
L’America, un paese che conta circa 300 milioni d’abitanti, si ritrova con cinquantamilioni di cittadini senza assicurazione sanitaria, il che significa che possono morire pure di raffreddore, tanto non è un problema.
Partendo da qui, (un esempio poi ben più comprensibile nel “Sicko” di Michael Moore), mi sono reso conto che, effettivamente, non è per nulla strano.
Vivere in California, a Los Angeles, per quattro mesi ha chiarificato parecchi dubbi e incertezze sulla percezione degli USA. Vedere qui i loro prodotti che vediamo in Europa, dal cinema alla televisione, è un esercizio che spaventa un pò.
In effetti, il loro è un paese basato sulla paura. Fin qui c’eravamo, l’idea l’avevamo già assorbita. Ma scoprire come questo atteggiamento si spalmi durante la loro routine, beh, quella, lasciatemi dire, è un’altra storia.
Gli americani che ho incontrato in questo viaggio sono stati spesso ben sopra la media, acculturati, talvolta addirittura raffinati, simpatizzanti dell’Europa. Merce rara, da queste parti.
La loro socialità esprime insicurezza. Come biasimarli, crescono in uno stato che vende diritti, anziché donarli. Politici che urlano concetti a caso, paragonando il sistema pubblico al comunismo più profondo, come se un diritto garantito dallo stato fosse un modo per controllare il popolo. Vaccate, si dice a casa mia.
La corsa per le presidenziali ha del ridicolo. Domande sul taglio di capelli piuttosto che su letture religiose, senza mai toccare i problemi, veri, seri, urgenti. Non dibattiti riguardo soluzioni, ma chiacchierate da sit-com con risate registrare.
E nonostante Hillary pretenda d’essere la vera novità, non ha ancora fatto nulla per differenziarsi nettamente dai repubblicani. Attenti, stiamo diventando così. Partito delle Libertà, PD, Sinistra Arcobaleno (come si può votare una cosa del genere?), la morte della storia per la nascita del pensiero con-sumista.
USA: sell & buy. Ovvero, qui gira tutto attorno al consumo. Il popolo è il grande cliente di un megastore chiamato erroneamente stato democratico. Democrazia basata sull’Esselunga, (qui Ralph’s, Pavillions, Wal Mart, …).
Ed è proprio così. Se non compri non ci sei. E qui si fanno sempre acquisti, certi salari sono più alti anche per questo. Una follia. Condivisa e in qualche modo viscerale.
Ci sono aspetti che non posso accettare, non ci riesco, socialmente scorretti alla base, perché crudeli, disumani, artificiali. Come la maggior parte del cibo, dichiaratamente “artificially flavored”.
Chi mette ghiaccio nell’acqua del cane, chi beve sempre e solo diet-coke, chi si legge manuali per capire cosa e come fare. C’è una guida per tutto, piccole bibbie per godersi l’experience.
E così succede che agli Universal Studios, il parco giochi che fa da anticamera ai veri studi cinematografici e televisivi, c’è un ticket speciale chiamato “mangia tutto”: con 20 dollari ci si può suicidare senza problemi, basta passare la giornata a fare il tour dei fast-food invece di visitare locations e set. Ci tengono particolarmente, così aggiungono “tutto il giorno!”, come dire “mangia sempre, muori qui!”. Da notare lo stesso pass per bambini, a metà prezzo.
D’altra parte non è una novità, ci sono musei con più persone al bar che davanti ad un Van-Gogh, e ho detto tutto.
Interessante come il consumo sia radicato ovunque, così da non perdere mai l’occasione per sentirsi parte del sistema. Al cinema si fa prima la coda per i pop-corn (con pacchetti speciali che comprendono anche cene complete) e poi per i biglietti. Fantastico.
Mi fanno tenerezza, non ci posso fare nulla. La California mi ha trattato bene, senza dubbio, con gentilezza e cordialità. Il punto è che quando tutto ciò si declina nella quotidianità, parlando con persone più o meno amiche, ecco che allora c’è di nuovo un meccanismo alieno. Il popolo più vicino agli alieni è certamente quello americano. Adesso è tutto chiaro: i marziani atterrano sempre negli Stati Uniti. Ovvio! Si sentono a casa.
Ho l’impressione che nessuno torni mai sullo stesso argomento di cui magari si è ampiamente conversato assieme. Come se anche quelle, a modo loro, fossero delle mini-experiences che una volta fatte non ci sali più, manco si trattasse di montagne russe.
Kit, scatole, manuali, istruzioni. Si tengono a bada così, limitandosi ad assimilare.
Incredibilmente per un italiano di cultura media, senza pretese, ma con un buon senso critico, qui è una pacchia. Ci si sente intelligenti mille volte al giorno. Il nostro punto di vista sulle cose è sempre più libero, anarchico, originale. E loro rimangono stupiti, estasiati, increduli. Cioè noi facciamo entertainment per loro, li teniamo incollati allo schermo dei nostri racconti.
Quando un americano cerca di andare oltre, andare contro, ecco che anche lì riesce ad essere alieno, esasperando il fatto e trasformandolo in attività. Activity, altra parola magica che torna spesso protagonista. Sono programmati, mettono la colonna sonora per un gioco in scatola, ripetono frasi idiote nel teatro “terminator experience”. Fermiamoci un attimo.
Agli Studios c’è questa attrazione che permette al pubblico di vivere l’emozione di un filmaccio come terminator. All’entrata un finto robot parlante intrattiene i visitatori come ad una messa. La gente, in fila perfetta, ripete in coro le cazzate che mostra il megaschermo. Io ero terrorizzato, inquietato dalla naturalezza a partecipare così seriamente ad una banalità.
All’interno, in 3D, arriva il Governator, cioè Arnold Schwarzenegger, attuale governatore della California. Come se in Lombardia ci fosse un Gardaland con l’attrazione “Super Formigoni”.
Qui si può, basta buttarci qualche effetto speciale.
Non s’improvvisa, signori, è questa la triste verità di questa, a mio parere, inconsapevolmente triste America. D’altra parte chi pensava che il David Letterman Show fosse una genialata, già sa che è tutto meticolosamente scritto e se salta uno degli autori la ruota smette di girare. Grandi giocherelloni, ma preventivati, come da copione.
Infatti, interagendo con loro si recita. All’inizio credevo fosse giusto per l’inglese instabile, ma dopo mesi m’accorgo che è una questione sociale. Ognuno si crea il proprio personaggio tra una rosa di prescelti. Sì, perché c’è sempre qualcuno che si occupa di te, quindi c’è sempre una scelta già effettuata. Devi solo passare il codice a barre e mettere nella busta.
Così gli americani all’estero vivono Parigi, Firenze, Berlino come un’attrazione di qualche parco di divertimenti. E mangiano da Pastarito a Milano, scambiandolo per un ottimo ristorante. Non a caso: in effetti, Pastarito è un nostro “fast-food”.
Non ce l’ho con gli yankees, anzi, mi rammarico che siano così schiacciati da un sistema che li rende pedine. Il modo in cui partecipano alla vita quotidiana è fatto di piccole missioni che scelgono.
Insomma: quanto abbiamo visto nei telefilm è vero. Sono dannatamente come in tv, solo meno belli.
La famiglia col padre che fa da allenatore, parlando con i figli come ad una partita di baseball, oppure il papà simpaticone, quello che prendeva lezioni da Bob Hope.
L’America, primo paese al mondo, fonte decisionale di un pianeta, è una scatola. Dentro c’è tutto l’occorrente per godersi l’esperienza, l’avventura. Sotto controllo, senza muoversi.
Mi piace immaginare gli americani sempre in giro con la bicicletta a quattro ruote, cioè con quelle due rotelle aggiuntive che mantengono stabilità.
C’è del grottesco, insano grottesco in questa nazione. E dopo quattro mesi non sono riuscito a trovare un compromesso, un punto di svolta. Perché se esiste, è nascosto molto bene.
Facendo zapping sulla tv via cavo mi sono imbattuto in uno slogan da brividi. Una graziosa hostess tranquillizza il pubblico riguardo la comodità delle reti a pagamento: “Life is hard, pay per view is easy”. Traduzione letterale: “la vita è difficile, il satellite è facile”.
Mi pare il concetto giusto per chiudere questa prima riflessione su quattro mesi qui.
Alla prossima.
Partendo da qui, (un esempio poi ben più comprensibile nel “Sicko” di Michael Moore), mi sono reso conto che, effettivamente, non è per nulla strano.
Vivere in California, a Los Angeles, per quattro mesi ha chiarificato parecchi dubbi e incertezze sulla percezione degli USA. Vedere qui i loro prodotti che vediamo in Europa, dal cinema alla televisione, è un esercizio che spaventa un pò.
In effetti, il loro è un paese basato sulla paura. Fin qui c’eravamo, l’idea l’avevamo già assorbita. Ma scoprire come questo atteggiamento si spalmi durante la loro routine, beh, quella, lasciatemi dire, è un’altra storia.
Gli americani che ho incontrato in questo viaggio sono stati spesso ben sopra la media, acculturati, talvolta addirittura raffinati, simpatizzanti dell’Europa. Merce rara, da queste parti.
La loro socialità esprime insicurezza. Come biasimarli, crescono in uno stato che vende diritti, anziché donarli. Politici che urlano concetti a caso, paragonando il sistema pubblico al comunismo più profondo, come se un diritto garantito dallo stato fosse un modo per controllare il popolo. Vaccate, si dice a casa mia.
La corsa per le presidenziali ha del ridicolo. Domande sul taglio di capelli piuttosto che su letture religiose, senza mai toccare i problemi, veri, seri, urgenti. Non dibattiti riguardo soluzioni, ma chiacchierate da sit-com con risate registrare.
E nonostante Hillary pretenda d’essere la vera novità, non ha ancora fatto nulla per differenziarsi nettamente dai repubblicani. Attenti, stiamo diventando così. Partito delle Libertà, PD, Sinistra Arcobaleno (come si può votare una cosa del genere?), la morte della storia per la nascita del pensiero con-sumista.
USA: sell & buy. Ovvero, qui gira tutto attorno al consumo. Il popolo è il grande cliente di un megastore chiamato erroneamente stato democratico. Democrazia basata sull’Esselunga, (qui Ralph’s, Pavillions, Wal Mart, …).
Ed è proprio così. Se non compri non ci sei. E qui si fanno sempre acquisti, certi salari sono più alti anche per questo. Una follia. Condivisa e in qualche modo viscerale.
Ci sono aspetti che non posso accettare, non ci riesco, socialmente scorretti alla base, perché crudeli, disumani, artificiali. Come la maggior parte del cibo, dichiaratamente “artificially flavored”.
Chi mette ghiaccio nell’acqua del cane, chi beve sempre e solo diet-coke, chi si legge manuali per capire cosa e come fare. C’è una guida per tutto, piccole bibbie per godersi l’experience.
E così succede che agli Universal Studios, il parco giochi che fa da anticamera ai veri studi cinematografici e televisivi, c’è un ticket speciale chiamato “mangia tutto”: con 20 dollari ci si può suicidare senza problemi, basta passare la giornata a fare il tour dei fast-food invece di visitare locations e set. Ci tengono particolarmente, così aggiungono “tutto il giorno!”, come dire “mangia sempre, muori qui!”. Da notare lo stesso pass per bambini, a metà prezzo.
D’altra parte non è una novità, ci sono musei con più persone al bar che davanti ad un Van-Gogh, e ho detto tutto.
Interessante come il consumo sia radicato ovunque, così da non perdere mai l’occasione per sentirsi parte del sistema. Al cinema si fa prima la coda per i pop-corn (con pacchetti speciali che comprendono anche cene complete) e poi per i biglietti. Fantastico.
Mi fanno tenerezza, non ci posso fare nulla. La California mi ha trattato bene, senza dubbio, con gentilezza e cordialità. Il punto è che quando tutto ciò si declina nella quotidianità, parlando con persone più o meno amiche, ecco che allora c’è di nuovo un meccanismo alieno. Il popolo più vicino agli alieni è certamente quello americano. Adesso è tutto chiaro: i marziani atterrano sempre negli Stati Uniti. Ovvio! Si sentono a casa.
Ho l’impressione che nessuno torni mai sullo stesso argomento di cui magari si è ampiamente conversato assieme. Come se anche quelle, a modo loro, fossero delle mini-experiences che una volta fatte non ci sali più, manco si trattasse di montagne russe.
Kit, scatole, manuali, istruzioni. Si tengono a bada così, limitandosi ad assimilare.
Incredibilmente per un italiano di cultura media, senza pretese, ma con un buon senso critico, qui è una pacchia. Ci si sente intelligenti mille volte al giorno. Il nostro punto di vista sulle cose è sempre più libero, anarchico, originale. E loro rimangono stupiti, estasiati, increduli. Cioè noi facciamo entertainment per loro, li teniamo incollati allo schermo dei nostri racconti.
Quando un americano cerca di andare oltre, andare contro, ecco che anche lì riesce ad essere alieno, esasperando il fatto e trasformandolo in attività. Activity, altra parola magica che torna spesso protagonista. Sono programmati, mettono la colonna sonora per un gioco in scatola, ripetono frasi idiote nel teatro “terminator experience”. Fermiamoci un attimo.
Agli Studios c’è questa attrazione che permette al pubblico di vivere l’emozione di un filmaccio come terminator. All’entrata un finto robot parlante intrattiene i visitatori come ad una messa. La gente, in fila perfetta, ripete in coro le cazzate che mostra il megaschermo. Io ero terrorizzato, inquietato dalla naturalezza a partecipare così seriamente ad una banalità.
All’interno, in 3D, arriva il Governator, cioè Arnold Schwarzenegger, attuale governatore della California. Come se in Lombardia ci fosse un Gardaland con l’attrazione “Super Formigoni”.
Qui si può, basta buttarci qualche effetto speciale.
Non s’improvvisa, signori, è questa la triste verità di questa, a mio parere, inconsapevolmente triste America. D’altra parte chi pensava che il David Letterman Show fosse una genialata, già sa che è tutto meticolosamente scritto e se salta uno degli autori la ruota smette di girare. Grandi giocherelloni, ma preventivati, come da copione.
Infatti, interagendo con loro si recita. All’inizio credevo fosse giusto per l’inglese instabile, ma dopo mesi m’accorgo che è una questione sociale. Ognuno si crea il proprio personaggio tra una rosa di prescelti. Sì, perché c’è sempre qualcuno che si occupa di te, quindi c’è sempre una scelta già effettuata. Devi solo passare il codice a barre e mettere nella busta.
Così gli americani all’estero vivono Parigi, Firenze, Berlino come un’attrazione di qualche parco di divertimenti. E mangiano da Pastarito a Milano, scambiandolo per un ottimo ristorante. Non a caso: in effetti, Pastarito è un nostro “fast-food”.
Non ce l’ho con gli yankees, anzi, mi rammarico che siano così schiacciati da un sistema che li rende pedine. Il modo in cui partecipano alla vita quotidiana è fatto di piccole missioni che scelgono.
Insomma: quanto abbiamo visto nei telefilm è vero. Sono dannatamente come in tv, solo meno belli.
La famiglia col padre che fa da allenatore, parlando con i figli come ad una partita di baseball, oppure il papà simpaticone, quello che prendeva lezioni da Bob Hope.
L’America, primo paese al mondo, fonte decisionale di un pianeta, è una scatola. Dentro c’è tutto l’occorrente per godersi l’esperienza, l’avventura. Sotto controllo, senza muoversi.
Mi piace immaginare gli americani sempre in giro con la bicicletta a quattro ruote, cioè con quelle due rotelle aggiuntive che mantengono stabilità.
C’è del grottesco, insano grottesco in questa nazione. E dopo quattro mesi non sono riuscito a trovare un compromesso, un punto di svolta. Perché se esiste, è nascosto molto bene.
Facendo zapping sulla tv via cavo mi sono imbattuto in uno slogan da brividi. Una graziosa hostess tranquillizza il pubblico riguardo la comodità delle reti a pagamento: “Life is hard, pay per view is easy”. Traduzione letterale: “la vita è difficile, il satellite è facile”.
Mi pare il concetto giusto per chiudere questa prima riflessione su quattro mesi qui.
Alla prossima.









