto gente puntare tutto e perdere inesorabilmente migliaia di dollari. Ridono, e sembrano felici. Se giochi i drink sono gratis, paghi solo la mancia. Un altro strumento per paralizzare. Facile entrare ovunque, si è sempre i benvenuti.
Alle 9 di mattina, dopo una serata rinchiusi – probabilmente rapiti – in cofanetti dall’aspetto divertente, usciamo all’aperto. C’è il sole, le luci sono spente. Un passo indietro, nel Bellagio, ed è subito notte. O niente. Niente. Qui il tempo, la natura, la città, le persone, le cose, è tutto niente. Annullato, dilatato, infinito. Il taxista ci racconta che, tempo fa, ha accompagnato in hotel un uomo che aveva perso 2 milioni di dollari. Evidentemente se lo poteva permettere, ma si era sicuramente dimenticato che c’è una regola, nel luogo senza leggi: il banco vince sempre. Sia esso celato dietro uno specchio, un’insegna lampeggiante, una caricatura, un dado.
Fumo una sigaretta cercando l’uscita, ma trovo solo entrate che rimandano ad altre stanze. Poi, sopreso, scovo un angolo di casa. Divano, cornici, televisore e qualche mobile antico. C’è un salotto nascosto, meravigliosamente senza senso. Mi guardo le spalle, poi alzo la testa, controllo in giro. Torno indietro, verso le sempre presenti macchinette ciucca-monete, e riprovo a girare l’angolo. C’è davvero. Un salottino stile neoclassico con bagno privato. Mi accomodo. Non capisco. Sembra la scena finale di 2001:odissea nello spazio. Dov’è l’inganno?
Qui – solo qui – non c’è nessuno. Soltanto io e un’altra sigaretta. A Las Vegas si può fumare ovunque (altra bizzarra contraddizione americana). Rifletto. Forse mi fermo ancora un po’ negli States. Non è ancora tempo di tornare a casa.
Ogni giorno è come se perdessi un po’ d’identità. Per poi ritrovarla, nei momenti meno opportuni.
Credevo di potermi creare qualcosa, ma mi conviene cominciare a farmi imboccare. Come fanno loro, i californiani, abituati ad appartenere ad una routine già scritta, fatta apposta per te.
L’assaggio un po’, vediamo se digerisco.

3 commenti:
Ciao fabio! sono un po'alle prese con esami, lavoro e trasloco a bs, per questo sono da e per un po' assente da msn.. ma spero di ritrovarti proprio lì molto presto!!!
Riguardo al nuovo racconto come al solito il tuo stile è impeccabile.
Una coccola bresciana da maglione invernale che sa di armadio di casa.
Quindi era vero quando mi avevi detto "non passare da me, stasera, che sono a Las Vegas"!
la morte deve essere una città così.
Posta un commento