lunedì 17 dicembre 2007

#17. Bacio Senza Labbra


L’America, un paese che conta circa 300 milioni d’abitanti, si ritrova con cinquantamilioni di cittadini senza assicurazione sanitaria, il che significa che possono morire pure di raffreddore, tanto non è un problema.

Partendo da qui, (un esempio poi ben più comprensibile nel “Sicko” di Michael Moore), mi sono reso conto che, effettivamente, non è per nulla strano.

Vivere in California, a Los Angeles, per quattro mesi ha chiarificato parecchi dubbi e incertezze sulla percezione degli USA. Vedere qui i loro prodotti che vediamo in Europa, dal cinema alla televisione, è un esercizio che spaventa un pò.
In effetti, il loro è un paese basato sulla paura. Fin qui c’eravamo, l’idea l’avevamo già assorbita. Ma scoprire come questo atteggiamento si spalmi durante la loro routine, beh, quella, lasciatemi dire, è un’altra storia.

Gli americani che ho incontrato in questo viaggio sono stati spesso ben sopra la media, acculturati, talvolta addirittura raffinati, simpatizzanti dell’Europa. Merce rara, da queste parti.
La loro socialità esprime insicurezza. Come biasimarli, crescono in uno stato che vende diritti, anziché donarli. Politici che urlano concetti a caso, paragonando il sistema pubblico al comunismo più profondo, come se un diritto garantito dallo stato fosse un modo per controllare il popolo. Vaccate, si dice a casa mia.

La corsa per le presidenziali ha del ridicolo. Domande sul taglio di capelli piuttosto che su letture religiose, senza mai toccare i problemi, veri, seri, urgenti. Non dibattiti riguardo soluzioni, ma chiacchierate da sit-com con risate registrare.

E nonostante Hillary pretenda d’essere la vera novità, non ha ancora fatto nulla per differenziarsi nettamente dai repubblicani. Attenti, stiamo diventando così. Partito delle Libertà, PD, Sinistra Arcobaleno (come si può votare una cosa del genere?), la morte della storia per la nascita del pensiero con-sumista.

USA: sell & buy. Ovvero, qui gira tutto attorno al consumo. Il popolo è il grande cliente di un megastore chiamato erroneamente stato democratico. Democrazia basata sull’Esselunga, (qui Ralph’s, Pavillions, Wal Mart, …).

Ed è proprio così. Se non compri non ci sei. E qui si fanno sempre acquisti, certi salari sono più alti anche per questo. Una follia. Condivisa e in qualche modo viscerale.

Ci sono aspetti che non posso accettare, non ci riesco, socialmente scorretti alla base, perché crudeli, disumani, artificiali. Come la maggior parte del cibo, dichiaratamente “artificially flavored”.

Chi mette ghiaccio nell’acqua del cane, chi beve sempre e solo diet-coke, chi si legge manuali per capire cosa e come fare. C’è una guida per tutto, piccole bibbie per godersi l’experience.
E così succede che agli Universal Studios, il parco giochi che fa da anticamera ai veri studi cinematografici e televisivi, c’è un ticket speciale chiamato “mangia tutto”: con 20 dollari ci si può suicidare senza problemi, basta passare la giornata a fare il tour dei fast-food invece di visitare locations e set. Ci tengono particolarmente, così aggiungono “tutto il giorno!”, come dire “mangia sempre, muori qui!”. Da notare lo stesso pass per bambini, a metà prezzo.
D’altra parte non è una novità, ci sono musei con più persone al bar che davanti ad un Van-Gogh, e ho detto tutto.

Interessante come il consumo sia radicato ovunque, così da non perdere mai l’occasione per sentirsi parte del sistema. Al cinema si fa prima la coda per i pop-corn (con pacchetti speciali che comprendono anche cene complete) e poi per i biglietti. Fantastico.

Mi fanno tenerezza, non ci posso fare nulla. La California mi ha trattato bene, senza dubbio, con gentilezza e cordialità. Il punto è che quando tutto ciò si declina nella quotidianità, parlando con persone più o meno amiche, ecco che allora c’è di nuovo un meccanismo alieno. Il popolo più vicino agli alieni è certamente quello americano. Adesso è tutto chiaro: i marziani atterrano sempre negli Stati Uniti. Ovvio! Si sentono a casa.

Ho l’impressione che nessuno torni mai sullo stesso argomento di cui magari si è ampiamente conversato assieme. Come se anche quelle, a modo loro, fossero delle mini-experiences che una volta fatte non ci sali più, manco si trattasse di montagne russe.

Kit, scatole, manuali, istruzioni. Si tengono a bada così, limitandosi ad assimilare.
Incredibilmente per un italiano di cultura media, senza pretese, ma con un buon senso critico, qui è una pacchia. Ci si sente intelligenti mille volte al giorno. Il nostro punto di vista sulle cose è sempre più libero, anarchico, originale. E loro rimangono stupiti, estasiati, increduli. Cioè noi facciamo entertainment per loro, li teniamo incollati allo schermo dei nostri racconti.

Quando un americano cerca di andare oltre, andare contro, ecco che anche lì riesce ad essere alieno, esasperando il fatto e trasformandolo in attività. Activity, altra parola magica che torna spesso protagonista. Sono programmati, mettono la colonna sonora per un gioco in scatola, ripetono frasi idiote nel teatro “terminator experience”. Fermiamoci un attimo.
Agli Studios c’è questa attrazione che permette al pubblico di vivere l’emozione di un filmaccio come terminator. All’entrata un finto robot parlante intrattiene i visitatori come ad una messa. La gente, in fila perfetta, ripete in coro le cazzate che mostra il megaschermo. Io ero terrorizzato, inquietato dalla naturalezza a partecipare così seriamente ad una banalità.
All’interno, in 3D, arriva il Governator, cioè Arnold Schwarzenegger, attuale governatore della California. Come se in Lombardia ci fosse un Gardaland con l’attrazione “Super Formigoni”.
Qui si può, basta buttarci qualche effetto speciale.

Non s’improvvisa, signori, è questa la triste verità di questa, a mio parere, inconsapevolmente triste America. D’altra parte chi pensava che il David Letterman Show fosse una genialata, già sa che è tutto meticolosamente scritto e se salta uno degli autori la ruota smette di girare. Grandi giocherelloni, ma preventivati, come da copione.

Infatti, interagendo con loro si recita. All’inizio credevo fosse giusto per l’inglese instabile, ma dopo mesi m’accorgo che è una questione sociale. Ognuno si crea il proprio personaggio tra una rosa di prescelti. Sì, perché c’è sempre qualcuno che si occupa di te, quindi c’è sempre una scelta già effettuata. Devi solo passare il codice a barre e mettere nella busta.

Così gli americani all’estero vivono Parigi, Firenze, Berlino come un’attrazione di qualche parco di divertimenti. E mangiano da Pastarito a Milano, scambiandolo per un ottimo ristorante. Non a caso: in effetti, Pastarito è un nostro “fast-food”.

Non ce l’ho con gli yankees, anzi, mi rammarico che siano così schiacciati da un sistema che li rende pedine. Il modo in cui partecipano alla vita quotidiana è fatto di piccole missioni che scelgono.
Insomma: quanto abbiamo visto nei telefilm è vero. Sono dannatamente come in tv, solo meno belli.
La famiglia col padre che fa da allenatore, parlando con i figli come ad una partita di baseball, oppure il papà simpaticone, quello che prendeva lezioni da Bob Hope.

L’America, primo paese al mondo, fonte decisionale di un pianeta, è una scatola. Dentro c’è tutto l’occorrente per godersi l’esperienza, l’avventura. Sotto controllo, senza muoversi.

Mi piace immaginare gli americani sempre in giro con la bicicletta a quattro ruote, cioè con quelle due rotelle aggiuntive che mantengono stabilità.

C’è del grottesco, insano grottesco in questa nazione. E dopo quattro mesi non sono riuscito a trovare un compromesso, un punto di svolta. Perché se esiste, è nascosto molto bene.

Facendo zapping sulla tv via cavo mi sono imbattuto in uno slogan da brividi. Una graziosa hostess tranquillizza il pubblico riguardo la comodità delle reti a pagamento: “Life is hard, pay per view is easy”. Traduzione letterale: “la vita è difficile, il satellite è facile”.

Mi pare il concetto giusto per chiudere questa prima riflessione su quattro mesi qui.
Alla prossima.

giovedì 29 novembre 2007

#16. Coffee & Cigarettes


Non riconosce più la faccia. Si sveglia e va a controllarla, perché è come se non la sentisse. Come l’arto fantasma, anche il volto sembra mozzato, appoggiato da qualche parte.

Eppure c’è, lo sa, ne fa uso costante. Deve vederla, riflessa, fotografata, commentata. La prova del reato.

Mercoledì, quando la giornata ha inizio, è confuso. Sarà un lungo weekend, un primo bagliore natalizio in una Los Angeles soleggiata.
Thanksgiving, cioè il giorno del ringraziamento, ha un significato tutto suo. Nato per dire “grazie” a chi ha permesso i primi passi negli Stati Uniti, si è poi trasformato in un “thanks” generico, forse a Taco Bell, forse ai semafori.

Caffè e sigaretta. Poi di corsa a recuperare un’amica in stazione. Ma la stazione non c’è. Un messicano con burrito ci indica una direzione, sbagliata. La Lonely Planet non aiuta e, per la prima volta, guidare per LA è un caos. Una signora in tenuta da lavoro carica il passo e non si degna di rispondere alle mie richieste, mentre un’altra sembra impaurita. Girare a caso. Non è una meraviglia, ma siamo a Downtown. Mattoni e ringhiere, cancelli, reti. Marrone e grigiastro. E sembra un videoclip on the road. Smashing Pumpkins - 1979, testa fuori dal finestrino e tanta fantasia.

Recuperata la ragazza, è il turno dell’altro amico. Quando dicevo che è come andare da Brescia a Milano o da Como a Mantova, ecco, intendevo proprio passare ore sull’automobile, senza percepire una distanza, in realtà, ingombrante.

Caffè. Sigaretta.
Un’ora o forse più ci divide dall’aeroporto. Poi ci sarà il ritorno.
LAX, cioè là dove arrivi e partenze sono come cellule in riproduzione, si colora di toni dal violaceo all’indaco, passando per tonalità intermedie molto soft e poco comprensibili per un daltonico. La pellicola assume venature artificiali, caratterizzate da pannelli imponenti che illuminano la strada. Anche l’interno della vettura si lascia penetrare da cotante sfumature, rendendo il tragitto un’immagine.

Non c’è più caffè. E quello che acquistiamo sembra non apprezzare la moka. E allora sigaretta, giusto per non perdere l’abitudine.

Si cena italiano, si fa tavolata, si apre un vino e si mastica carbonara. Apriamo una locanda, manca solo Guccini. Siamo in Italia e in California nello stesso momento. Ci si emoziona, perché è un privilegio. Giovani auto-esiliati o quasi, qualcuno alla ricerca di risposte, altri di domande, qualcuno per laurearsi. Come in un racconto di formazione, ci fermiamo a prendere tempo, anzi, a respirarlo nella speranza di poterlo rincorrere.

Caffè. Sigaretta. Succo d’arancia. Marmellata.
Giovedi 22 novembre le strade sono deserte. Gli americani sono tutti impegnati a cucinare tacchino e cosacce che facciano da contorno. Gli OGM fanno miracoli, così assisto alla cottura di un gallinaceo dalle dimensioni imbarazzanti, così inebriante d’odori che perdo i sensi.
Chiacchiero con lui, vecchio conservatore dall’atteggiamento elegante, ma finiamo per discutere sulla temperatura più adeguata per ottenere il meglio da un tacchino saporito artificialmente.
Gli infilo un termometro per zittirlo e me ne vado. Il “turkey” se ne rimane solo a farneticare su progetti per un partito popolare europeo. Mentre mi intrattengo con ospiti accorsi per rifugiarsi nella casa delle libertà, sento il tacchino bofonchiare sulla possibilità di mantenere la leadership.

Il trip around LA entra nel vivo con la tappa Beverly Hills. Ho saputo che, mentre mangiavamo una pizza al fasullo “Panini Cafè”, (pizza che richiamava una torta salata con quintali di mozzarella plastificata in superficie), Cristina Parodi si fingeva interessata allo shopping sulla Rodeo Drive. Avrei voluto incontrarla per darle uno schiaffo, peccato.
Rivedere luoghi già esplorati nelle prime settimane di permanenza, a tre mesi di distanza, ha un sapore di maturità misto relax che mi ero dimenticato. Cose del tipo “ah, si, si…lì c’è questo, là c’è quello, …”, ecc.

Tempo di caffè e un’altra sigaretta. Un rito che ci porta spesso a fare tappa comune, accompagnati da colonne sonore sempre diverse, utili a noi giovani un po’ in disuso.

In Coldwater Avenue c’è una casa addobbata da Babbo Natale. Oppure è la villa degli spot Coca-Cola. Un festival di luci e decorazioni che, sommati, consumeranno come una cittadina media del nord-Italia.

Girato l’angolo troviamo la destinazione. Marino, simpatico quarantenne argentino, un uomo che cammina per le vie di LA con la maglietta del Che, ci accoglie con un berretto in lana e un look da muratore che commuove. Non si riesce a mettere piede in casa che già veniamo assaliti da un pericoloso gruppo di parenti e familiari un po’ canadesi, un po’ coreani, un po’ latini. Americani, insomma.
C’è zia Yetta, la fotocopia di quella della sit-com “La Tata”, e pure zia Assunta. La loro insistenza nel servire le torte mi obbliga a mandare giù tutto con furore alleviato dalla birra. È Natale. Che ore sono? Le undici, mezzanotte, le dieci. Non importa. Situazione da cenone, veglia, antipasto tutta la vita, vigilia, fondi di bottiglia, dessert o frutta, sottobicchieri, “quello è il mio tovagliolo?” – “no è il tuo”, cagnolini impazziti, sedie improvvisate, cucina variopinta, regali dimenticati, auguri, e una fatica tremenda ad interagire.

Qualcuno mostra fotografie di quando era giovane, mentre un avvocato conversa in perfetto francese. Io cerco riparo in Marino, il quale fa lo stesso con noi. Alla fine ci rifugiamo in una sorta di retrobottega che funge da panic-room.

The e sigaretta. Si cambia perché è tardi e abbiamo voglia di pigiama e biscotti.
Domani andiamo sulla Mulholland Drive, a goderci il panorama di una Los Angeles offuscata da una nebbiolina bastarda che copre parte della nostra visuale a 180 gradi.
Nella stessa città si può andare al mare, in montagna, dentro grattacieli, attraversare zone popolari che portano dal Messico alla Corea, e visitare castelli che sono case. Tutto in un giorno.
C’abbiamo provato anche noi, ed il risultato è una confusione esaltante.

Il cielo è più vicino quando sali allo Standard. Un luogo di mistica atmosfera, profondamente alienante. Cockail in mano e ringhiera che, superata con lo sguardo, racconta una porzione di città che è vera metropoli. Farsi coccolare dai comodi divanetti scaldati dai funghi caloriferi, ascoltare musica di alta qualità, dub, rock, indie, elettronica, alzare lo sguardo, illuminati dalla luna piena, ed accorgersi che gli imponenti palazzi di vetro che circondano la terrazza potrebbero, perché no, essere le lampade che creano l’atmosfera di un locale che sembra un’installazione.
La piscina riscaldata si lascia dipingere da tinte sensuali, così come il resto del luogo. Se c’erano dubbi, lo Standard afferma in ogni sua sfumatura che siamo a LA.

Caffè, quello buono, e un’altra sigaretta. Ci sta anche una fetta di torta.
Venice Beach è meravigliosa. La visitiamo lentamente, accompagnati dalla marea di persone che la popolano. Alieni. Per qualche strana ragione si ritrovano qui tutti i giorni, rassicurati dal mare e dalla spiaggia marziana. Ogni due passi c’è un cartello di bizzarri personaggi che ballano hip-hop, giocano col pubblico, dichiarano qualcosa.
Cosa non avevo detto di Venice l’altra volta? Ah si, che è sempre vacanza.

Caffè, sigaretta e Gianni Drudi.
Scoprire proprio qui che l’uomo del “Fiky Fiky” scrisse e cantò una canzone del tipo “com’è bello lavarsi” fa tristezza ma anche un po’ di sano entertainment. Quindi l’ascoltiamo, in loop.

C’è spazio per tutto. Anche per andare al supermercato all’una di notte. L’idea degli store aperti 24 ore è pazzesca, suggerisce l’idea che ci sia sempre vita. La clientela, ovviamente, è un po’ diversa. E finalmente ho visto qualcuno in quasi-pantofole, vecchine dai volti allucinati, un cassiere con una specie di spazzettone in tasca, fiero e a suo agio.

Si passa la nottata con l’affetto di chi sa che, purtroppo, giornate come queste sono solo parentesi.

Poi sarà ancora il turno di un caffè ed una sigaretta. Lunga, lunghissima, perché è l’ultima, a chiudere un viaggio irripetibile.



La faccia non c’è ancora, dimenticata da qualche parte. Però adesso è più sollevata, diluita in un bicchiere di episodi.

lunedì 12 novembre 2007

#15. Teatro d'Improvvisazione


Che magari succede un tardo pomeriggio di tornare a casa dopo una giornata normalmente lineare. E che magari non hai tempo di buttare lo zaino per terra che ti arriva un cocktail. Alle cinque e mezza, manco fosse la merenda.
Compleanno del prossimo inquilino, cioè quello che verrà dopo di noi. Già frequenta le stanze, si propone in anteprima. Ovviamente non richiesta, ma è un bravo ragazzo, timidamente nascosto sotto un costume di muscoli.

Si chiacchiera, si partecipa come si può – improvvisati e confusi – a questo party a base di stuzzichini e torta ricevuta per posta celere. Poi, nel tripudio d’omossesualità (ed è in momenti come questo che canticchio quella canzone di Elio), appaiono un paio di ragazze. Attenzione: pare che a questi giovanotti non vadano molto a genio le lesbiche. Il motivo ancora non mi è chiaro, ma indagherò. Quindi due signorine eterosessuali (finalmente) che apprezzano immediatamente la nostra italianità misto “siamo straight e siamo cool”. Ci si intrattiene, ma il problema si pone subito: che si fa? Una carina quanto basta per tirare un sospiro di sollievo, l’altra, purtroppo, non ci siamo. Eh no, non ci siamo. La matematica, va da sé, ci insegna che 2 più 1 fa threesome. E magari anche no. Il cinema ci racconta che va sempre a finire male, da Jules et Jim a Y Tu Mama Tambien, fino ai video di Youporn (la battuta ce la dovevo mettere, ridiamo assieme).

Per farla breve, ci tocca il bim-bum-bam. Ma che tristezza, ma che spreco, ma cosa sta facendo questo biondo di due metri? No, scusa, non ballo. Ma se ti va, possiamo parlare del caro-prezzi.

Ad ogni modo, lascio in sospeso il finale della sorte, cioè di quel “chi se la piglia”. Passo volentieri, invece, ad approfondire l’altra, la bruttina con tanta grinta. Ci proponiamo come cuochi, o come apri-porte o battiscopa quando scopriamo che è la produttrice di Clooney. George, l’ormai talentuoso regista di Good Night & Good Luck e di altre cosette. Melinda, così si chiama, si è occupata della produzione di un fottio di immagini in movimento, tra cui i Power Rangers. Incredibile, nel bel mezzo di un party non atteso, non voluto, non contraccambiato, ecco che ti ritrovi a parlare e a fare lo sciocchino con una donna in carriera amica del festeggiato. Bravo lui, che l’ha invitata sapendo del nostro stato instabile e brava lei, che ci vuole portare alla festa del suo amico MySpace e a visitare gli studios approfittando dello sciopero degli scrittori.

Per adesso siamo ancora a casa, ma sono ottimista, almeno questa volta. Mangio burritos che non so neanche perché mi stuzzichino così tanto, però non ne posso fare a meno. Ce ne sono un sacco di varianti, tutte pasticciate, un pò cucina macinata alla buona, ma come ignorare il risultato? Una bomba.

Il burrito è sempre all’altezza, un pasto che non tradisce le aspettative. Ce n'è uno per colazione, eggs/bacon/potatoes, per pranzo, più fantasioso, e come snack, o per cena. C’è sempre. L’amico che ti trovi nel piatto.

Si prova un po’ di tutto, si cerca di vivere la città come un normale individuo della zona. Così, con un inglese ormai assimilato e senza un’occupazione precisa, è tutt’altro che semplice, ma pian piano le cose si stanno sistemando. Peccato, manca poco al ritorno nella penisola dei famosi.
Uscire a LA è impegnativo. Immaginate la Lombardia come un’enorme città. Ecco Los Angeles. Muoversi da queste parti è come andare a Milano a comprare le scarpe, fermarsi a Brescia per uno spuntino, poi passare a Mantova per incontrare alcuni colleghi ed infine tornare a casa, per esempio a Como. Sostituite le suddette con Beverly Hills, West Hollywood, Inglewood, Santa Monica e ci siete quasi.
L’unica risorsa è l’automobile, le arterie di questa città ne assimilano in dosi esagerate, o il taxi. Senza metropolitana e con un sistema di bus che francamente inganna, di camminare non se ne parla. Ho contato cinque scooter in 2 mesi. Ci sarà una località anche per loro, qua è sempre così.

Quindi si vive a coito interrotto. Si fa tutto mai abbastanza. Poi capita di fare troppo, e allora ci vogliono un paio di giorni di isolamento per tornare alla propria personalità.

In casa c’è un cane, Lola, arrivato senza bussare. Con arroganza. Rhumba, il nostro socio della cricca, pare aver accettato senza indugi la nuova indesiderata. Starei ad osservarli per ore, hanno una logica tutta loro. Una socialità che andrebbe presa d’esempio, soprattutto per le giovani coppie. Rhumba e Lola si rispettano, e sanno quando è il momento di rintanarsi ognuno nel proprio guscio. Lei è la tipica ragazza timida e in conflitto con l’aspetto troppo pettinato. Vorrebbe parlare di Kant, le tocca leccarlo sulla schiena. Lui è confuso, nel pieno della sua fase ormonale, potremmo dire che non capisce più un cazzo. Poveretto, quanto lo comprendo. È distratto, non riesce a gestire la stagione dell’amore.

Josh, il roomate noto per le sue massime sul rapporto vita-party, me ne ha donata un’altra. Erano le quattro di mattina, di ritorno da una serata che lasciamo in fuoricampo. Dopo due ore aveva un aereo per Chigago, festival del cinema, il corto del suo amico in concorso (e noi si tifa per lui, deus ex machina di un film che mescola Lynch, omosessualità e bibbia in una Los Angeles sorda). Ebbene, giustamente non si preoccupava del fatto che, magari, era ora di dormire. No, al contrario è uscito di nuovo (e lì l’abbiamo salutato) per un altro happening su qualche collina o non so.

Alla domanda “Hey Josh, ma domani come fai? Una dormitina? L’aereo? Eh?”, il ragazzo risponde con tono signorile: “You live once!”.

Grazie. Un supereroe che, a quanto pare, in nome della festa è comunque riuscito a partire non si sa come. Il suo metabolismo è un mistero, ma finora non l’ha mai tradito. Superpoteri.
Tuttavia il PartyBoy comincia a sentire il peso delle responsabilità. Nel suo scaffale è apparso un libro che suona come criptonite per Superman.

“How To Stop Drinking”, dello stesso autore di “How To Stop Smoking”.

In uscita, dopo questi due bestsellers, anche “How To Stop Reading My Books”.
Lo sto scrivendo io, sotto copertura e anche sottovuoto.

Alla prossima.

venerdì 9 novembre 2007

#14. Metereopatie


Mia nonna era americana. Non ci sono dubbi.
Nata nel cremonese e cresciuta in un cascinale non ben delineato, si trasferisce con famiglia in un paesino del bresciano. Il resto sono tortelli alla zucca, torte di rose alte una spanna, festival di fritti. Ovvero l’eccesso americano nei confronti del cibo. E poi consumava. Riempiva il frigorifero anche se viveva da sola, uno non bastava, ne utilizzava due. Carni, sughi, quintali di ripieni, yogurt, burro, ovunque, gelati doppi.
Una cantina che, come un nascondiglio, faceva da panic room in caso di guerra atomica. Scatole, scatolame, latta e barrette di cioccolato. Acqua, vino, vetro.
La comodità, la televisione, la ruota della fortuna e ok il prezzo è giusto, i talk-show pomeridiani, le televendite, il partito dei pensionati, i teleimbonitori. Poltrone, quadri a coprire ogni angolo, colori, stravaganza, disordine. Ammassi di cose, nascoste o accumulate in giro, pentole giganti, biscotti ridondanti. Un barocco. Un pasticcio.

Il giardino della nuova abitazione me la ricorda. Abbiamo anche il classico giardinetto “backyard”, cioè il dietro-casa. Con due garage di legno. C’è la siepe e le mattonelle grezze. Uno scarabocchio di piante, fiori e vasi di pessimo gusto. Entità che non starebbero mai assieme. Ecco, esattamente come quel puttanaio di cosacce a caso disorganizzate da mia nonna.

Una casa, questa, che sa un po’ di vecchio. La cucina è un assemblato di credenze che non hanno abbastanza spazio. Legno in bagno, legno in camera, parquet, legno la struttura dell’immobile.

Non importa, è carina. Luminosa e un pò iberica.

Nuovi incontri in giro. Soprattutto Kief, un ragazzo di New York che fa il regista di documentari. Incontrarlo in cima ad un palazzo, sul tetto, invitati ad un party del festival del cinema indipendente non è stato difficile. Fuma, non ha le sigarette, gli teniamo compagnia. Un uomo normale, dalla faccia gommosa, che ti vien voglia di giocarci come col pongo. Lo sguardo è lucido e sornione, annoiato dalla vita ma curioso di inseguirla, condito da una risata rassicurante.
Si chiede perché gli americani seguano i film stranieri coi sottotitoli, mentre in Europa si usa spesso il doppiaggio. “American are not so smart, you know…” – dice – “…so why do european use those weird actors? I met the German - DeNiro...can you imagine?”. Li chiama “attori”, ma sono doppiatori. Gli spieghiamo che, probabilmente, sono molto più bravi dei nostri attori sullo schermo.

Kief sono d’accordo con te. Perché non ci piacciono i sottotitoli? Gli americani come lui si stupiscono di questa lacuna ma, forse, ci sopravvaluta.

Israel è un ragazzo Venezuelano. Ha 16 anni ed è un po’ bambino prodigio. Mi chiama “where’s the pizza” e non me la sento di spiegargli quanto non mi diverta quella gag. In effetti mi mette in soggezione, pazzesco. Un ragazzino che ha cominciato a studiare a 3 anni. Lavora coi visual effects e fa il bulletto low profile. Da tenere d’occhio.

Un altro personaggio è un bizzarro svizzero che mi fa domande sul cinema di Celentano. Facciamo un passo indietro e partiamo dal look. Questo tizio dal nome non chiaro è pettinato come un nerd anni 50. Brillantina, temo, e portafogli con catena. Un po’ fashion-victim con preferenza per colori scuri, è decisamente singolare. Mi chiama per nome in continuazione, lavora nel marketing, e mi racconta che la scrittura è la sua terapia. Non capisco che storie narri, ma certamente so che ha visto molto cinema di Pasolini. È già il secondo svizzero, qui, che me lo dice.

Intanto LA comincia a somigliare a Milano. Nebbiolina al mattino ed un cielo coperto di nuvole rendono la città incomprensibilmente triste. Fresco, non freddo, ma certamente accendere il riscaldamento, dopo che fino alla scorsa settimana si sudava, è stato un leggero shock.
È arrivata un’ipotesi d’autunno, che speriamo si traduca di nuovo in sole. Tempo di sfide a colpi di giochi in scatola, maratone filmiche, marmellata.

È sempre Los Angeles, forse un po’ più malinconica.

giovedì 25 ottobre 2007

#13. Elezioni Preventive


Fine ottobre 2007: la California brucia e Los Angeles è torridamente calda.
Vento da asciugacapelli, sole rosso, aria pressante. Decisamente un’insolita vigilia di Halloween.
Ho visto un po’ di news italiane riguardo questa ondata di incendi. Ebbene, come al solito si confonde la notizia con un palloncino. La si gonfia. Giusto per giocare di confronti, qui la percezione del day-by-day è fortunatamente un po’ diversa. LA continua a muoversi, a camminare. Si parla di tutto, non ci si ferma sui carboni ardenti. Un esempio: conversando col roomate americano, gli ho chiesto degli incendi.

“Allora...LA continua a bruciare…E come la vivi tu? Immagino sia destabilizzante...brucia tutto...”
. “Sì, ancora incendi”.

Stop. Poi ho posto lo stesso argomento a Walter, un argentino che gestisce il nostro palazzo. Risposta di routine, non polemiche. Dove sono le polemiche? In Italia le spalmiamo sul pane bianco, qui si dribblano. 1-0 per loro.
Sì, perché vedendo un cielo offuscato, nero di pece a monte, mi sono leggermente preoccupato. Invece la gente del luogo non cambia una virgola della giornata, la vive con una certa serenità. Ognuno al suo posto, ognuno col suo ruolo. Così, come i pompieri supereroi sapranno domare le fiamme, i ragazzi delle caffetterie continueranno a servire cappuccini. Sono commosso.

Passiamo ai mormoni. È decisamente mormomania. Tutti mormoni.

Doveva capitare anche questo. Dopo aver avuto un rapido contatto indesiderato con CL, anche in California, esportata accuratamente dall’Italia che non ci piace, ho optato per nuove confessioni. Per caso, ci tengo a sottolinearlo, sono stato invitato a cena a casa di mormoni. Due parole per definirli: non comprendo. In America ci si inventa qualcosa la mattina appena svegli, chi si alza con uno slogan che poi trasforma in supermercato, chi trova nel succo d’arancia la freschezza come concetto per la resurrezione, e chi s’inventa una dottrina. Per inciso: meglio Tetris.

Ad ogni modo, facciamo uno sforzo.
La mormomania conta circa 12 milioni di fedeli in tutto il mondo e, attenzione, circa 22 mila sono in Italia. Cercateli, trovateli e offrite loro un caffè. Sarà divertente. Questi ragazzi non possono assumere coca-cola e simili, caffeina e derivati, alcool e varie ed eventuali. Credo non possano nemmeno concedersi una sigaretta. Cristo!
Ci si domanda il perché, mentre la macchina è ormai in zona cena, queste persone facciano certe scelte. Arrivati, ci offrono un bicchiere d’acqua. Chiedo del ghiaccio, casomai sballasse.
Si cucina carbonara e si fa festa in nome della “spaghettata”. Tante ragazze, un paio di amici. Si ride e si scherza, c’è tanta simpatia nei nostri confronti e un cenno d’agitazione in attesa della pasta italian-style. Una manciata di bruschette le tiene buone, fintanto che l’acqua bolle.

La nostra bottiglia di vino rimane in sordina. Mostro ad una ragazza come si stappa – per lei era la prima volta – e mi fingo sommelier. Le agevolo il bicchiere, in segno di pace, ma non c’è possibilità alcuna. Lo annusa, e si defila. Rimango da solo a scolarmi il resto della bottiglia che voleva essere un dono ed è rimasto un diversivo.
Ma quanto si chiacchiera, quanto si improvvisano frasi idiomatiche. Va bene così, un (in)sano esercizio di conversazione, per portare avanti il progetto inglese, (finora pare essere l’unica cosa che ha senso).

Ecco, la mormon-connection è andata. Tutto sommato ce l’abbiamo fatta, temevo la preghierina prima del pasto. Avevo già preparato la finta retorica sul “grazie per il pane che ci hai donato”, ma non è servita. Peccato, cominciavo a crederci. L’avevo farcita di riferimenti a Mastella e a Don Lurio. Li volevo tirare in ballo per il mio teatrino degli errori, (battuta a doppio strato: probabilmente adatta ad un pubblico adulto, preferibilmente residente al confine con la Svizzera e senza tapparelle).


Deal or No Deal.

Beh, questo show è incredibile. Un preserale dal ritmo indecente che ruota attorno a valigie misteriose, accudite da pseudo-modelline. Lo studio è uno scarabocchio di colori vivaci, camere che girano come pallottole ed un presentatore che Amadeus gli fa una pippa. Però diciamolo: somiglia a Mastrolindo, se invece del marinaio gay avesse preferito uno stile più Wall Street.

La concorrente, reduce da un cancro, sovente ripete che è reduce da un cancro. Il presentatore le chiede “da cosa sei reduce?”, e lei risponde “da un cancro”. Il pubblico esulta, applaude sempre e non delude. La famiglia la sostiene e pure la moglie di Ozzy Osbourne. Per non parlare di Alec Baldwin, in collegamento per sparare una serie di sciocchezzuole da terza liceo. Un attore ormai gonfio, anche lui con tanta voglia di mettere la parola “cancer” dappertutto, come il prezzemolo.

Stiamo parlando di “Affari Tuoi”, Deal or No Deal. Il format originale è pure peggio della versione italiana. Cioè la notizia è che, per una volta, abbiamo copiato (pardon, adattato) meglio.
La ragazza se la gioca abbastanza male, e non si capisce la necessità di riesumare un’agonia come il cancro, giusto per creare empatia. Lo seguo fino alla fine, con due amici americani. Loro vivono il quiz come un superbowl, saltano sul divano e si arrabbiano. Commentano tutto e fanno clap-clap. Non mi resta che partecipare. Però, alla fine, mi diverto. Non avevo mai pensato che una perdita di tempo potesse trasformarsi in un meeting point.

Deal or No Deal? No Deal, No Deal, No Deal. La teoria dei miei compari è che “no deal” è sempre meglio, perchè così le offerte dell’uomo misterioso (quello che chiama il Bonolis o l'Insinna di turno) aumentano e allora si che si può anche accettare il “deal” che, al contrario, è una persuasione bastarda e tendenziosa.

Poco importa. Quello che rimane è un nuovo tormentone.
Stanotte ho sognato Scialpi. Il noto cantante di “rock&rolling”, ed altre tremende scomposizioni musicali, mi offriva un burrito a Downtown.

Per la prima volta ho avuto paura. Però su Fox c’è la quarta serie del Dr House. In lingua originale è ancora più apprezzabile, dialoghi curatissimi e spesso utili perché pieni di slang. Nei nuovi episodi c’è un mormone.

E’ mormomania. Deal? No deal.

lunedì 15 ottobre 2007

#12. In Rainbows


Ascolto il nuovo album dei Radiohead mentre cerco di sistemare pensieri disordinati.
La confusione aumenta di giorno in giorno, ma è il weekend il vero deus ex machina del mio stato d’animo incandescente. Il sangue ha ricominciato a circolare come il traffico all’orario di punta. Mi guardo allo specchio, tanti specchi, e cerco di ritrovarmi. Ma sono le smorfie ad avere la meglio sul mio tentativo di riflettermi. Non ci riesco. Più.
E’ successo qualcosa, in queste ultime due settimane, qualcosa che non riesco a spiegarmi. Così provo a scrivere, ma non servirà a molto. Da qualche tempo - è evidente - la permanenza in California è diventata una prova da superare. Anzi, un esame intensivo autoprodotto. E chissà chi me l'ha fatto fare. Io, in primis. Volevo staccarmi dall’abitudine. Stavo bene, per la prima volta mi sentivo a posto, con un ruolo ed un’identità riconosciuta. Forse ero l’unico a metterla in discussione. Qui, indubbiamente, devo fare i conti con aspetti che non avevo considerato, perché non volevo occuparmene.

Succede che, invece di raccontare un luogo, fotografo come radiografie processi mentali d’accusa. L’imputato sono io, egoisticamente egocentrico, ma questa volta solo un puntino senza possibilità di creare immagini. Come quando sulla settimana enigmistica si fanno i disegni con i numeri. Ognuno conduce all’altro, fino a trasformarsi in forma. Adesso no, non posso contare.

I poliziotti hanno bussato di nuovo, l’altra sera. Stavamo conversando tra buoni amici, in cucina, con una musichina a condire il tutto. Purtroppo il palazzo, ormai è lampante, rema contro. Un gruppo di anziani in fase terminale ha deciso che ce ne dobbiamo andare.
Walter, il manager del residence, si è trasformato in sceneggiata. Così venerdi sera si presenta dopo i cops, e comincia a blaterare frasi sconnesse, lamentando un’insofferenza ai problemi. “I miei figli”, dice, “devono rimanerne fuori”. Eh?
Ecco, l’ultima cosa che ci serviva era partecipare ad una piccola follia del vicinato. Paranoie generate da un bizzarro ricorso al co. Ovvero: agli americani piace organizzarsi. Se e quando lo fanno, sono bravi a smuovere. Infatti noi, per esempio, ce ne andremo. Nuovo appartamento, lontano da ordini del giorno.
Walter è una persona onesta, sensibile, capisco la sua agitazione, dovuta ad una non abitudine alle questioni, però esagera. Minaccia, urla, si toglie il maglione. Salta e gli occhi perdono l’equilibrio. Mi dispiace vederlo così, ma non riesco a formulare frasi in inglese all’altezza della situazione. Me ne sto zitto, limitandomi ad osservare. Lo faccio sempre. Rubo quello che posso da quello che vedo.

Domenica mattina ho letto Repubblica. Arriva anche sulla Sunset Boulevard, in prossimità del Viper Room di Johnny Depp. Là, dove morì un giovane River Phoenix troppo entusiasta della serata. Mi accomodo ad un tavolino, caffè e quotidiano. Con muffin che sa di panettone. Un muffin francamente enorme, più adatto ad una famiglia che ad una colazione informata.
Faccio conoscenza con Pietro, un uomo che si è trasferito a LA lo stesso anno che mi ficcavo nel mondo. Coincidenza che mi fa pensare. A cosa non lo so, ma penso.
Pietro viveva a Milano e mi chiede com’è diventata. Imbarazzato, cerco di non sconvolgerlo troppo. Poi commentiamo assieme il senso del “Welfare”, le immense lacune della nostra politica, il ruolo dei giovani che non sanno più come distinguersi dalla società dei padri. Due mondi depressi. I cinquantenni che hanno perso, mettendo in gioco il ruolo di genitori, ed i figli che sono nati sbagliati. Un bel dipinto. Munch apprezzerebbe.

Per entrare in certi locali ricercati serve una bella ragazza. Solo nel caso, va detto, che non si disponga di una prenotazione. Il Marmount piace subito. Pub londinese con voglia di riscatto, nonostante i tavolini (molti) intimi, la gente sta in piedi. Le donne si distinguono per un non-detto desiderio sessuale. Ed è socialmente interessante spiarle. Ragazze, signore, donne ancora non pronte per il grande salto. Si sistemano gli abiti, enunciando insicurezza, si guardano attorno solo per sapere come le guardano gli altri. Hanno voglia di parlare, e allora parliamone. Però non ci credo, è l’ennesima prova di quanta schizofrenia ci sia nel loro hanging out. Chiunque si scusa anche solo per un contatto involontario o forzato dall’attrito. Sono stanco. Adoro questa civilizzazione continua, capace, talvolta, di rendermi nervoso. Odio le mille regoline che stanno dietro l’ordinazione di un caffè o la selezione per gli ingredienti del panino.

Gli americani sanno stare in coda. Non suonano il clacson, non fanno doppie file, si mantengono ordinati. Rispettano regolette spesso ridicole. Io provo a fare lo stesso, ma fatico a rimanere serio.
Non smetto di essere critico, è più forte di me. Poi mi ritrovo in contesti che non mi appartengono, allora compro una camicia. Sono diventato dipendente dai colletti. Ormai indosso solo camicie o camicie a maniche corte. E’ il mio metodo per fingere. E’ il mio modus operandi per trovare un posto a sedere.

Santa Monica è capace di sistemare tutto. Cammino sulla spiaggia, scarpe in mano, e respiro. Mi lascio attraversare dal vento che sa di oceano con la febbre. Passeggiano persone talmente diverse tra loro, che a descriverli servirebbe un libro ciascuno.
Due signori distinti, eleganti ma casual, incrociano il nostro percorso. Uno è Donald Sutherland, già visto in Mash di Altman, o in una marea di altri film. Padre di Kiefer, quello di 24, visto così, per caso e senza pretese, potrebbe essere un architetto. Lo scruto, per fissarmi l’immagine in testa. Lo salvo sotto la cartella “attori senza cravatta”. E gli voglio già bene.

Il cd è già alla seconda ripresa. Solo 40 minuti per un album passano veloci. Ma riascoltarlo genera piacere. La ripetizione mi aiuta. Ripeto cose, frasi, nomi, parole. Mi aiuta come il fuoco a scottare le caldarroste. Quanto mi mancano. Ottobre è un mese importante, quel mese in cui si comincia a stare attorno al focolare. Invece io sono abbronzato, col sole che c’è, come se il tempo fosse freezzato senza data di scadenza. Piove solo il venerdi, che qualcuno prima o poi dovrà spiegarmi il perché.

Consiglio di pranzare da Counter. Ristorante allegro e postmoderno, riesce ad intercettare la famiglia e il single incazzato. Quando arrivi ti consegnano una cartelletta, con matita e fogli da compilare. Sembra di essere in comune. Con calma si scopre che è il modulo per comporre il proprio originale hamburger. Capito il gioco, l’atmosfera torna ad essere sorridente. Mi fisso su un dipinto: l’uomo di zucchero dei Ghostbusters. Ovunque vada, trovo sempre un oggetto da fissare, che diventa il feticcio del mio pasto.

Il mio coinquilino mi ha detto una frase, dalle sonorità filosofiche, che mi ha fatto riflettere per almeno 3 minuti. “The party ends when you die”. Vi lascio col beneficio del dubbio.

sabato 13 ottobre 2007

#11. Cuscino


Non avrei mai pensato di parlarne.

Invece lo dico subito: amore.
Una parola che non mi piace usare e che credevo non m’appartenesse.
Los Angeles è una città senza amore. Incontri veloci, cordialità spalmata, porte chiuse.
La socialità si fa nei locali, negli appartamenti, nei luoghi chiusi. Fuori c’è il sole, ma la gente non si ama.

Dov’è l’amore? E quanto mi manca? Tantissimo.

Così nasce una schizofrenia generale, un modo per sopperire a questa mancanza. L’amore.
Si parla con tutti, ci si conosce tutti, si esce tutti assieme, si conversa. Ma non c’è sentimento, piuttosto un eccesso di proteine.
E quando sembra che, forse, qualcosa si è capito, no, niente. L’amore è sfuggito un’altra volta.
Cedendo il posto ad una consolazione di peluche o di cioccolato.
Questo grave assente, l’amore, rende bambini. Ci si rannicchia sotto le lenzuola come a nascondersi. Si pasticcia con le golosità, come quando da infanti lo si faceva di nascosto dalla mamma.
Ci si vuole bene da soli, con quello che rimane. Il mondo ha un aspetto diverso e la mattina sa di brioche.

Capisco tante cose. Capisco cos’è l’amore e che mi ero sbagliato. Non riesco nemmeno ad essere cinico. Sono diventato buono che mi farei la comunione. Vorrei andare in giro a distribuire abbracci. Vorrei un parco sincero. Vorrei trovare una piazza, ma qui “plaza” è un’isola di traffico.

Mi mancano gli sguardi, i sorrisi ingenui, le pacche sulle spalle, le caramelle appiccicose nelle tasche. Mi mancano i cestini, la marmellata e le corse attorno agli alberi. Mi mancano i viaggi in automobile seduti dietro a cantare. Mi manca l’aperitivo tra pochi intimi, le conversazioni con un occhio al premio partita - cioè patatine e salatini o fetta di pizza inclusa - gli appuntamenti sempre in ritardo.

Sto realizzando che sapevo benissimo cos’era l’amore ma facevo finta di starne lontano.
Los Angeles ti scivola addosso, attorno, sopra e sotto. Ma non fa compagnia. Non si siede su un prato. Pensa che il gioco della bottiglia sia un’occasione d’affetto. E non bacia.

Sono pieno d’amore che mi sento scemo. Però sono felice e sorrido. Perché ho capito. Finalmente ho dovuto mollare il bastone. E camminare morbido.

Speditemi Amore. Risponderò volentieri.

giovedì 11 ottobre 2007

#10. Giorni sbagliati


La mattina ho bisogno del phon. Ci sto pensando da due settimane. Qui c’è sempre il sole, ma comincia a diventare una cosa normale, con la quale fare i conti. Quindi phon.
Dove sono i termosifoni a Los Angeles? Mai visto uno. Ovviamente i generatori di calore sono altri, nascosti tra le pareti o per condotti non troppo percettibili. Resta il problema che, tutto sommato, i caloriferi suggeriscono riparo, una sorta di nascondiglio di cui si sente la mancanza.

Gente a caso. Questo è, in sintesi, il risultato della mia vita sociale. Ho provato a trovare un equilibrio, un day-by-day anche all’estero, ma non ci sono riuscito. Ne approfitto per raccontare cosa capita a me. Un esempio di giovane italiano a LA che voleva imparare l’inglese ma si ritrova ad affrontare una crisi. Un ragazzo che voleva conoscere l’america e che deve fare i conti con il vicinato. Uno che scrive ma non riesce più ad inventare. Perché è tutto già scritto, o meglio, perché basta camminare per strada e trovare facce che prima si potevano solo immaginare.

La giornata-tipo comincia alle 7:00AM. Mi alzo e cerco di capire che cosa posso fare per pulire la moquette. Il materiale più arrogante di sempre. Dopo mezzora preparo il caffè. Ecco, sono fiero di aver risolto la questione-Moka. Adesso la giornata debutta con un minimo senso garantito. Dopo una rapida rassegna stampa ed un controllo mail in linea con gli orari italiani (cioè in differita) parto per la scuola di inglese. ELC. Mi sento un ragazzino e controllo i compiti. Non mi capitava da un po’. E’ come tornare al Liceo con una nuova consapevolezza.

Poi, dopo la lezione delle nove, c’è una mutazione.

Capita di incontrare Paul, il direttore, un giovanotto del Montana. Barba incolta e look da “mi piace lo ska”, il ragazzo scherza con me. E’ l’amico di tutti. Uno che s’invita alle feste.
Il break è sempre un’occasione per conoscere qualche nuova entrata: ogni settimana arrivano giapponesi, coreani e svizzeri. Talvolta italiani e spagnoli. O brasiliani. E’ la parte della giornata che mi irrita maggiormente. Non si riesce mai a concludere nulla, è come la fila davanti al cesso. Un fastidio imposto che non volevi affrontare. Chiacchiere nemmeno da bar, da staffetta. Fatica sprecata.

La seconda lezione è di pura conversation. Il docente fa la differenza, soprattutto quando propone gli argomenti. Così c’è chi se la gode in mezzo a grandi dibattiti e chi, come me negli ultimi giorni, è costretto a tergiversare attorno a insetti e clonazione. O consigli su come arredare. Per uscire da questo sistema nervoso mi sono imposto di arrecare disturbo. Pongo dubbi, quesiti, monologhi. Descrivo l’Italia, l’Europa, annedottica sulla mia vita, opinioni, commenti sull’attualità. Faccio domande impertinenti all’insegnante, talvolta mi occupo della sua vita privata. Sono come un uomo in sbatti che vuole un gruppo di sostegno.

Mi hanno rubato i capelli. Avevo rimandato per un mese il torbido appuntamento al Barber Shop. Temevo che non ci saremmo capiti, che nel caos della traduzione c’avrebbero rimesso i ricci. E così è stato. Quel tenace vecchietto mi ha resettato la testa. Non una pettinatura, ma quel che rimane di prima. Ed ho pagato anche la maggiorazione “per l’impegno”. Metropoli bastarda!

La pausa pranzo, a differenza del break mattutino, è un ibrido tra la totale scanalatura delle palle e un’occasione per rilassarsi. Fortunatamente gli amici del Sandbag’s, diventato il lunch-maker di fiducia, ci vogliono bene. Il coreano che tiene in piedi la baracca, recensita anche da alcune riviste di sociologia, c’ha preso in simpatia e ci vuole ospiti a casa sua. In Corea.
Quando arriviamo sa già cosa ordineremo e ci chiede come va con le ragazze. Forse uno dei primi casi di “simpatia urgente”, cioè di amicizia senza preavviso.

Il pomeriggio in classe è più disteso. Poche persone e più informalità. Si fa slang, ovvero parole e modi di dire americani per sentirsi più della zona, oppure lettura e analisi di articoli del Time. Interessanti entrambi, perché sono due esempi interculturali.
Con lo slang mi permetto di fare il simpaticone, la spalla del conduttore. Complice la timidezza di certi “compagni”, alzo un po’ il tono con un’ironia spesso facile. Sfotto gli americani prendendo(mi) per il culo. Uno strano pasticcio di generi che, assicuro, funziona. E i docenti se lo raccontano, o si imitano con altri studenti. Ho dato inizio ad una reazione a catena.

Con l’attualità, invece, sono posato. Trovo stimolante la possibilità di commentare il mondo con persone del mondo. E con l’inglese, che costringe alla sintesi e ad un ordine più preciso. Terribile quando, per mancanza di lessico, ci si trova costretti a far cadere un ragionamento.

La bizzarria dell’English Language Center è la connessione con l’euforia. Il clima è divertito e allegro. I docenti sono come una grande community. E i (generalmente) giovani allievi sono come turisti di passaggio che si appoggiano lì. Chi lo fa solo per avere il Visto, chi perché i genitori ce l’hanno spedito, e chi per lavorare. Praticamente un centro d’accoglienza per casi umani. Quanti ce ne sono, anche qui. Un giorno ne parlerò con calma.

Ad ogni modo c’è l’happy-hour. Un’attività fortemente consigliata dalla scuola dove partecipano tutti, e capita di bere shots con il direttore o qualche prof. Una ricreazione di matti. Si parla molto, l’inglese migliora col passare dei drink, e ci si confessa un po’. Il lunedì a lezione si torna alla normalità, quasi che si chiuda una parentesi. Mi sono chiesto come sia possibile, voglio dire, si tratta comunque di un istituto. Non avevo mai sentito di una scuola così “free”. Eppure devo ammettere che funziona, che aggrega, con un suo ruolo sociale.


Cops

Sabato notte c’era una festicciola da queste parti. Una cosina tranquilla, pochi intimi.
Il vicinato è vecchio, urlante, sgarbato. Un’anziana signora ci ha regalato frasi sinuose, come “fuck you bastards”. Un piacere.
Trasloco. Il party-boy con cui viviamo s’è fatto un po’ di nemici. L’appartamento sopra di noi, quello sotto, quello a lato. E pure due vecchiette incazzate del residence di fronte. Un disastro.
E’ un bravo ragazzo, ma qui la gente del palazzo pare un po’ di mentalità chiusa. Noi si vive, loro si sono dimenticati come si fa.

Così è tempo di moving-out. Ovvero: probabilmente cambieremo casa. Concedetemi un termine tanto italiano quanto stupido: menata.

Ad ogni modo non posso omettere un incontro del tutto inatteso. Due poliziotti bussano alla porta. Apro e chiedono degli inquilini. Usciamo in tre e c’intratteniamo con questa coppia poco Chips e molto improvvisata. Imbarazzati, ci dicono che qualcuno li ha chiamati perché facevamo baccano. Ma subito dopo parliamo di noi. Il baffone mi chiede di dove sono e cosa faccio qui. Gli racconto che in Italia è difficile trovare lavoro, che l’inglese è importante, che ho studiato ad una scuola di cinema che non mi ha ancora dato il diploma.

Cop: Quindi sei qui per imparare l’inglese?
Io: Sì
Cop: Ma non lo insegnano in Italia?
Io: Certo, ma facciamo molta grammatica e poca conversazione
Cop: E non si può imparare lì?
Io: lì siamo italiani. Qui americani…è più facile che mi capiti con chi l'inglese già lo parla…
Cop: Mah, perché io pensavo che si può usare anche il cd-rom. Io ho studiato così.

Salutano, cordiali e impreparati, e se ne vanno.

martedì 2 ottobre 2007

#09. Deserto


L’altra mattina sono impazzito. Per qualche minuto, forse anche un’ora, ho pensato che dovevo tornare a casa. “Che cazzo ci faccio qui?”. No, ho sbagliato tutto. Ho perso.
Credevo di essere un anti-eroe, invece mi sento un perdente. Loser.
Las Vegas mi ha dato una botta tremenda. La testa ha smesso di lavorare, si è fermata nel punto sbagliato. Come la ruota della fortuna su “perde”. Invece ho vinto 30 dollari giocandone uno.

Weekend nella città della follia controllata, dell’eccesso, del tutto-troppo solo qui. Il deserto attorno. Secco, asciutto, caldo microonde.

A più di 200 miglia da LA, Las Vegas appare proprio come un miraggio. Una lunga strada, sempre uguale, semplice da percorrere quanto inverosimile. Il cambio automatico rende la guida una passeggiata, e per un non amante del volante come me, diventa un’esperienza rivelatrice. Mi sento attaccato al terreno, bravissimo nel gestire il viaggio. Ho un piede e una mano libera, così posso tenere il tempo della musica. Ci vuole una colonna sonora per questo evento.

Ed eccola Las Vegas. Un grande parco giochi per adulti. Disneyland o Gardaland se fossero abitati, vissuti, civilizzati. Ma non si distingue la realtà dalla finzione. Camminando per la via principale, che giustamente si chiama Las Vegas Boulevard, ci si chiede di che materiale sia fatto questo centro cittadino. Tocco ringhiere, muri, pannelli. Alcuni dentro sono vuoti. Allora è vero, è una scenografia. Anzi no, è un’idea malsana per intrappolarti.

Basta entrare in un Casinò a caso. Bellagio, Monte-Carlo, Mirage, Ceasars. Che ore sono? Non ci sono orologi. Fortunato chi, come me, ne porta uno al polso. Il pericolo – malefico – è di perdere il senso del tempo. E succede. Anche se indosso il mio swatch. Non una finestra. Giorno e notte cessano di esistere lasciando il posto al continuum. Labirintite è la parola chiave. Diventa tutto molle, il pavimento si confonde coi tappeti, i soffitti sono cieli artificiali che, talvolta, simulano un temporale. Al terzo annuvolarsi ti girano i coglioni. Però ne sei assuefatto. I corridoi, le grandi sale, tavoli e banconi del bar si ripetono all’infinito. Mi complimento con il geniaccio bastardo che ha concepito questo scatolone chiamato Vegas. Riesce ad intrappolarti e a trasformarti in un topo da laboratorio. Attorno ci sono persone, ma sono vere? C’è qualcuno che davvero respira, che ha prurito, che si scaccola in questi labirinti luminosi? Non lo so, per un po’ mi sono perso anch’io.

E’ tutto studiato per confondere e percepire una vacanza mentale. Monopoli dove la pedina sei tu. Monopoli perché non ci sono soldi, ma fish o voucher. Il denaro muta in qualcosa apparentemente senza valore. Giocare. Puntare. Tentare. Vincere. Perdere. Il banco è un serpente velenoso.

Le slot machines sono migliaia, milioni, clonate una dopo l’altra, davanti, dietro, a lato. Gli specchi aiutano a sentirsi accerchiati, quasi ce ne fossero anche sopra e sotto. L’allucinazione è perfetta, lucidamente devastante. Ed il cinema, di nuovo lui, il vampiro della luce, ha mostrato questo luogo talmente tante volte che non ci si può esimare dal provare a mettersi in scena. E ripeto: è un pericolo.

Las Vegas val bene un weekend. Di più sarebbe detonante. Non ci si crede e anche al ritorno a casa si cerca di rimettere in ordine quello che si è vissuto. Una porzione di stravaganza misto imprudenza. C’è New York New York, un immenso hotel-casinò che riproduce la grande mela. Con tanto di Statua della Libertà. C’è Parigi, con la Tour Eiffel in miniatura (ma comunque parecchio alta e slanciata) e Arco di Trionfo. C’è pure una sorta di lago di Como, completo di spettacolone a base di fontane musicali talvolta su canzone di Bocelli.

E The Venetian, ovvero come un gruppo di progettisti hanno sistemato Venezia da queste parti. Un’idea che gli americani hanno di piazza San Marco e gondole, perché francamente io non la riconosco. Ma provo a capirli.

“Hey Paul, perché non facciamo una Venezia a Las Vegas? Tanto ci sono già altre città”
. “Oh, sure! Ci sei mai stato?”
“No, ma ho dato un’occhiata su Wikipedia. Facciamo così: ci sono due o tre cose che sistemerei, per esempio ci metterei un palazzone che fa da hotel e anche un po’ di illuminazione delle nostre”
. “Ok! E le vongole?”
“Ma…per quelle aspettiamo il parere di Frank…intanto io direi di buttare giù il progetto”
. “Ci facciamo mandare un po’ di vongolieri?”

(poco dopo, da Frank)

“Hey Frank, facciamo Venezia?”
. “You got it! Ma dove la mettiamo?”
“C’è spazio tra il Ceasars e quell’altro palazzo pop...”
. “Ok! Tanto anche Parigi è appiccicata al planet hollywood, che good deal.
“Paul la menava per le vongole”
. “Gondole!”
“Funny!”
. “Ci penso io. Mi faccio spedire un po’ di autoctoni. Cominciate a studiarvi la guida su Venezia. Io finisco di disegnare la torre che gira sempre…”

Sì, più o meno dev’essere andata così. Las Vegas è talmente deviante che anche un edificio in costruzione sembra un’attrazione. Un altro Casinò da provare.

Ho visto gente puntare tutto e perdere inesorabilmente migliaia di dollari. Ridono, e sembrano felici. Se giochi i drink sono gratis, paghi solo la mancia. Un altro strumento per paralizzare. Facile entrare ovunque, si è sempre i benvenuti.

Alle 9 di mattina, dopo una serata rinchiusi – probabilmente rapiti – in cofanetti dall’aspetto divertente, usciamo all’aperto. C’è il sole, le luci sono spente. Un passo indietro, nel Bellagio, ed è subito notte. O niente. Niente. Qui il tempo, la natura, la città, le persone, le cose, è tutto niente. Annullato, dilatato, infinito. Il taxista ci racconta che, tempo fa, ha accompagnato in hotel un uomo che aveva perso 2 milioni di dollari. Evidentemente se lo poteva permettere, ma si era sicuramente dimenticato che c’è una regola, nel luogo senza leggi: il banco vince sempre. Sia esso celato dietro uno specchio, un’insegna lampeggiante, una caricatura, un dado.

Fumo una sigaretta cercando l’uscita, ma trovo solo entrate che rimandano ad altre stanze. Poi, sopreso, scovo un angolo di casa. Divano, cornici, televisore e qualche mobile antico. C’è un salotto nascosto, meravigliosamente senza senso. Mi guardo le spalle, poi alzo la testa, controllo in giro. Torno indietro, verso le sempre presenti macchinette ciucca-monete, e riprovo a girare l’angolo. C’è davvero. Un salottino stile neoclassico con bagno privato. Mi accomodo. Non capisco. Sembra la scena finale di 2001:odissea nello spazio. Dov’è l’inganno?
Qui – solo qui – non c’è nessuno. Soltanto io e un’altra sigaretta. A Las Vegas si può fumare ovunque (altra bizzarra contraddizione americana). Rifletto. Forse mi fermo ancora un po’ negli States. Non è ancora tempo di tornare a casa.

Ogni giorno è come se perdessi un po’ d’identità. Per poi ritrovarla, nei momenti meno opportuni.
Credevo di potermi creare qualcosa, ma mi conviene cominciare a farmi imboccare. Come fanno loro, i californiani, abituati ad appartenere ad una routine già scritta, fatta apposta per te.

L’assaggio un po’, vediamo se digerisco.

lunedì 24 settembre 2007

#08. Gabriella dice No


E alla fine ti manca l’Italia.
Settimane come questa insegnano che c’è bisogno di sapori. Mi chiedo come sia possibile che un paese abituato a mangiare sano possa essere invece così malato. L’Italia, of course.

Qui invece si mangia merda, tendenzialmente, che poi magari si camuffa da panino o piatto ricercato. Eppure, si respira un’atmosfera più tranquilla, irreale.

Basta un De André o un De Gregori per tornare indietro. Un istante prima pensavi che questi Stati Uniti ti appartengono – che sei stato bravo, che sei entrato nel mood - un attimo dopo sei da solo e piangi. Lacrime incazzate, appassionate, stupide e ragionate. Piangi perché lo sai che non c’è nessuno, qui, che ti sa davvero abbracciare. Piangi perché sai perfettamente cos’è un salame, invece qui lo chiamano “salami” e non è neanche vero, è di plastica. Piangi perché hai lasciato un paese che hai dentro, ma che non vuole ascoltarti.

Esiliato consapevole e disperato, alla ricerca di risposte dopo un’overdose di domande. Hai voglia di quelle serate inutili, passate a contare gli scalini vicino al baretto. Di persone attorno a un tavolo, a far passare il pomeriggio. Di affettati, di caprese, di intingolo. Di scala quaranta.

Ho insegnato la spaghettata ai nostri amici americani. L’ho definita “quando si fa la pasta di notte, improvvisata”. Lo so, è una semplificazione. Ma qui non ho ancora a disposizione tante parole in inglese, quindi tendo alla sintesi. Se c’è una cosa di cui ho bisogno, fisiologico, è la parola. Abusata, esagerata, ripetuta, accavallata. Perso in traduzioni simultanee di quello che mi passa per la testa, mi ritrovo ad essere una persona diversa. Anche questo, un po’, fa riflettere.

Però ho trovato un metodo per mantenere un ruolo sociale: battute in tre parole. Funzionano, sono facili da usare e soprattutto alleggeriscono. La risata sistema la sofferenza che ti porti in tasca, quando sai che avresti potuto stupire con frasi complesse e virtuose, e invece dici solo “I like bonus in general”. Loro ridono, tu ti senti pirla.

Impari che devi rimetterti in discussione. Abituato ad essere prima di esserci, adesso ti riduci a tradurti. Che già è una bella conquista.

Gesticolare è diventato un must, quasi fosse un canovaccio di perfetta riuscita. Gli americani impazziscono a vederti muovere le mani in mille modi quando parli. E lo fanno anche loro. Impossibile descrivere qui lo stupore davanti ai loro tentativi di pronunciare frasi in italiano enfatizzando con il fisico. Hanno un corpo talmente avvezzo al frigorifero, che quando lo smobilizzano sono spassosissimi.

Ho parlato molto. Un tipo di Los Angeles appassionato di cinema tutte le settimane viene da noi a fare la “movie night”. Piccolo appunto: mentre scrivo, ora, lo stereo suona Jovanotti. Sono arrivato a questo punto. Di Morettiana crisi con impulsi da Bluvertigo, ho bisogno di pause. Non hanno il senso della pausa. Devono riempire tutto.

Perché la pizza, qui, ha i peperoni di default? Chi ha spiegato agli americani come si mangia in Italia? Qualunque cosa si mastichi, deve sempre essere piena. Bistecca con patate? Ma sì, mettiamoci anche riso, una manciata di pomodori, fagioli, pasta e sugo. Insalata? Certo, con dentro il ripieno delle lasagne. Una meraviglia.

Torniamo al signore della movie night. Da noi si dice “cineforum”. Fate le vostre riflessioni.
Il film è indipendente, un documentario-storia su come sballare a Los Angeles. Interessante, ritmato, ironico quanto basta per capire che chi l’ha scritto ha provato tutto quello che racconta.
Ma è solo per stare assieme, i ragazzi, qui in casa, si limitano ad assaporare un buon vino.
La prossima settimana è il turno di un altro dei “nostri”. Comunque tanto di cappello all’appassionato di cinema, che conosce i nostri migliori film, quelli dell’Italia che si sapeva tradurre in immagini, e che adora i miei registi preferiti.

Aisha, invece, è una ragazza di colore, o nera, di quelle che proprio chiameresti “big mama”. Si intrippa quando le racconto del Vaticano. Ci sediamo ed altri amici di amici arrivano e tutto d’un tratto c’è un pubblico. Ho la responsabilità di spiegare il mio paese a gente che in Europa ci viene perché pensa che stiamo da dio.
Capisco in fretta che forse è meglio alleggerire le questioni, quando arrivo a Buttiglione non c’è termine inglese per definirlo, quindi scelgo il daltonismo. E anche qui si aggiunge qualcun altro, sintonizzato sul mio essere “color-blind”. “Andiamo a fare shopping assieme” – mi promette Aisha, mentre si aggiusta un decolleté che ricorda le nonne in campagna – “ti faccio da guida tra i colori confusi”. Un ragazzo, che poco prima stava ballando con la finestra, si siede accanto a noi e ci spiega come “feeling” sia una parola da ristrutturare, perché l’etimologia e l’uso hanno finito per disperdersi. Un’attenta analisi linguistica, non richiesta, ma assai interessante.

Hanno le facce come sulle spillette. Come nei Robinson. Ci sono i migliori esempi di volti americani. Mi capita di parlare con qualcuno solo per la sua faccia. Mi serve una scusa per osservarla. Quando chiacchierano assieme, e tu sei lì con loro, hai l’impressione di vedere un film in lingua originale senza sottotitoli. Io gliel’ho detto, agli americani, e loro ridono. “Funny!”.

Ridere come tra amici, capita, anche con Ivan, un simpaticone innamorato degli uomini. O con Josh, a fine serata, alle cinque di mattina, dopo spaghettata e una playlist musicale mai così variegata. Ci si ritrova come “quelli della cumpa”, a conversare con parole che interrompono il chiudersi delle palpebre. E’ una sensazione di casa che avvolge. Nonostante la moquette morbidosa, il cane che si chiama come un balletto, lo slang che a poco a poco si capisce, e il cellulare che apre il cancello (il cellulare risponde al citofono!hey! ma che cos’è?), per un attimo mi è sembrato di vedere il caminetto acceso. E quell’iconografia da amaro Montenegro.

Ancora qualche lacrima, ma stavolta è di tensione calante. Si sorride immaginando come si racconterà agli italiani la prossima sequenza del film quotidiano. Che non ti molla un attimo. Ed è diventato routine.

Buona visione.