lunedì 6 agosto 2007

Plaisir - parte 2


Una sedia in plastica nera. Un appendiabiti. Cuscini del divano sfoderati e saltellanti, come rimbalzosi su un tappeto di piume. Una donna misteriosa, che finora non aveva mai visto, si agitava, solare e privata, tra una poltrona di pelle e un piumino d’oca.
Si fermò ad osservarla, mentre dal taschino estraeva una Gauloises accartocciata nel pacchetto morbido. L’accese. E si avvicinò, lentamente, alla vetrata.

La villa era tutta un gioco di luci/ombre, di vedo/non vedo, di finestre aperte e chiuse. Tendaggi spesso falsati, appoggiati solo per potersi nascondere mentre si gioca al voyeur.
Una vera maison, quella dei Seems, famiglia ricca e benpensante del nord. Avevano costruito la loro fortuna grazie ad una semplice intuizione del nonno. Prima di loro nessuno, e ci si chiede ancora oggi come sia stato possibile, aveva pensato agli appendini plastificati. Dopo decenni di appendini in legno o metallo, Berardo Seems, padre del succedutogli Velóm, pensò bene di fabbricare una nuova logica per sistemare gli abiti nell’armadio. E fece una valanga di soldi.

L’attenzione per il design era evidente. Una casa che non aveva nulla da invidiare al Beaubourg di Parigi. Contemporanea com’era, poteva sintetizzare perfettamente gli anni che stava vivendo.

Noir scriveva un romanzo ogni volta che tornava da una serata dai Seems. C’era qualcosa in quell’ambiente che riusciva a stimolarlo egregiamente. Ma questa volta non era la stessa cosa. Era come disorientato, confuso da una visione non preventivata. La donna era meravigiosamente à coté di divani e cuscini, in un gioco adulto d’arredamento.

“Hai parlato con Vongolvé?” – lo interruppe come uno schiaffo Geen – “Voglio telefonare”.
“Conversa un pò al tavolo, no? Mmm…vuoi che ce ne andiamo?”, le rispose, con tenerezza e sincera attenzione. Talvolta Geen riusciva ancora a farlo atterrare, a renderlo più paterno. Momenti rari, che finivano come tartine. In fretta.

“Oh…signora cara…ma che piacere! Oh, gliela posso rubare un attimo, le devo assolutamente presentare Germano…è un cantante, sa…venga, venga pure…”.

Un ultimo sguardo. La sigaretta era già sotto la suola. Noir e Geen si salutarono così, senza una parola. Era bastato l’intervento, becero e pacchiano, di una delle tante parrucchiere della serata per dividerli. Senza commenti. Solo un pensiero, veloce, rapido, inodore.

Mora, con i capelli corti. Lisci, che parevano stirati a vapore. Lui le stava di fronte, in mezzo solo una grande vetrata. La luce lo rifletteva poco, rendendolo quasi invisibile. Aveva acceso un’altra sigaretta. Sarebbe potuto rimanere sulla soglia per sempre, probabilmente. Era incantevole. Avrà avuto venticinque anni. Vestita di nero, con la borsetta che usavano solo le nonne. Goffa ed elegante. Bella.
Prendeva i mobili e li spostava, si sdraiava per terra ed arrotolava i tappeti. Poi staccava i quadri. Sempre con la borsetta sull’avambraccio destro. Sempre ordinata. Folle.

Era di nuovo con il corpo sul pavimento, quando una scarpa nera, lucida e charmant le si era presentata davanti al naso. Noir la invitò ad alzarsi. Lei si mise a correre per la stanza, leggera e felice, drammaticamente serena. Lo scrittore cominciò a danzare con la ragazza. Saltavano sui tavoli, si gettavano sui divani, rompevano cuscini e si lanciavano le piume. Due bambini agitati che facevano festa. Due adulti impauriti stanchi delle parole.

Fu con estrema sorpresa che la ragazza, proprio quando la danza diventava balletto, si mise a piangere.


[fine seconda parte - racconto episodi]

1 commenti:

riccardo ha detto...

ha qualcosa dell'esperienza vera..