
Ascolto il nuovo album dei Radiohead mentre cerco di sistemare pensieri disordinati.
La confusione aumenta di giorno in giorno, ma è il weekend il vero deus ex machina del mio stato d’animo incandescente. Il sangue ha ricominciato a circolare come il traffico all’orario di punta. Mi guardo allo specchio, tanti specchi, e cerco di ritrovarmi. Ma sono le smorfie ad avere la meglio sul mio tentativo di riflettermi. Non ci riesco. Più.
E’ successo qualcosa, in queste ultime due settimane, qualcosa che non riesco a spiegarmi. Così provo a scrivere, ma non servirà a molto. Da qualche tempo - è evidente - la permanenza in California è diventata una prova da superare. Anzi, un esame intensivo autoprodotto. E chissà chi me l'ha fatto fare. Io, in primis. Volevo staccarmi dall’abitudine. Stavo bene, per la prima volta mi sentivo a posto, con un ruolo ed un’identità riconosciuta. Forse ero l’unico a metterla in discussione. Qui, indubbiamente, devo fare i conti con aspetti che non avevo considerato, perché non volevo occuparmene.
Succede che, invece di raccontare un luogo, fotografo come radiografie processi mentali d’accusa. L’imputato sono io, egoisticamente egocentrico, ma questa volta solo un puntino senza possibilità di creare immagini. Come quando sulla settimana enigmistica si fanno i disegni con i numeri. Ognuno conduce all’altro, fino a trasformarsi in forma. Adesso no, non posso contare.
I poliziotti hanno bussato di nuovo, l’altra sera. Stavamo conversando tra buoni amici, in cucina, con una musichina a condire il tutto. Purtroppo il palazzo, ormai è lampante, rema contro. Un gruppo di anziani in fase terminale ha deciso che ce ne dobbiamo andare.
Walter, il manager del residence, si è trasformato in sceneggiata. Così venerdi sera si presenta dopo i cops, e comincia a blaterare frasi sconnesse, lamentando un’insofferenza ai problemi. “I miei figli”, dice, “devono rimanerne fuori”. Eh?
Ecco, l’ultima cosa che ci serviva era partecipare ad una piccola follia del vicinato. Paranoie generate da un bizzarro ricorso al co. Ovvero: agli americani piace organizzarsi. Se e quando lo fanno, sono bravi a smuovere. Infatti noi, per esempio, ce ne andremo. Nuovo appartamento, lontano da ordini del giorno.
Walter è una persona onesta, sensibile, capisco la sua agitazione, dovuta ad una non abitudine alle questioni, però esagera. Minaccia, urla, si toglie il maglione. Salta e gli occhi perdono l’equilibrio. Mi dispiace vederlo così, ma non riesco a formulare frasi in inglese all’altezza della situazione. Me ne sto zitto, limitandomi ad osservare. Lo faccio sempre. Rubo quello che posso da quello che vedo.
Domenica mattina ho letto Repubblica. Arriva anche sulla Sunset Boulevard, in prossimità del Viper Room di Johnny Depp. Là, dove morì un giovane River Phoenix troppo entusiasta della serata. Mi accomodo ad un tavolino, caffè e quotidiano. Con muffin che sa di panettone. Un muffin francamente enorme, più adatto ad una famiglia che ad una colazione informata.
Faccio conoscenza con Pietro, un uomo che si è trasferito a LA lo stesso anno che mi ficcavo nel mondo. Coincidenza che mi fa pensare. A cosa non lo so, ma penso.
Pietro viveva a Milano e mi chiede com’è diventata. Imbarazzato, cerco di non sconvolgerlo troppo. Poi commentiamo assieme il senso del “Welfare”, le immense lacune della nostra politica, il ruolo dei giovani che non sanno più come distinguersi dalla società dei padri. Due mondi depressi. I cinquantenni che hanno perso, mettendo in gioco il ruolo di genitori, ed i figli che sono nati sbagliati. Un bel dipinto. Munch apprezzerebbe.
Per entrare in certi locali ricercati serve una bella ragazza. Solo nel caso, va detto, che non si disponga di una prenotazione. Il Marmount piace subito. Pub londinese con voglia di riscatto, nonostante i tavolini (molti) intimi, la gente sta in piedi. Le donne si distinguono per un non-detto desiderio sessuale. Ed è socialmente interessante spiarle. Ragazze, signore, donne ancora non pronte per il grande salto. Si sistemano gli abiti, enunciando insicurezza, si guardano attorno solo per sapere come le guardano gli altri. Hanno voglia di parlare, e allora parliamone. Però non ci credo, è l’ennesima prova di quanta schizofrenia ci sia nel loro hanging out. Chiunque si scusa anche solo per un contatto involontario o forzato dall’attrito. Sono stanco. Adoro questa civilizzazione continua, capace, talvolta, di rendermi nervoso. Odio le mille regoline che stanno dietro l’ordinazione di un caffè o la selezione per gli ingredienti del panino.
Gli americani sanno stare in coda. Non suonano il clacson, non fanno doppie file, si mantengono ordinati. Rispettano regolette spesso ridicole. Io provo a fare lo stesso, ma fatico a rimanere serio.
Non smetto di essere critico, è più forte di me. Poi mi ritrovo in contesti che non mi appartengono, allora compro una camicia. Sono diventato dipendente dai colletti. Ormai indosso solo camicie o camicie a maniche corte. E’ il mio metodo per fingere. E’ il mio modus operandi per trovare un posto a sedere.
Santa Monica è capace di sistemare tutto. Cammino sulla spiaggia, scarpe in mano, e respiro. Mi lascio attraversare dal vento che sa di oceano con la febbre. Passeggiano persone talmente diverse tra loro, che a descriverli servirebbe un libro ciascuno.
Due signori distinti, eleganti ma casual, incrociano il nostro percorso. Uno è Donald Sutherland, già visto in Mash di Altman, o in una marea di altri film. Padre di Kiefer, quello di 24, visto così, per caso e senza pretese, potrebbe essere un architetto. Lo scruto, per fissarmi l’immagine in testa. Lo salvo sotto la cartella “attori senza cravatta”. E gli voglio già bene.
Il cd è già alla seconda ripresa. Solo 40 minuti per un album passano veloci. Ma riascoltarlo genera piacere. La ripetizione mi aiuta. Ripeto cose, frasi, nomi, parole. Mi aiuta come il fuoco a scottare le caldarroste. Quanto mi mancano. Ottobre è un mese importante, quel mese in cui si comincia a stare attorno al focolare. Invece io sono abbronzato, col sole che c’è, come se il tempo fosse freezzato senza data di scadenza. Piove solo il venerdi, che qualcuno prima o poi dovrà spiegarmi il perché.
Consiglio di pranzare da Counter. Ristorante allegro e postmoderno, riesce ad intercettare la famiglia e il single incazzato. Quando arrivi ti consegnano una cartelletta, con matita e fogli da compilare. Sembra di essere in comune. Con calma si scopre che è il modulo per comporre il proprio originale hamburger. Capito il gioco, l’atmosfera torna ad essere sorridente. Mi fisso su un dipinto: l’uomo di zucchero dei Ghostbusters. Ovunque vada, trovo sempre un oggetto da fissare, che diventa il feticcio del mio pasto.
Il mio coinquilino mi ha detto una frase, dalle sonorità filosofiche, che mi ha fatto riflettere per almeno 3 minuti. “The party ends when you die”. Vi lascio col beneficio del dubbio.
La confusione aumenta di giorno in giorno, ma è il weekend il vero deus ex machina del mio stato d’animo incandescente. Il sangue ha ricominciato a circolare come il traffico all’orario di punta. Mi guardo allo specchio, tanti specchi, e cerco di ritrovarmi. Ma sono le smorfie ad avere la meglio sul mio tentativo di riflettermi. Non ci riesco. Più.
E’ successo qualcosa, in queste ultime due settimane, qualcosa che non riesco a spiegarmi. Così provo a scrivere, ma non servirà a molto. Da qualche tempo - è evidente - la permanenza in California è diventata una prova da superare. Anzi, un esame intensivo autoprodotto. E chissà chi me l'ha fatto fare. Io, in primis. Volevo staccarmi dall’abitudine. Stavo bene, per la prima volta mi sentivo a posto, con un ruolo ed un’identità riconosciuta. Forse ero l’unico a metterla in discussione. Qui, indubbiamente, devo fare i conti con aspetti che non avevo considerato, perché non volevo occuparmene.
Succede che, invece di raccontare un luogo, fotografo come radiografie processi mentali d’accusa. L’imputato sono io, egoisticamente egocentrico, ma questa volta solo un puntino senza possibilità di creare immagini. Come quando sulla settimana enigmistica si fanno i disegni con i numeri. Ognuno conduce all’altro, fino a trasformarsi in forma. Adesso no, non posso contare.
I poliziotti hanno bussato di nuovo, l’altra sera. Stavamo conversando tra buoni amici, in cucina, con una musichina a condire il tutto. Purtroppo il palazzo, ormai è lampante, rema contro. Un gruppo di anziani in fase terminale ha deciso che ce ne dobbiamo andare.
Walter, il manager del residence, si è trasformato in sceneggiata. Così venerdi sera si presenta dopo i cops, e comincia a blaterare frasi sconnesse, lamentando un’insofferenza ai problemi. “I miei figli”, dice, “devono rimanerne fuori”. Eh?
Ecco, l’ultima cosa che ci serviva era partecipare ad una piccola follia del vicinato. Paranoie generate da un bizzarro ricorso al co. Ovvero: agli americani piace organizzarsi. Se e quando lo fanno, sono bravi a smuovere. Infatti noi, per esempio, ce ne andremo. Nuovo appartamento, lontano da ordini del giorno.
Walter è una persona onesta, sensibile, capisco la sua agitazione, dovuta ad una non abitudine alle questioni, però esagera. Minaccia, urla, si toglie il maglione. Salta e gli occhi perdono l’equilibrio. Mi dispiace vederlo così, ma non riesco a formulare frasi in inglese all’altezza della situazione. Me ne sto zitto, limitandomi ad osservare. Lo faccio sempre. Rubo quello che posso da quello che vedo.
Domenica mattina ho letto Repubblica. Arriva anche sulla Sunset Boulevard, in prossimità del Viper Room di Johnny Depp. Là, dove morì un giovane River Phoenix troppo entusiasta della serata. Mi accomodo ad un tavolino, caffè e quotidiano. Con muffin che sa di panettone. Un muffin francamente enorme, più adatto ad una famiglia che ad una colazione informata.
Faccio conoscenza con Pietro, un uomo che si è trasferito a LA lo stesso anno che mi ficcavo nel mondo. Coincidenza che mi fa pensare. A cosa non lo so, ma penso.
Pietro viveva a Milano e mi chiede com’è diventata. Imbarazzato, cerco di non sconvolgerlo troppo. Poi commentiamo assieme il senso del “Welfare”, le immense lacune della nostra politica, il ruolo dei giovani che non sanno più come distinguersi dalla società dei padri. Due mondi depressi. I cinquantenni che hanno perso, mettendo in gioco il ruolo di genitori, ed i figli che sono nati sbagliati. Un bel dipinto. Munch apprezzerebbe.
Per entrare in certi locali ricercati serve una bella ragazza. Solo nel caso, va detto, che non si disponga di una prenotazione. Il Marmount piace subito. Pub londinese con voglia di riscatto, nonostante i tavolini (molti) intimi, la gente sta in piedi. Le donne si distinguono per un non-detto desiderio sessuale. Ed è socialmente interessante spiarle. Ragazze, signore, donne ancora non pronte per il grande salto. Si sistemano gli abiti, enunciando insicurezza, si guardano attorno solo per sapere come le guardano gli altri. Hanno voglia di parlare, e allora parliamone. Però non ci credo, è l’ennesima prova di quanta schizofrenia ci sia nel loro hanging out. Chiunque si scusa anche solo per un contatto involontario o forzato dall’attrito. Sono stanco. Adoro questa civilizzazione continua, capace, talvolta, di rendermi nervoso. Odio le mille regoline che stanno dietro l’ordinazione di un caffè o la selezione per gli ingredienti del panino.
Gli americani sanno stare in coda. Non suonano il clacson, non fanno doppie file, si mantengono ordinati. Rispettano regolette spesso ridicole. Io provo a fare lo stesso, ma fatico a rimanere serio.
Non smetto di essere critico, è più forte di me. Poi mi ritrovo in contesti che non mi appartengono, allora compro una camicia. Sono diventato dipendente dai colletti. Ormai indosso solo camicie o camicie a maniche corte. E’ il mio metodo per fingere. E’ il mio modus operandi per trovare un posto a sedere.
Santa Monica è capace di sistemare tutto. Cammino sulla spiaggia, scarpe in mano, e respiro. Mi lascio attraversare dal vento che sa di oceano con la febbre. Passeggiano persone talmente diverse tra loro, che a descriverli servirebbe un libro ciascuno.
Due signori distinti, eleganti ma casual, incrociano il nostro percorso. Uno è Donald Sutherland, già visto in Mash di Altman, o in una marea di altri film. Padre di Kiefer, quello di 24, visto così, per caso e senza pretese, potrebbe essere un architetto. Lo scruto, per fissarmi l’immagine in testa. Lo salvo sotto la cartella “attori senza cravatta”. E gli voglio già bene.
Il cd è già alla seconda ripresa. Solo 40 minuti per un album passano veloci. Ma riascoltarlo genera piacere. La ripetizione mi aiuta. Ripeto cose, frasi, nomi, parole. Mi aiuta come il fuoco a scottare le caldarroste. Quanto mi mancano. Ottobre è un mese importante, quel mese in cui si comincia a stare attorno al focolare. Invece io sono abbronzato, col sole che c’è, come se il tempo fosse freezzato senza data di scadenza. Piove solo il venerdi, che qualcuno prima o poi dovrà spiegarmi il perché.
Consiglio di pranzare da Counter. Ristorante allegro e postmoderno, riesce ad intercettare la famiglia e il single incazzato. Quando arrivi ti consegnano una cartelletta, con matita e fogli da compilare. Sembra di essere in comune. Con calma si scopre che è il modulo per comporre il proprio originale hamburger. Capito il gioco, l’atmosfera torna ad essere sorridente. Mi fisso su un dipinto: l’uomo di zucchero dei Ghostbusters. Ovunque vada, trovo sempre un oggetto da fissare, che diventa il feticcio del mio pasto.
Il mio coinquilino mi ha detto una frase, dalle sonorità filosofiche, che mi ha fatto riflettere per almeno 3 minuti. “The party ends when you die”. Vi lascio col beneficio del dubbio.

6 commenti:
hey sey,
ti perdo di vista qualche tempo e cosa mi combini? incredibile. scusa il tono confidenziale, spero che tu non la viva come una mancanza di rispetto alla tua privacy, ma mi fa un certo effetto. intelligente lo sei sempre stato, ma l'ultima immagine che avevo di te era di un ragazzo affilato, spigoloso come una roccia. ed ora ti trovo qui, che i tuoi testi (molto più, o molto meno è una questione di punti di vista :-)surreali passano di te un'immagine morbida, calda come certi tessuti. sarà che s'avvicina l'inverno, ma ti vedo davanti a me come se fosse ieri, mentre chiedi un parere suoi tuoi scritti, incerto sul loro valore. ma al meglio di te.
ok, ora la chiudo. stammi bene and see u_
anche a me..sopra e dentro, la stessa sensazione descritta da chi mi ha preceduto con un commento che avrei voluto scriverti...
e allora...
non mi resta che abbracciarti e leggerti con l'affetto che provo x te...
dea
p_majuscule@yahoo.it
sono io,davide.
A brescia il sindaco è sempre Corsini
"Cammino sulla spiaggia, scarpe in mano, e respiro. Mi lascio attraversare dal vento che sa di oceano con la febbre."
C'è sentimento in queste parole... e questo, conoscendoti, può dar da pensare.
Ti sarai mica innamorato?
Ostia!
divino...il modo in cui scrivi è semplicemente meraviglioso. viene da chiedersi se le parole ti scivolino fuori da sole o anche tu, come tutti gli esseri umani, a volte ti fermi, irritato, xchè non trovi la parola giusta. m sono letta tutti i tuoi interventi di settembre e ottobre e m hai portata in un altra dimensione. grazie, in una giornata caotica come questa sei riuscito a farmi sognare un pò. mi hai ricordato i miei 3 mesi vissuti in australia, e mi hai fatto assaggiare un pò di california.tornerò sicuramente a leggere le tue prossime avventure!
un bacio
a santa monica, no, forse era santa barbara, c'era un ristorante sul mare, vicino al molo, tutta 'na roba di vetrate sul mare che sembrava di essere a santa monica, o santa barbara, appunto, non ricordo, acqua san pellegrino ovunque, ristorante toscano, eccezionale, mangiai una "chianina" da urlo. (bello leggerti ammericano, molto)
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